Autore: 
Anna Cestaro

Proverò a mettere insieme le mie riflessioni su Adozione e adolescenza prendendo le mosse dal rapporto con il maggiore dei miei ragazzi e soffermandomi soprattutto sulle criticità collegabili all’adozione di bambini che si avviano verso la pubertà.
E’ opportuno sottolineare che si tratta di semplici riflessioni, di considerazioni cioè che nascono dall’esperienza e dalla presa di coscienza su alcuni temi a mio avviso importanti. Non essendo esperta della materia, forse scriverò cose su cui molti non concorderanno. E ciò va bene perché su questo tema a mio vedere c’è un gran bisogno di confronto.
Mio figlio oggi ha tredici anni e mezzo. L’ho conosciuto che di anni ne aveva undici da poco compiuti. Un corpicino esile e legnoso, tipico dei bambini poco amati e malnutriti. Dimostrava molto meno dei suoi anni. Il suo sguardo severo però lo faceva apparire vecchio. Un piccolo vecchio che ha rinchiuso in un forziere il bagaglio emotivo dell’infanzia. Una delle prime cose che mi son chiesta è stato:
l’avrà gettata dal ponte sulla Vistola la chiave del suo forziere? La crescita del mio ragazzo è stata repentina. Già dopo un anno dall’arrivo in famiglia, lo sviluppo, il cambio della voce.
Ma noi a che punto stiamo del nostro riconoscerci, del nostro reciproco accettarci, del nostro provare ad amarci come madre e figlio?
Un primo ostacolo, per me, è costituito proprio dallo scambio fisico. Baci abbracci carezze di cui tanto avrebbe bisogno faticano ad arrivare, per lo meno ad arrivare con la fluidità che ci si aspetterebbe in un rapporto madre figlio. Per me questo è un grosso scoglio.
Lui ha un carattere chiuso, che la sua storia ha stigmatizzato ancora di più. Non cerca scambi affettivi, se non nella forma specifica della cura a una qualche ferita visibile. Superare i suoi blocchi emozionali, incisi sulle spigolosità del suo giovane corpo, è un compito cui mi sento parecchio inadeguata.
Se mi è consentita una prima generalizzazione della mia esperienza, penso che nell’adozione di un preadolescente sia innanzitutto importante misurarsi con la propria preadolescenza. Come abbiamo vissuto le trasformazioni del nostro corpo? Come e quanto ci siamo sentiti amati, in quel periodo della nostra vita? Quanto abbiamo imparato ad accettare e riconoscere l’altro sesso come nostro complemento naturale? Come vivevamo la sessualità?
Domande che un futuro padre e una futura madre di un preadolescente dovrebbero porsi con sincerità. Un altro aspetto critico è quello che io chiamo della “ricostruzione”. Tempo fa ho sognato mio figlio quand’era piccolo, due, forse tre anni. L’ambiente onirico era estremamente dolce. Sentivo un profondo amore per lui. Era grassottello e vivace come i bambini di quell’età. Lo sollevavo e lo facevo ridere (c’era dell’altro, ma non voglio uscire dal tema).
Dunque, la ricostruzione. Nella mia memoria emotiva, manca il ricordo di lui piccolo che si abbandona fiducioso tra le mie braccia. Manca il tracciato dei nostri primi passi assieme, del mio primo accompagnarlo nel mondo.
Ho parlato non a caso della mia memoria. Perché spesso si parla, in tema di adozione, della memoria dei bambini adottati ma si trascura a mio avviso la memoria del padre e della madre adottivi.
Quanto l’assenza in me di queste memorie condiziona un approccio più fluido allo scambio corporeo ed emozionale? E quanto può diventare drammatica questa assenza se si verifica al tempo in cui i mutamenti del corpo si fanno così rapidi e radicali da trasformare un bambino esile in un ragazzo dalla voce e dalla forza di un uomo?
Credo che la ricostruzione sia un passo importante. Essa ci consente di contattare la parte piccola, di conoscerla, integrarla e di aiutarla a ri-generarsi.. So che molte madri adottive vivono con i loro figli la ricostruzione di una nascita, di un allattamento, di uno svezzamento.
Ma è ovvio che ciò diventa difficile, se non impossibile, quando il figlio ha superato una certa età, o, per dirlo in termini diversi, ha abbandonato una certa forma fisica tipicamente infantile ed ha assunto forme adulte.
In questo caso la ricostruzione richiede di vedere ben oltre le apparenze (che nel mio caso impongono la vista su di un adolescente introverso, taciturno e scostante, piuttosto accondiscendente a un livello superficiale ma capace di covare molta rabbia a un livello più profondo), di non lasciarsi intrappolare dalle dinamiche di superficie e lasciar correre lo sguardo interiore verso le parti più nascoste, quelle parti che si esprimono di preferenza mediante linguaggi non verbali e nonnecessariamente coerenti. E avvicinarsi a quel territorio con delicatezza, senza giudizio e senza aspettative.
Nel mio caso, la ricostruzione ha preso avvio da quel sogno, che mi ha consentito di percepire la dimensione emotiva dello scambio con lui in un ambiente, quello onirico per l’appunto, in cui i linguaggi e le forme emozionali si sono incrociati grazie allo smantellamento delle strutture relazionali ordinarie. Da allora, ho visto realmente mio figlio con occhi diversi.
Comunque non è facile. E’ un allenamento costante. Anche perché si è perennemente sollecitati a considerare il tempo che passa, l’incalzare dell’adolescenza con le sue tipiche istanze. Infatti il tempo dell’adolescenza è un tempo in cui il genitore deve saper farsi da parte e guidare da dietro le quinte il processo educativo del figlio.
Come conciliare dunque queste istanze con quelle di avvicinamento imposte invece dal legame adottivo testé sorto?
Tento alcune risposte. Che poi sono le risposte che nascono dalla mia esperienza e che quindi solo in questo specifico contesto vanno considerate.
Io cerco di uscire dalle aree troppo codificate del sapere e di creare dei territori neutri in cui di tanto in tanto poterci rifugiare. Una sorta di ambiente staminale, predifferenziazione. Un ambiente dove ancora tutto è possibile. Mi spiego meglio.
Se sento che da parte di mio figlio c’è un’apertura, un farsi avanti, una disposizione a, cerco di coglierla lì per lì, magari saltando a piè pari un incontro, un impegno, un compito da fare. Mi ordino di lasciar fuori attese, giudizi, il vorrei che tu e il potresti e di lasciare che le cose si dispongano come viene più naturale.
Cerco di non pensare e di stabilire un contatto. Quello che con linguaggio da psicologi si chiama empatia. Mi basta questo. Sento che quando ci contattiamo tutto è possibile e tutto è accettato. E’ possibile anche non raccontare il proprio passato o mitizzarlo, è possibile anche non avere progetti per il futuro, è possibile anche stare in silenzio o prendere una nota a scuola.
Ecco, la scuola. Nella mia esperienza la scuola non aiuta in generale e in particolare può peggiorare moltissimo il rapporto con un figlio preadolescente, soprattutto se adottivo. Perché la scuola tende ad invadere con i suoi compiti e le richieste di prestazioni e i suoi giudizi e le sue sanzioni uno spazio familiare che dovrebbe essere dedicato a ben altro. Io ci son caduta nelle trappole della scuola. L’anno scorso, prima media, son partita lancia in resta nella corsa al “seguire mio figlio” nei compiti assegnati. Devo sostenerlo, devo aiutarlo a stare al passo, mi dicevo. In realtà, contribuivo solo ad aumentare il numero già eccessivo dei suoi insegnanti, dimenticandomi che il mio esserci nel rapporto con lui aveva tutt’altra funzione. Per fortuna la cosa è durata pochi mesi. Poi ho mollato, con buona pace degli insegnanti e dei programmi ministeriali.
Ma la scuola rimane un’area a fortissima criticità, perché tutte le volte che io e mio figlio ci avviciniamo a quell’ambiente finiamo con l’erigere una barriera, lui perché odia studiare e quel poco che fa gli basta e avanza, io perché se entro nella parte finisco con l’arrancare tra la frustrazione del suo non memorizzare e quella del non saper scrivere correttamente, o ripetere, o pronunciare, o tenere dignitosamente libri e quaderni. Oggi mi astengo dall’aiutarlo se non è lui espressamente a chiederlo. Quando mi fa una richiesta ci sono e cerco di esserci pensando più alla sua abilità ad arrampicarsi su una parete rocciosa o a risalire velocissimamente in bici un pendio scosceso piuttosto che al modo in cui pronuncia my name is Luca.
No, dalla scuola bisogna guardarsi, per il bene nostro e dei nostri figli.
A conclusione di queste riflessioni, vorrei spendere una parola a favore della Formazione. Che è stata a lungo, e in parte lo è ancora, il mio mestiere e che con convinzione scrivo con la effe maiuscola. Formazione per il cambiamento, anche dell’adulto. Del cambiamento volontario, intendo, non di quello necessitato che in qualche modo subiamo ma non vogliamo. Perciò auspico che le coppie che si rendono disponibili ad adottare, e nello specifico ad adottare preadolescenti o adolescenti, possano intraprendere un cammino formativo che proponga loro non soltanto letture e dati, ma anche e soprattutto l’occasione di lavorare adeguatamente su di sé. Perché se si è sufficientemente aperti di cuore, se si amano le età di grandi trasformazioni, se si accettano le sfide veramente importanti, l’adozione di un ragazzino o di una ragazzina può essere un’avventura grandiosa.
 

Data di pubblicazione: 
Lunedì, Maggio 15, 2006

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