Autore: 
Anna Guerrieri

All’inizio, tanti anni fa, vivevo il mio desiderio e la mia mancanza di figli ardentemente. Desideravo i miei figli e più che riuscire ad immaginare loro, immaginavo me stessa madre. Pensavo a come sarei stata, a che carezze avrei dato, a che mani avrei tenuto nelle mie. Pensavo me e i miei figli a giocare in un parco, immaginavo quelle ore del pomeriggio o della sera quando si chiude la giornata e ci si avvia alla cena, quando la casa è piena di penombra, luci calde, parole e profumi di cena. Sognavo le domeniche, le vacanze e il mare con i castelli sabbia e le piste per le biglie. Pensavo me madre di figli bambini e felici, senza “scuri” che li turbassero. O se pensavo a degli “scuri” pensavo che sarei stata “capace” di trasformarli in raggi di luce, come per magia.

Anni fa, tanti, pensavo me madre più che loro figli, sognavo che sarei stata la madre felice di figli felici.
Era prima che arrivassero, era quando aspettavo, quando io e mio marito dialogavamo tanto e a lungo con gli operatori che dovevano decidere se potevamo farcela o no come genitori adottivi, se eravamo autorizzati a provare ad adottare.

Sognavo tanto intensamente, allora, questi figli non nati da me, che se incontravo altre famiglie adottive ne piangevo. Qualsiasi cosa raccontassero, mi commuovevo, tanto forte era il desiderio, tanto forte la mancanza e la voglia. Qualsiasi cosa sentissi, anche il racconto di una profonda fatica e difficoltà, anche la narrazione di situazioni ambigue e complicate nei viaggi adottivi, io avevo “voglia” di andare “là”, dove un bambino in attesa sarebbe diventato mio figlio, mia figlia.

Nulla sapevo di quei bambini in attesa, nulla della solitudine loro e della loro mancanza, nulla del loro vuoto, nulla del dolore e della tristezza che rende un bambino “adottabile”.
Non sapevo nulla e non sapendo nulla sono andata dai miei figli come travolta dal tornado del Mago di Oz. 

Nel passaggio dall'attesa all'incontro

Ricordo bene quando mi svegliai da questo vortice ventoso. Ero nella metropolitana di Kiev e ad ogni fermata una voce registrata avvertiva di stare attenti alle porte che si aprivano e chiudevano. Erano 11 anni fa e ricordo, come se fosse adesso, che ascoltando la cantilena di quella voce, pensai che era finita una parte della mia vita, per sempre, e che ne iniziava un’altra, per sempre.

Attenzione, quindi, le porte si stanno aprendo. Attenzione, ora, le porte si stanno chiudendo! Intanto il Dnipro s’allargava attorno al treno con le sue rive sabbiose, i suoi ippocastani e la radioattività di Chernobyl sempre viva.

Sono diventata madre giorno dopo giorno, mentre il mio compagno diventava padre accanto a me, grazie ai nostri figli che ci trasformavano e ci rendevano loro, i loro genitori. Quelli da cui si esige, quelli a cui si chiede, quelli da cui si pretende, quelli cui ci si stringe, quelli cui ci si rivolge, quelli che “stanno” anche quando il vento della vita soffia forte. Quelli che rimangono. Quei genitori lì. Siamo diventati genitori forgiati nel fuoco delle loro anime, nel loro pianto e nel loro sorriso, nella loro fame di vita, di esserci e di contare per qualcuno. Ci hanno temprato con le loro rabbie e le loro paure, con gli incubi e i ricordi, con i loro desideri e le loro voglie. Ora che crescono e cambiano e diventano uomini e donne, ci temprano ancora di più e ci forgiano nuovamente, perché non si diventa genitori una volta per tutte, ma lo si è giorno dopo giorno, cercando di fare semplicemente del proprio meglio. E il proprio meglio spesso è così poco.

Adottare: da ad optare, scegliere come proprio ... Come proprio.

L’adozione, si può leggere in importanti e titolate ricerche, è lo strumento più straordinario per dare ad un bambino in stato di abbandono la possibilità di inventarsi una nuova vita. Statisticamente i bambini adottati hanno maggiori possibilità di avere una vita positiva di chi resta in istituti e comunità o di chi passa da un affido ad un altro. L’adozione è una risorsa per l’infanzia perché è realizzata nella carne e nel sangue, è una scommessa quotidiana, una messa in campo costante. Bambini che finalmente possono appropriarsi di genitori tutti per loro, che per loro rideranno e che per loro piangeranno, che di loro andranno eri e di loro si preoccuperanno. Questa è l’adozione e per questo è anche tanto faticosa e complicata.

Perché è “per i bambini” e non “per noi adulti” che la si mette in atto. Perché tutte le famiglie sono così sole nel tirar su i propri figli, sempre, figuriamoci quelle adottive. Perché l’adozione mette in discussione molti pregiudizi: quello del legame di sangue come radice fondante dell’identità di una persona, quello del patrimonio genetico come aspetto dominante di chi si è, quello della ripetizione del trauma senza possibilità di venir fuori da destini segnati dal dolore, quello che i primi anni di vita predeterminino l’intero futuro dei decenni successivi di una persona, quello dei colori e delle fattezze differenti che impedirebbero di appartenersi o di scoprirsi fratelli e sorelle.

L’adozione trasforma noi, i nostri figli, la società e per questo è importante che cresca la consapevolezza di cosa sia, di chi siano le persone adottate, di chi siano le persone che adottano, di quali siano i bisogni delle famiglie e dei bambini. È attraverso questa consapevolezza che l’adozione diventa agente di cambiamento della società civile, mettendo in discussione pregiudizi e scuotendo preconcetti. 

Data di pubblicazione: 
Venerdì, Maggio 5, 2017

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