Autore: 
Franco Carola

L'adolescenza di un figlio viene spesso accolta con un misto di curiosità e apprensione. I cambiamenti fisici e gli assestamenti emotivi in atto nella progenie sono sovente imperativi e categorici, non lasciano molto spazio e tempo a riflessioni di sorta.

L'urgenza di capire "cosa stia accadendo" diviene priorità assoluta.

Se spostiamo il vertice di attenzione di questo ricco e problematico passaggio di crescita e focalizziamo la nostra attenzione non più sul figlio, ma sui genitori, potremmo incontrare differenti e intriganti ambiti di approfondimento, di cui due particolarmente ricchi di spunti di riflessione.

Genitori di un adolescente o genitori adolescenti?

Il genitore rispecchia parti di Sé, in maniera più o meno consapevole, nell'età evolutiva del proprio figlio; è un naturale riattraversamento psicologico ed emozionale dei principali vissuti delle proprie fasi di crescita. Ci si ricorda di come si era da giovani, se fu più o meno difficile attraversare i mutamenti fisici, emozionali e sociali propri di quella specifica età.

Ci si immerge nuovamente in un'epoca considerata lontana e ricca di eventi, alcuni nebulosi, altri chiari ed emotivamente "pregni".

Una delle situazioni che possono verificarsi all'interno di questo processo di rispecchiamento è che il genitore entri in una sorta di risonanza emotiva col proprio figlio. L'identificazione con quelle problematicità che hanno permeato la sua stessa adolescenza portano il genitore ad allearsi fortemente col disagio e/o i processi trasformativi del giovane. Tale alleanza, apparentemente proficua, rischia di creare uno stato confusionale all'interno del quale non si capisce più di chi sia il disagio e in quali termini esso si manifesti.

Succede, ad esempio, che il genitore inizi ad arrabbiarsi al posto del proprio figlio contro gli insegnanti considerati poco indulgenti, che interferisca nelle relazioni affettive e sociali imponendosi come suo migliore amico e non più come un adulto, esempio di vita da introiettare. Assistiamo al caparbio tentativo del genitore di rendere paritetico un rapporto che per definizione non può esserlo.

È sempre necessaria la chiarezza su chi sia il genitore e chi l'adolescente!

Il figlio rischia di vedersi negare la possibilità di entrare in un sano conflitto col genitore, momento di profonda affermazione di Sé e delle proprie distintive caratteriali.

L'adolescenza di un figlio adottivo, poi, necessita più che mai di attualizzare e manifestare tale conflittualità; essa si configura come una maniera naturale per cercare una risoluzione profonda e definitiva dei conflitti intrinsechi alla propria condizione di non consanguineità.

Il momento del "litigio", del "non sono d'accordo", "non mi riconosco come tuo figlio", tanto temuto dal genitore, è un passaggio essenziale nella definizione di una nuova, sana identità del giovane che si affaccia all'età adulta; è un sistema per superare quella dicotomia tra il "sono figlio vostro" e il "sono figlio di un abbandono", per giungere a un "io comunque esisto e sono grato per ciò che sono".

Parimenti, genitori che abbiano attraversato l'adolescenza senza scioglierne i principali cardini psicoaffettivi e le relative problematicità, potrebbero rifiutare i cambiamenti che vanno manifestandosi nel figlio svalutandone il processo di crescita o rendendosi particolarmente ostili a ogni tentativo di quest'ultimo di creare un dialogo "tra adulti". È questo il caso in cui vediamo genitori completamente insensibili ai messaggi di aiuto lanciati dai propri figli o, nel caso di figli adottivi, di padri e madri che "delegano" alla questione dell'adozione tutte le problematicità che emergono nella vita del giovane.

Ridurre ogni problema a una questione legata all'adozione determina il rafforzamento, nell'identità del giovane, di un "Io" la cui esistenza è legata solo alla propria condizione di stirpe e non a quantosi sta sviluppando in lui come essere umano. Rispondere a un comportamento aggressivo, ad esempio, "leggendolo" come frutto del fatto che "lui è adottato e ci aspettavamo avrebbe creato problemi", si pone come un vero e proprio diniego assoluto del problema.

Tale situazione, più comune di quanto non si pensi, reca in se stessa una profonda svalutazione dell'adolescente adottato che vede d'innanzi a sé i propri cari in una posizione altamente difensiva; qui si produce un ulteriore strappo e la possibilità di una crisi totalmente irrisolvibile: una frattura intrafamiliare insanabile.

L'etimologia del termine adottare (dal latino optare, cioè scegliere, preceduto dal rafforzativo ad) indica la dimensione della scelta, intrinseca alla costituzione di un patto genitoriale di tipo adottivo.

Anche il figlio è chiamato nel tempo, soprattutto in adolescenza, a effettuare una scelta e decidere di essere figlio di quei genitori. In tale senso il legame familiare va visto in termini di "patto", termine che richiama ad aspetti paritetici di etica del legame.

La coppia, in concomitanza con l'entrata del figlio adottato in adolescenza, spesso riattraversa le motivazioni che l'hanno spinta  alla scelta adottiva. Le verifiche alle quali è di continuo sottoposta dal figlio, il quale spesso nega ai propri cari un esplicito riconoscimento per gli sforzi fino ad ora compiuti nel creare un giusto e solido legame familiare, mettono a dura prova entrambi i genitori; essi si trovano a doversi interrogare nuovamente sulle scelte compiute e sui numerosi dubbi e paure già presenti ed elaborati nel periodo di attesa di abbinamento con il figlio.

Tornano a galla fantasmi circa la provenienza di stirpe, domande circa le somiglianze genetiche, dubbi circa la propria adeguatezza a coprire il ruolo genitoriale.E anche quando tutte le questioni citate non apparissero spontaneamente, ci penserebbe il figlio a ricordarle attraverso le sue crisi improvvise, i suoi comportamenti non sempre prevedibili, i suoi richiami talvolta drammatici.

La coppia rischia di scoppiare sotto il peso di atmosfere cupe, drammatiche, ostili,alle volte insostenibili. I genitori cercano una strada di comunicazione col proprio figlio e si trovano a dissentire sul comportamento del coniuge: "volano" accuse, insulti, richiamia una maggiore maturità ecc.

La coppia attraversa una profonda mutazione: cresce insieme al figlio, ridiscutendo se stessa, la cultura familiare creata e sostenuta fino ad allora, i capisaldi del progetto che l'ha portata ad avvicinarsi a un progetto adottivo. I radicali cambiamenti di questo periodo possono sembrare prove troppo dure, tanto che alcuni genitori attraversano profondi stati depressivi, a volte rabbiosi e dolorosi. Il coniuge rischia di non essere più valido sostegno e le sensazioni di solitudine prendono spazio.

Ma questo è ciò che anche il figlio sperimenta! La sensazione di non appartenenza, di dover creare una nuova identità dal nulla o da uno strappo originario, provoca vissuti di solitudine profonda che figli e genitori condividono, il più delle volte inconsapevolmente.

Una madre che si sente sola e scoraggiata, un padre che prova emozioni altrettanto forti e un figlio che si vive solo contro il mondo. È dall'incontro di queste tre solitudini che rinasce la famiglia, luogo sicuro dove potranno rincontrarsi tutti e tre come adulti. Tre persone rinnovate che condividono una nuova consapevolezza di sé e dei propri amati.

Vi è un'unica certezza circa questo critico passaggio familiare: l'adolescenza finisce!

Equando ciò accade, il più delle volte si scoprirà che l'amore tra i membri dellafamiglia è stato rinnovato, riconfermato e non sarà più messo in dubbio!

Franco Carola

psicologo, psicoterapeuta e gruppoanalista, esperto in psicologia scolastica e in tecniche di rilassamento.

Lavora da anni sui temi legati al parenting e, in particolare, sulla genitorialità adottiva.

Docente in training presso la SGAI (Società gruppoanaliticaitaliana), è Student member IAGP (International Association for GroupPsychotherapy and Group Process)

 

n.d.r.: l'articolo è stato pubblicato sul numero di dicembre 2011 di Adozione e dintorni

Data di pubblicazione: 
Giovedì, Luglio 20, 2017

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