Autore: 
Anna Guerrieri, Fabio Antonelli

La scuola sta per riprendere e con essa i compiti a casa. Ci sono figli molto autonomi o molto rapidi nell'apprendere e nel memorizzare, ce ne sono altri che hanno bisogno, a lungo, di qualcuno accanto che li sostenga nel lavoro dell'imparare. Da genitori noi ci siamo trovati a doverlo fare spesso, con entrambi i nostri figli, essere lì accanto a loro nei fine settimana o nei pomeriggi dopo scuola, per spiegare, per aiutare, per far sì che i concetti non svanissero via giorno dopo giorno, come un torrente che corre troppo veloce e non si ferma. Col tempo abbiamo scoperto che non sono così pochi i bambini adottati che hanno bisogno di un intervento che aiuti nel momento dell'apprendimento, soprattutto quando dal concreto si passa verso l'astratto e il simbolico.

C'è chi per questo, consigliato a farlo e avendo trovato disponibilità nella scuola, ha i figli in classi differenti da quelle che verrebbero assegnate per età, c'è chi si avvale di un sostegno a seguito di una certificazione vera e propria, c'è chi riesce a inserire una figura esterna per i compiti, c'è chi - come noi - si è trovato a seguire i figli personalmente. Noi non sappiamo cosa sia meglio, né perché a volte ci si trovi imbarcati in un contesto piuttosto che un altro (a meno che non ci siano disturbi di apprendimento veri e propri), sappiamo solo che abbiamo passato tante ore accanto ai nostri figli. Sappiamo che non è stato facile, che talvolta ci ha logorato i nervi, che a volte abbiamo esagerato e sbagliato e che si deve sempre tenere a mente che l'aiuto da parte di un genitore è sostegno ma anche rischio, perché la scuola non è tutta la vita e sulla scuola non ci si può giocare tutta la relazione tra genitori e figli. Lo sappiamo perché ci siamo passati, e con tante difficoltà ci siamo proprio scontrati.

Imparare... giocando

Con grande umiltà vi raccontiamo alcune strategie di "insegnamento» che ci hanno fatto divertire, che si sono trasformate in momento di soddisfazione e che hanno aiutato i nostri bambini.

Mangiando le tabelline

Che difficoltà imparare le tabelline! Per alcuni bambini la memoria sembra avere un limite nel tempo, e quello che si impara in un giorno, sfugge il giorno dopo. Nell'aritmetica, poi, il passaggio al simbolo porta con sé la difficoltà di dover avere la "sicurezza" di avere acquisito il significato di cosa indichi quella specifica quantità, quella specifica numerosità e di come si manipoli. Si fa presto a dire che imparare la tabellina del 6 significa partire da 0 e aggiungere sempre 6. Prima di tutto "aggiungere 6" non è facile per chi deve ancora usare le dita per fare le somme nella mente, e poi cosa c'entra la moltiplicazione (0 x 6, 1 x 6, 2 x 6, ecc. ecc.) se poi si dice di "aggiungere sempre 6". Crediamo di aiutare i bambini, ma a volte li investiamo di concetti astratti uno dopo l'altro, e loro non si sentono sicuri neanche del primo. Loro, i numeri, hanno ancora bisogno di toccarli. Così un giorno, con dei fagiolini bolliti, con delle rotelline di carote, con dei chicchi di mais, ho iniziato a schierare sul piatto la tabellina dell'1, e poi quella del 2, e poi quella del 3... Ne servono di chicchi di mais, mentre le tabelline salgono! E la mia bambina leggeva la tabellina che le schieravo sul piatto numero dopo numero e se li mangiava. Mangiava il 2 e il 4 e il 6 e l'8... Ogni numero una manciatina. E alla fine ripeteva tutta la tabellina.

Non era la prima volta che lavoravamo sulle tabelline, ma quella volta le ricordò così rapidamente e di gusto, che finimmo il compito di getto e con un gran sorriso. Ne valeva la pena.

Il rap delle poesie

Con entrambi i miei figli, aiutarli a imparare le poesie a memoria è sempre stato piuttosto difficile. Per chi ha una difficoltà a memorizzare in modo sequenziale imparare le poesie è un compito gravoso, e anche un po' noioso: si impara una frase, una strofa per volta, ripetendola finché non la si è memorizzata, quindi si procede alla successiva e si ricuce il tutto nella ripetizione di un brano più lungo fino ad arrivare alla recita globale di tutta la poesia. Nel frattempo "l'infante", a meno che non goda di particolare facilità mnemonica, si è rotolato per terra, addormentato, messo a piangere, ha ripetuto frasi sconnesse e, infine, litigato con voi. Però i bambini imparano canzoni, conte, filastrocche a volte anche complesse. In tutti questi i casi una musica o una sonorità sono coinvolte.

Da questa riflessione, spinto dalla disperazione, ho provato a introdurre un fattore musicale nella ripetizione delle poesie. Non essendo particolarmente portato per la musica, ho provato a rappare le poesie che dovevano studiare. La cosa ha funzionato, non sempre ma spesso, sia con il mio primo figlio che con la seconda. Associando una forma di sonorità e divertimento alla ripetizione, la situazione si è sbloccata e siamo giunti alla conclusione del compito. Con la seconda figlia, oltre al rap a volte ha funzionato anche cercare di intuire il ritmo nascosto nelle poesie. Sfruttando quel ritmo, le si può ripetere cantandole, la memorizzazione, di nuovo, risulta più facile e più divertente (in fondo è lo stesso concetto del rap, solo leggermente più raffinato).

In questo, mi ha illuminato ascoltare Bruno Tognolini recitare le sue poesie. Qualora mai vi capitasse l'occasione di ascoltarlo, non perdetela: Tognolini fa veramente comprendere come una poesia abbia senso solo se si rispetta il suo ritmo intrinseco. Infatti lui le chiama filastrocche.

Il lego delle decine

Il concetto di decina, di gruppo da dieci non è affatto immediato da digerire. Essere una decina non nega il fatto di essere 10 unità. Quindi l'introduzione del concetto di decina può confondere il bambino che non vede immediatamente l'utilità di contare a gruppi. La decina utilizza il concetto di insieme e conduce al valore posizionale della cifra all'interno di un numero. Insomma è meno banale di quel che sembra. Uno stratagemma che ha un po' funzionato, più degli onnipresenti regoli, è stato quello di costruire le decine con colonnine di mattoncini Lego. Infatti la colonnina si lega insieme, fornendo l'unitarietà del gruppo da dieci, ma contemporaneamente lascia ben visibili i dieci mattoncini (le unità) che la costituiscono. È un modo per far capire perché 10 diventa 1... decina.

Una variazione sul tema è utilizzare il Lego per costruire degli schieramenti da 2, da 3 ecc... per costruire le tabelline. Su una delle basi del Lego si attaccano dieci mattoncini da 2 (quelli piccoli) uno dietro l'altro. Il bambino può quindi contare a due a due ripetendo così tutta la tabellina. Si ripete la stessa cosa con i mattoncini da 3, da 4, da 6, da 8 e da 10. Quelli da 5, da 7 e da 9 vanno costruiti, ma il concetto rimane lo stesso.

Studiare il tempo...quello storico e quello verbale

Disegnando la preistoria

Il passaggio in terza elementare con l'introduzione della storia e dei primi concetti evolutivi è sempre gradito ai genitori, soprattutto da quando (dopo la riforma Moratti) si è espanso lo studio della preistoria a tutta la terza, invitando così le maestre a riempire tale tempo con tante nozioni per lo più non adeguate al livello di bambini di terza (voi sapete la differenza tra un paleontologo e un paleografo?), tanto più se si sta parlando di bambini che hanno speso parte della loro vita in istituto e che, a causa dell'uniformità delle giornate in tali ameni luoghi, spesso presentano delle notevoli difficoltà a capire il flusso e la ciclicità temporale.

Quindi per spiegare come si è evoluto l'uomo a partire dal ramapiteco per passare all'homo habilis, erectus, cro magnon, ecc. ecc. fino a noi, (noiosissimi homini sapiens sapiens), e per far capire chi veniva prima e chi dopo e in cosa si distinguevano i nostri antenati, ci siamo inventati una specie di lungo disegno spaziotemporale.

Come funziona? Si deve avere un minimo talento grafico.

Si prendono vari fogli da disegno e su ognuno si raffigura un paesaggio sullo sfondo e una scena corrispondente a una fase evolutiva dei nostri antenati: per esempio i pitecantropi sono più o meno scimmie, l'habilis usa i primi utensili, l'erectus sta in piedi e si ripara nelle caverne ecc. (aiutatevi con il libro di storia). Attenzione, il paesaggio è importante! Infatti dovete disegnarlo in maniera tale che si colleghi precisamente al paesaggio di sfondo della tavola precedente e successiva. Su ogni tavola in alto scrivete il periodo e il nome del nostro illustre antenato e quindi, assieme ai figli, collegatele tutte tra loro con dello scotch fino a formare un lunghissimo disegno che illustra l'evoluzione dell'uomo. È un lavoro un po' lungo, richiede pazienza, un po' di abilità grafica e è un po' difficile da riporre, ma fa capire abbastanza bene il concetto di flusso temporale e di evoluzione.

Non erano bastate le letture e le schede semplificate che avevo trascritto durante la lettura fatta da mio figlio. Questa volta non erano bastate. L'attenzione fuggiva, la voglia di studiare era sfilacciata come nebbia nel vento. Allora, prima di arrabbiarmi, di frustrarmi e litigare, mi tenni vicino al cuore la consapevolezza che mio figlio imparava ascoltando e guardando più che leggendo. E iniziai a raccontare quella storia, di Federico II e del suo regno, a narrare della sua storia personale, di chi gli si opponeva e perché. Ma non raccontavo come una lezione. Io, in quell'istante, recitavo. E ci mettevo i suoni, e il cambio di voce, di tono, ci mettevo i rumori e i botti.

Io avevo fatto di Federico II come un racconto, un'epica, una "storia" che valeva la pena di ascoltare. Una storia che attraversava l'Italia e il Medioevo, facendolo sembrare qui e ora. E quel pomeriggio la storia divenne bella, divertente, interessante, forse non precisa come quando si approfondisce leggendo un testo scritto, ma vicina e pulsante sì. E molto a lungo sarebbe stata ricordata.

La scatola dei verbi

Si prende un foglio di carta bianca e lo si taglia prima a strisce, quindi a rettangolini. Su sei rettangolini si scrivono i pronomi personali, mentre su altri triangolini si scrivono i tempi semplici di un verbo a scelta: mangio, mangiavi, mangeremo... e i participi passati. Su altri ancora si scrivono i tempi semplici del verbo avere e del verbo essere: hai, aveva, avrete ecc... Quindi si prendono varie scatole di diverse grandezze, una di queste deve essere piuttosto grande (una scatola da scarpe andrà benissimo).

Le si fodera di carta e le si colora o decora assieme. A questo punto sulla scatola più grande si scrive: «Il Grande Gioco dei Verbi» e la si riempie di tante scatoline: una con i pronomi personali, una con i tempi semplici del verbo scelto, una con i tempi semplici del verbo avere, una con i tempi semplici del verbo essere e una con il participio passato (se volete potete anche dividere i tempi semplici in sacchetti). Inoltre va tenuta a disposizione anche una scatola vuota un poco più grande con su scritto: «Tempi composti». In quest'ultima potrete inserire il participio e il tempo semplice del verbo avere per far vedere, quando sarà il momento, come si compone il tempo composto. Riempite la scatola da scarpe con tutto questo armamentario e la scatola dei verbi resta lì, nella stanza, ogni giorno si pesca qualcosa e si pensa: che tempo è?, che modo è?. A volte ci si lavora di più, a volte solo una sbirciatina. L'importante è che sia lì, pronta a essere toccata, guardata. A volte si prendono più pezzetti e si vede cosa succede a combinarli assieme quando "egli aveva" diventa "egli aveva mangiato". Si mischiano le cose insieme e si scopre cosa succede e cosa è lecito far succedere, e mettendo anche a posto le forme verbali nelle loro scatole o sacchetti si riesce a impararne anche un po' il nome.

Data di pubblicazione: 
Giovedì, Febbraio 3, 2011

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Stefania Lorenzini, Ricercatrice e docente di Pedagogia Interculturale presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” dell’Università degli Studi di Bologna.