Autore: 
Sara Leo

L'unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell'avere nuovi occhi.

( Marcel Proust)

Venerdì 7 aprile ho partecipato al convegno "Nuove Prospettive del Diritto alle Origini, tra Diritto, Politica e Vita Vissuta" a Torino e sono uscita con il mio bagaglio di mamma adottiva carico di emotività, spunti di riflessioni e una domanda: “Che ruolo abbiamo noi genitori adottivi nel viaggio di ritorno alle origini dei nostri figli?”. Non sempre si tratta di un viaggio fisico, spesso si parla di un cammino fatto con la testa e con il cuore tra i confini di una storia più o meno conosciuta. Pensando all’adozione nazionale, cosa accade se i figli alle prese con la loro ricerca delle origini non sono stati riconosciuti alla nascita?

Diritti uguali per tutti?

Secondo le norme attualmente in vigore, i dati identificativi della madre che non intenda riconoscere il figlio non sono consultabili per un periodo di 100 anni. La ragione è quella di offrire alla madre la garanzia che in nessun modo il figlio non riconosciuto possa, finché vive, risalire alla sua identità. 
Il fatto che il diritto della madre biologica alla riservatezza dovesse prevalere su quello del figlio a conoscere le sue origini biologiche è stato un principio indiscusso nel nostro ordinamento fino al 2013, quando la Corte Costituzionale, in seguito a una condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, ha stabilito l’illegittimità del divieto assoluto. In quella sede la Corte, pur riconoscendo l’obbligo di tutelare la madre biologica, ritenne necessario che la madre avesse la possibilità di revocare la decisione dell’anonimato, di fronte alla richiesta del figlio.

La legge dei 100 anni è un macigno che impedisce a quei figli di trovare risposte a quelle domande, che prima o poi, più o meno incessanti, arrivano: Chi sono?” “Da dove arrivo?”. E i genitori adottivi spesso si sentono impotenti e spaventati, perché non hanno risposte e si rendono conto, forse, che arrivati ad un certo punto dovranno mettersi di lato (non da parte), lasciando i figli a fare i conti con il loro bisogno intimo di identità.

Cosa è davvero l’identità? E’ un bisogno di somiglianza da cercare in chi ci ha generati? O è qualcosa di più profondo che ci completa? E noi genitori adottivi come ci sentiamo rispetto a questo bisogno?

#Dirittoalleorigini in attesa

Dopo anni di lotte di figli adottati, riuniti in associazioni e comitati, che hanno urlato i loro diritti, il 19/6/2015 è stato approvato alla Camera il DDL che prevede anche per il non riconosciuto la possibilità di accedere alle informazioni sul genitore biologico. Da allora, quel DDL è fermo in Senato, in attesa che il legislatore assolva il suo compito definendo una volta per tutte una situazione rimasta per troppo tempo in mano ai Tribunali e al loro “arbitrario” giudizio.

Interpello si o interpello no?

Appena il Senato avrà approvato il DDL, al raggiungimento dei 18 anni di età, i figli non riconosciuti alla nascita potranno chiedere l’apertura del dossier che contiene i dati della madre biologica e quindi potrà aver luogo l’interpello. La donna potrà rinunciare all’anonimato o confermarlo. Se confermato, il Tribunale potrà fornire le sole informazioni sanitarie, ma nessun dato identificativo

Le testimonianze durante il convegno hanno ben inquadrato il percorso giuridico e alcune delle prassi fino ad oggi adottate dai Tribunali. Poi, si è lasciato spazio alle storie di persone ormai adulte che hanno provato o stanno provando un vuoto lacerante nell’impossibilità di sapere. Ho sentito la loro sofferenza e riconosciuto una grande carica emotiva di chi lotta per il diritto imprescindibile di tutti questi figli delle vecchie e nuove generazioni.

Mamme adottive crescono

Alla fine del convegno mi sono sentita emotivamente affaticata. Avevo ascoltato molte esperienze forti, anche di ricongiungimento con la madre di nascita. Testimonianze che hanno lasciato poco spazio alla figura dei genitori adottivi.

Mentre lasciavo la sala ho incontrato una persona esperta di adozione che stimo molto, a cui ho parlato della mia sensazione e che in poche parole mi ha offerto un nuovo punto di vista. L’importante è crescere nelle origini, noi insieme ai nostri figli”.

Nei giorni seguenti ho condiviso il mio stato d’animo con persone care che si prendono cura dell’adozione ogni giorno a 360° e ho fatto tesoro di ogni parola. Ho pensato molto e ho raccolto le idee, sentendomi un poco più matura.

Ho riflettuto sul percorso pre-adozione, fatto di scelte, di attesa, di riflessioni che aiutano la coppia a diventare consapevole di quello che significa adottare. Poi, si diventa genitori all’improvviso e senza rendersene conto comincia il viaggio nell’adozione, insieme al figlio che abbiamo accolto. Un viaggio fatto di tappe, che vive un tempo tutto suo, a volte lento, a volte accelerato.  

Quando il bambino è un neonato, sembra sempre troppo presto per cominciare a ragionare su quelle origini dentro cui andrà a ricercarsi. E’ davvero così? Accogliendo nostro figlio, accogliamo la sua storia e le sue origini. Giorno per giorno le sentiamo sempre più vive e soffriamo per quell’abbandono che prima o poi gli andremo a raccontare. Certo con tutte le attenzioni del caso, però sempre di abbandono si tratta. E se il bambino non è stato riconosciuto alla nascita i pensieri si aggrovigliano nella ricerca di un perché che possa colmare quel vuoto e ci si ritrova in un tunnel in cui non è facile vedere la luce. A volte il senso d’impotenza si fa dirompente, travolge e crea disordine.

Il punto di svolta è continuare il viaggio con nostro figlio, costruendo con lui quella continuità che lega il suo passato al suo presente, rinforzandolo nella prospettiva di un futuro reale e possibile.  E riconoscendo insieme a lui o lei quel diritto alle origini come un filo che unisce e conduce per tutta la vita.

Data di pubblicazione: 
Mercoledì, Aprile 19, 2017

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