Autore: 
Stefania Lorenzini

Un lavoro di ricerca con i ragazzi a dottati: le  interviste

Nei processi di costruzione dell'identità individuale e culturale, il contesto sociale in cui i bimbi e la famiglia sono inseriti ha certamente una grande rilevanza. In particolare, l'ingresso ascuola, quale prima significativa esperienza di uscita dal protettivo ambiente familiare, segna per il bambino il passaggio a una condizione di maggiore autonomia all'interno di contesti relazionali più ampi e diversificati, caratterizzati da rapporti privilegiati con gruppi di coetanei e con figure adulte diverse da quelle parentali.

L'ingresso a scuola costituisce prioritariamente per l'alunno e per la sua famiglia un'esperienza relazionale, uno sperimentare se stessi nel vivere sociale, connotato da aspetti emotivo-affettivi oltre che cognitivi. Grazie ad approfondite interviste di tipo qualitativo2 sono state raccolte le parole di 48 giovani adottati in Italia, di provenienza extra europea e in età compresa tra i 18 e i 29 anni al momento dell'intervista. Parole con cui ci hanno raccontato molti aspetti della loro storia di vita e della loro esperienza, prima dell'adozione e poi nella nuova famiglia e nel nuovo contesto sociale. Tra le numerose tematiche affrontate nel corso delle interviste, ampio spazio è stato riservato anche ai ricordi e alle riflessioni relative all'esperienza vissuta nei vari gradi del percorso scolastico: dalla scuola dell'infanzia all'università.

Tutti gli intervistati, infatti, hanno effettuato percorsi complessivamente positivi, proseguendo gli studi sino all'obbligo e oltre: molti al momento dell'intervista erano studenti universitari o già laureati.

Quanto sto per evidenziare ha dunque il valore di corrispondere a ciò che emerge e risulta rilevante nelle parole dei giovani stessi, che ricordano e riflettono, in età più matura, sulle loro esperienze nei diversi contesti scolastici.

In particolare, porto l'attenzione (perché lì mi portano le narrazioni degli intervistati) su aspetti che non hanno  strettamente a che fare con l'ambito degli apprendimenti, ma che, attenendo essenzialmente alla sfera relazionale, possono influire o interferire, anche in modo sostanziale, sugli apprendimenti.

Nella prospettiva pedagogica e interculturale entro la quale si sviluppa la mia riflessione riordino qui alcuni dei "punti caldi" emersi e da intendersi come altrettanti terreni di una problematicità che, pur senza dimenticare gli aspetti positivi rilevati, rimane a interrogarci, a chiederci ed anche a suggerirci interventi e risposte da offrire, da costruire. Le testimonianze raccolte ci danno spunti molto importanti; resta ferma la precisazione per cui, laddove si ipotizzino interventi concreti, sia fondamentale partire dai volti, dalle storie, dalle persone reali con le quali ci si trova ad operare: i bambini, tutti i bambini e le bambine che abbiamo nella classe, nella sezione, e le loro famiglie naturalmente.

Il contesto scolastico e lo sguardo degli altri

È proprio dalle parole dei giovani intervistati che il contesto scolastico risulta in primo luogo un ambito privilegiato in cui l'incontro con gli altri corrisponde a guardarli ed esserne guardati. Gli altri divengono testimoni delle proprie peculiarità anzitutto somatiche e della differenza tra sé e i propri genitori. Le origini differenti, cui lo sguardo altrui dà evidenza, possono essere intese come segno di una non appartenenza.

Viceversa, lo sguardo degli altri può offrire conferma dell'autenticità e del valore dei propri legami familiari:

Il ricordo più bello è di quando per festeggiare la conclusione dell'anno scolastico si facevano le recitine, mi ricordo che venivano come spettatori tutte le mamme e lì io ero molto orgogliosa che mia madre venisse a vedermi, ad applaudirmi e a far vedere che io ero proprio la loro figlia. Questo per me significava che loro mi volevano bene"

Sentire lo sguardo su di sé corrisponde anche a sentire ciò che gli altri pensano delle peculiarità della propria storia e, in particolare, dell'origine adottiva della propria famiglia e delle differenti radici somatiche e culturali. Esperienza, questa, che concorre in maniera rilevante a disegnare i confini e le caratteristiche della rappresentazione di se stessi, in termini generali della propria identità.

La principale implicazione di questo concerne l'immagine che della realtà familiare adottiva è presente (anche in modo non consapevole) nel contesto scolastico, anzitutto negli insegnanti e compagni. E se l'idea della differenza/peculiarità che in essa emerge è connotata negativamente è con questa che i protagonisti dell'adozione si trovano a confrontarsi.

Anzitutto gli insegnanti dovrebbero porsi la domanda fondamentale: qual è la mia idea dell'adozione?

Perché questa opinione si riverbererà facilmente negli atteggiamenti. Occorre partire da se stessi, adulti e insegnanti, per poi prestare attenzione a quali messaggi arrivano su questo ai bambini anche dai compagni e a volte dalle loro famiglie.

Nella scuola primaria è frequente l'approccio che vede partire lo studio della Storia dalla storia personale.

Questo momento deve essere pensato e impostato in modo da lasciare spazio a tutte le possibili storie individuali e familiari, tra cui quelle adottive.

La scuola è anche il luogo in cui ci si confronta con la curiosità degli altri, curiosità che può corrispondere a un autentico "interessarsi a", ma che a volte può essere anche eccessiva, connotata in modo negativo, o vissuta con disagio da chi la riceve:

 Ma..  i tuoi genitori, quelli dell'India, sono ancora vivi?..ti piacerebbe conoscerli? Queste sono sempre state delle domande veramente brutte, atroci..

Per questa giovane era così. Le sue parole esprimono un disagio che non dovrebbe essere lasciato a se stesso.

Anche gli stereotipi e i pregiudizi negativi, svalutanti,che spesso gravano sui paesi, sui popoli e su coloro che sono ritenuti appartenere a quei paesi e popoli, dai quali anche gli adottati di origine straniera provengono, coinvolgono l'immagine di sé che essi vanno sviluppando. Alla famiglia e necessariamente alla scuola, agli insegnanti è richiesta la capacità di guardare alle proprie idee preconcette riguardanti i paesi del sud del mondo e coloro che hanno il colore della pelle, i tratti somatici, linguaggi, culture, religioni diverse, poiché i contenuti di tali idee passeranno, in maniera esplicita o implicita, come messaggi che hanno profondamente a che fare con la costruzione dell'identità dell'alunno, anche quando di origine straniera e divenuto figlio, oltre che cittadino italiano, con l'adozione.

I giovani intervistati testimoniano con significativa frequenza - 33 casi su 48 - esperienze in cui sono stati "oggetto" di pregiudizio e razzismo provocati dal loro mostrare tratti somatici riconducibili a paesi e culture "altre". Per quanto riguarda specificamente l'ambito scolastico, la maggior parte degli intervistati ha raccontato episodi di offesa e derisione, subiti in prima persona, dalle conseguenze di diversa intensità:

Quando ero piccola mi chiamavano "cinesina","paraflu", "banzai", dipende dal periodo, da cosa davano in TV, però sono cose che non mi hanno mai toccato. Lo trovavo stupido, magari i ragazzini volevano fare la battuta con gli amici, mi chiamavano dicendo <Kaori Kaori>, mi voltavo, loro ridevano e andavano via.

In altri esempi i toni si fanno più forti e le conseguenze sono riconosciute come particolarmente dolorose:

Un brutto ricordo è sentirsi dire da un compagno delle elementari <negro di merda>; questa è una cosa che forse non si dimentica mai. E' capitato anche alle medie, durante un litigio tra compagni..

In questi aspetti va individuato un rilevantissimo ambito di problematicità, patito spesso in solitudine, in assenza di adulti capaci di supportare, spiegare, trasformare.

Le questioni legate alle differenze si evidenziano come qualcosa che fatica a trovare spazio nei contesti scolastici: in termini generali, in quanto tratto sempre presente nella normalità e occasione di arricchimento reciproco, e in termini specifici, per ciò che attiene alle peculiarità connesse all'adozione internazionale.

Nelle parole di alcuni intervistati emerge l'essere "diversi" come qualcosa che "fa problema" per molteplici aspetti: nell'adozione, nell'appartenenza etnica, nelle differenze somatiche, ma anche per il provenire dal sud dell'Italia, nell'essere sovrappeso. Cito, ad esempio, le parole di una giovane indiana:

Con i miei compagni avevo un bellissimo rapporto anche perché prendevo sempre le difese magari di quella che era la più grassa e che prendevano in giro. Invece un mio compagno che aveva i genitori siciliani, quindi era uno molto scuro, però prendeva in giro me per la carnagione. Gli altri miei compagni di classe, a parte questo, no; però, quelli della scuola si, mi prendevano in giro per il colore della pelle..

La difficoltà a rapportarsi alla "diversità" come a qualcosa che suscita imbarazzo, a volte disprezzo o paura, risulta essere piuttosto generalizzata nell'esperienza scolastica raccontata dai nostri intervistati e, quando il riconoscimento della diversità pare corrispondere più al concetto di "stigmatizzare" che a quello di "valorizzare", il sentirsi diversi si traduce in frustrazione che non consente di godere dell'originalità delle proprie peculiarità.

Alle superiori i miei compagni erano curiosi, mi facevano domande, da dove vieni, certo, magari quando saltavano fuori argomenti o modi di dire (per esempio, sei arrabbiata nera), allora si vedeva che diventavano rossi, perché l'avevano detto accanto a me; questo mi dava noia, non quello che avevano detto, ma la loro reazione;  lì mi sentivo diversa da loro, alcuni argomenti si vedeva che creavano imbarazzo perché c'ero io.

Le differenze

Direi che chiedersi quale significato attribuiamo alla differenza e alle diverse manifestazioni della differenza è un'altra fondamentale domanda che occorre porsi.

Direi che si tratta di un altro dei terreni più impervi, ma su cui è fondamentale muoversi per uscire  dall'imbarazzo: scendiamo sul terreno del confronto e dello scambio, della condivisione, dell'ascoltarsi per suscitare a propria volta idee, per trovare ciò che ci accomuna, per trovare ciò che ci differenzia, per capire che tutti hanno con gli altri qualcosa che accomuna e qualcosa che differenzia, le specificità attengono a ciascuno e a tutti.

Valorizzare le differenze corrisponde a una scelta educativa e valoriale.

Un punto ancora su cui mi pare importante portare l'attenzione è l'esperienza di scuola fatta prima dell'adozione, chiaramente questo va inteso in relazione all'età dei bambini:

 In Brasile sono andata a scuola qualche mese, però lì il modo di andare a scuola era <<...>> Perché lo stato passava la merenda e siccome eravamo molto poveri andavamo a scuola per prenderci la merenda, non abbiamo imparato a scrivere né a leggere, sono venuta in Italia e ho iniziato a 12 anni, dalla quarta elementare, ho imparato a scrivere qua.

L'esperienza di che cos'è scuola può essere abissalmente differente: chi è l'insegnante, qual è il comportamento da tenere con un insegnante o in generale verso l'adulto? Le differenze che possono essere profonde rendono indispensabile tenere conto dello scarto tra l'esperienza pregressa e quella presente.

Per gli insegnanti può essere importante conoscere i percorsi cognitivi e relazionali, le esperienze scolastiche pregresse, le competenze acquisite in precedenza per meglio comprenderne aspettative, bisogni e il significato dei comportamenti o delle difficoltà del presente; facendo però attenzione a un rischio insito anche nel conoscere, che è quello di spiegare i comportamenti, le difficoltà del presente esclusivamente in relazione alle difficoltà del passato. Tutto questo richiede una stretta interazione con le famiglie, la costruzione di una costante reciprocità nel confronto e nella fiducia.

L'obbiettivo non è facile da raggiungere, sia per le concrete difficoltà a ottenere informazioni sulle vicende preadottive per le famiglie stesse, sia per eventuali atteggiamenti di chiusura dei genitori rispetto a ciò che riguarda la storia dei figli.

Tuttavia, non si può dimenticare che i bambini, e in particolare i più grandicelli, possiedono un patrimonio di esperienze anche sul piano scolastico o che, al contrario, possono non avere effettuato alcuna esperienza di scolarizzazione nel paese di origine e soprattutto che, comunque, sono abituati a un sistema di regole di vita anche molto differente da quello proposto nei nostri contesti.

Conoscere può servire a capire e a evitare errori di valutazione che possono produrre anche conseguenze più gravi laddove si interviene sulla base di un'interpretazione sbagliata; ma anche conoscere per recuperare degli aspetti dell'esperienza pregressa, per valorizzarli, per riconoscerli, per accoglierli, per non imporre in una prospettiva assimilativa l'occultamento totale del patrimonio esperienziale che porta con sé un bambino nel suo radicale cambiare mondo con l'adozione.

Porto un ultimo esempio, la giovane proveniente dall'India che qui cito, rispondendo ad una domanda in cui le si chiedeva se nella sua esperienza scolastica fossero stati accolti aspetti della sua esperienza precedente oppure no, ci dice:

Tendenzialmente alle elementari dovevano lasciare più flessibilità al fatto di avere una cultura diversa, per esempio ad educazione fisica io mi sedevo con le gambe incrociate, però nella maniera diversa, come si faceva in India, ed era una cosa che non hanno mai accettato perché loro sicuramente l'hanno fatto per non fare notare la diversità, però alla fine hanno tendenzialmente eliminato la mia cultura originale tentando di inculcarmi quella di adesso, sono cose che invece possono convivere benissimo.

Considero questa risposta un vero e proprio concentrato di sapienza. Prima di tutto questa giovane ci dice che la sua cultura di origine è anche "il modo in cui io mi sedevo". Ci dice qualcosa di fondamentale dal mio punto di vista: cultura, per un bambino, per una bambina, è un insieme variegatissimo di tasselli di esperienza che attengono anche a questi aspetti, alle abitudini acquisite, alle cose imparate, alle modalità con le quali si facevano certe cose, a come si dormiva, a come ci si sedeva per terra, a come si mangiava. Cultura è anche questo. Quando si pensa alla cultura di un bambino, quando ci si pone un quesito fondamentale su come poterla accogliere e riconoscere, si deve pensare anzitutto al suo background esperienziale. Segni eloquenti di questi patrimoni esperienziali possono essere conosciuti, riconosciuti e valorizzati anche "semplicemente" grazie ad una fondamentale disponibilità all'osservazione, all'ascolto, all'accoglienza.

 

1 Ricercatrice in Pedagogia Generale e Sociale (Pedagogia Interculturale), Alma Mater Studiorum -Università di Bologna.

2 Miriferisco a un percorso di ricerca, "Adozioni internazionali: percorsi positivi di inserimento familiare e sociale", realizzato in collaborazione con altri ricercatori, che ha riguardato adozioni internazionali caratterizzate da un positivo inserimento familiare e sociale.

 

PER LEGGERE:

  • Adozione internazionale: Genitori e figli tra estraneità e familiarità, AlbertoPerdisa, Ozzano dell'Emilia (Bo), 2004.
  • Adozioni internazionali: un nucleo interculturale di affetti, ma non sempre. Storie di adozioni impossibili fortemente problematiche (in collaborazione con M.P. Mancini), Bologna, Regione Emilia Romagna 2007, p. 167.
  • Genitori e Figli che arrivano da lontano: l'adozione internazionale, Mariagrazia Contini (a cura di), Molte infanzie, molte famiglie. Interpretare i contesti in pedagogia, Carocci, Roma, 2010, pp. 119 - 138.
  • Cosa non è l'adozione: rappresentazioni diffuse, idee e parole scorrette, incorso di pubblicazione in Infanzia, 2010.
  • Accoglienza, inserimento, integrazione: incontrare la differenza a scuola Stefania Lorenzini., in Report "A scuola di adozione: percorso di preparazione del personale della scuola sulle problematiche di integrazione dei bambini adottati" - Genitori si diventa onlus - Reggio Emilia.
Data di pubblicazione: 
Giovedì, Febbraio 3, 2011

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