Autore: 
Anna Guerrieri e Francesco Marchianò

Quando ci si racconta, quando si trovano le parole per dire cosa si è e cosa si è stati, si definisce la geografia della propria anima. Si costruisce una mappa interiore, la si sistema con cura, si mette ordine insomma e si pongono le basi per andare avanti. Raccontarsi talvolta è uno stato di grazia, ma è importante che, accanto, ci sia qualcuno disponibile ad ascoltare e che sia pronto ad addentrarsi nel nostro paese interiore. Qualcuno che non ci respinga, che accetti di diventare testimone di quel che abbiamo da dire. Dove c’è un narratore deve esserci un ascoltatore ed ascoltare è faticoso imponendo di andare oltre se stessi, evitando di rincorrere troppo gli echi che le parole degli altri suscitano e cercando invece di riuscire a guardare la verità offerta da chi si racconta per come è.

Ci aspettiamo, più di quanto crediamo, dai figli racconti e ricordi fatti di parole e fatichiamo a realizzare che un bambino possa raccontarsi semplicemente vivendo, essendo, agendo. Riceviamo i flash del passato e ci scopriamo fuori ritmo, così sempre impreparati all’emergere della vera loro storia. Essere famiglia adottiva richiede non tirarsi indietro rispetto alle tante contraddizioni, interruzioni ed emozioni che suscitano le tracce del passato. Si tratta di percorrere una strada che permetta di portare in superficie le proprie idee e convinzioni e di metterle in discussione per essere più in grado di lasciarsi trasformare dai figli.

I figli adottati portano la differenza, una differenza enorme e plateale, e la narrano ogni giorno semplicemente vivendo. Anche quando sono stati accolti appena nati, quel loro prima, è ampio e vasto, contiene un mondo che non è vicino a quello dei genitori. Sembra più facile capirlo per un figlio arrivato grande da un altro paese (così facile che lo si può quasi banalizzare) ma è vero anche per una bimba appena nata. Magari sono il suo colore, il suo taglio d’occhi a parlare del suo prima e si tratta di “dettagli” impossibili da sottovalutare perché è proprio quello che turba che interessa, quella cosa che si vorrebbe minimizzare, archiviare, dare per scontata. Il dettaglio colto con la coda dell’occhio, l’effetto collaterale che su cui si vorrebbe andare oltre, può essere quello che rende in grado di entrare in contatto con la realtà dell’altro. I figli adottati portano “l’altro” dentro e con questo “altro” si ha la necessità di interagire.

Perché se fossi nato da voi, parliamoci francamente, io tutti questi problemi non li avrei. Voi, a scuola, eravate degli assi, così, senza sforzo.

Ma io non voglio questo colore. Io voglio essere come te e basta.

Ricordo che mi hanno chiamato in istituto, mi hanno vestito bene, avevo poche cose con me, alcune cose di mia madre [biologica], ci hanno presentato, ricordo che li chiamai subito mamma e papà, perché se non lo avessi fatto allora penso non sarei riu- scita più a farlo1.

... però, all’inizio tante volte pensavo: «Potevo essere qua con i miei veri genitori, chissà come sarebbe stato il rapporto con loro», penso che un po’ cambi, nel senso che il rapporto con il proprio genitore è qualcosa che boh... non so è diverso, si sente in un altro modo, poi invece quando è adottivo è bello, è tutto, dopo si instaura però c’è sempre quel qualcosa che ti piacerebbe fossero veramente i tuoi. Per vedere com’è... però, tutto somma- to, adesso va beh, non ho più questi problemi..., sto bene, sto anche bene2.

Per capire un bambino ci vuole tanto tempo perché pensano diversamente dagli adulti i bambini e spesso non viene dato loro nemmeno abbastanza tempo per rivelarsi. Quante volte vengono forzati perché si deve, inevitabilmente, forzarli a fare quel che debbono per crescere. Quanto viene forzato un figlio venuto da altrove? Si tratta di altri ritmi, altre storie, altri modi, altri odori, sapori, contesti. Gli adulti impongono cambiamenti drammatici e repentini nel passaggio da un mondo ad un altro,da un lì ad un qui, da un prima ad un ora, e non è neanche troppo evitabile visto che questi figli vanno davvero portati dentro la nuova famiglia per poterli poi presentare al mondo come figli propri. Per questo sorprendono all’improvviso quando riescono, nella marea di sovrastrutture in cui vengono inseriti (casa, scuola, vita sociale), a fare arrivare qualcosa di totalmente loro.

«E io dov’ero? Dove stavo?», chiede una bambina di dieci anni arrivata da un anno dalla Federazione Russa alla madre guardando una foto dei genitori prima dell’adozione. Una domanda fatta magari nel momento meno appropriato diventa un’opportunità che dà tempo per riflettere, tempo che può venir rubato solo dall’assillo del dover rispondere qualcosa. Questa è una domanda che, in realtà, ha a che fare con l’essere assieme nello spazio e nel tempo, chiede: «Ma noi siamo assieme per una casualità? Per un destino?». Un bambino arrivato dalla Bulgaria, a cinque anni chiede alla madre se fosse stato nella sua pancia. Rispondere a questo tipo di domande significa anche chiedersi quanto sia necessario sviluppare la capacità una risposta non verbale, fisica, fatta di una semplicità che non sia semplificazione e che permetta di accogliere la realtà dei fatti.

Ha voluto farsi piccolo ed entrare in ogni modo sotto il mio ma- glione, e per essere soddisfatti abbiamo dovuto giocare e giocare che lui nasceva. E tutti lo vedevano e tutti erano felici.

Il gioco più bello era sempre quello di stare nella “casetta”, assieme, circondati da mille pelouche, da mille carabattole, assieme sotto una coperta.

Lui non vuole assolutamente sentirsi dire che è adottato. Si arrabbia e piange. Ed io non so cosa fare. Resto lì interdetta. Non lo so consolare.

Ci chiediamo se tutti i ricordi che racconta siano veri. La mamma cucinava benissimo, lei sì che era capace di tenere i bambini... Era tutto perfetto, insomma.

Che uno non ci crede, è così piccina, ma quando si arrabbia le può uscire: «Tu non sei mia madre». Io davvero allora ci resto spiaz- zata, magari me lo fa al supermercato. Davvero ci pensa già?

Si tratta di domande che arrivano soprattutto alle madri e, a volte, è proprio nel dialogo con altre madri che si può trovare il modo per una risposta, madri biologiche magari, che abbiano sperimentato il bisogno di ritrovare un contatto fisico che in qualche modo era stato interrotto, anche solo per un attimo. Quando i figli sono molto piccoli non sono le parole che contano (e talvolta neanche quando i figli sono grandi). Serve il proprio corpo e come si sta nello spazio con loro.

I pensieri dei bambini adottati sulla propria madre di origine sono forti, immediati, vengono da dentro. Che i nostri figli l’abbiano conosciuta o no, che la conoscano perfettamente o meno, questo pensiero permea il loro crescere e noi, i loro genitori adottivi, conviviamo con l’essere genitori, senza annullare o sostituire nessuno. Essere nati significa essere figli di una madre. Talvolta il suo volto è come “l’altra faccia della luna”, non lo si conosce, ma è là, poco oltre la notte, perennemente. Un figlio che conosce la propria madre, che ha avuto una possibilità di contatto vero, non può che narrarci chi sia sua madre. Ed è il meglio che possa fare, dirci chi sta oltre quello spazio siderale. Dicendo ci dà, in effetti, se stesso, e noi non possiamo che accettare quello che ci porta, che sia un racconto fatto di troppa assenza, che sia un racconto assiepato di troppe presenze. Noi possiamo solo starci dentro. Viverci come persone accanto ai figli e alle loro storie, senza razionalizzare l’indicibile e senza trovare un senso ad una storia che un senso non lo ha3.

Spesso, da genitori, si è in difficoltà e ci si barcamena a lungo alla ricerca di un equilibrio nelle risposte e nelle reazioni, equilibrio che si può, forse, trovare solo avanti nel tempo, scorgendo se stessi negli occhi dei figli. All’inizio, quando loro sono piccoli e pieni di urgenze, quando da poco si è insieme, da genitori non si può che essere mossi dai bisogni dei bambini, dalle loro domande, dalle loro esigenze.

Io non c’ero quando il mio bambino aveva paura, lui era solo in qualche istituto, nessuno lo abbracciava e lo rincuorava. Che dolore, chissà quante volte non c’era nessuno quando aveva bisogno di me4.

Toccare e prendere consapevolezza dei limiti, di quello che come genitori ora non si sa e non si può ricreare, cancellare, fa parte dell’essere genitori per adozione. Ci si può solo permettere di essere consapevoli di cosa le domande dei figli provocano, di come non si possa “chiudere” il discorso dando una risposta solo apparentemente convincente. Convivere con il senso di impotenza aiuta d’altra parte, e diviene expertise utile, dopo, con figli adolescenti.

 

Qui una recensione del libro "L'adozione, una risorsa inaspettata" 

1. S. Lorenzini, Famiglie per adozione. Le voci dei figli, Pisa, ets («Genitori si diventa»), 2012.

2. Ead., Adozione e origine straniera. Problemi e punti di forza nelle riflessioni dei figli,

3. Resoconto di un gruppo di post-adozione di Genitori si diventa.

4. F. Selini, Lamore non basta, Pisa, ets («Genitori si diventa»), 201

Data di pubblicazione: 
Giovedì, Maggio 9, 2019

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Stefania Lorenzini, Ricercatrice e docente di Pedagogia Interculturale presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” dell’Università degli Studi di Bologna.
Sara Leo
Dott. Corrado Randazzo, psicologo, psicoterapeuta - Dott.ssa Fabrizia Strangio, psicologa
Diletta La Torre, Psichiatra, Psicoanalista Ordinario SPI-IPA, Didatta IIPG