Autore: 
Silvia Maina

Era la primavera del 2005, stavo pranzando con alcune colleghe nella mensa dell’ufficio e una di loro mi chiese se i capelli ricci li avessi presi da mio padre o da mia madre. “Chi può dirlo?” risposi, “Sono stata adottata”. Lei scoppiò in lacrime, si alzò da tavola e, abbracciandomi, mi disse: “Scusa”. Avevo 30 anni e fu la prima volta in cui realizzai che “adozione”, per qualcuno, indica una cosa di cui piangere. O di cui scusarsi.

Sono stata adottata nel 1975. Un’epoca lontana in cui non c’era la Commissione Adozioni, non c’erano i gruppi di sostegno per genitori adottivi, e gli incaricati responsabili di dare l’idoneità alle coppie, invece di sottoporre i genitori ai colloqui psicologici, chiedevano al prete del paese se partecipassero alla Messa regolarmente ogni domenica.

Il giorno in cui lasciai l’Istituto avevo 6 mesi. Mia madre racconta che quel giorno, nonostante il caldo, mio padre si vestì in giacca e cravatta. Poi, raggiunto l’Istituto, entrò nella camerata dove si trovava il mio lettino e, come una sorta di cavaliere in completo gessato, mi prese in braccio e mi portò via. Lasciando lì mia madre a sbrigare la burocrazia necessaria, si chiuse in macchina con me e mi tenne poi stretta per tutto il tragitto, decidendosi a liberarmi dal suo abbraccio solo una volta a casa, con la porta ben chiusa a chiave, “per essere sicuro che nessuno ti avrebbe più potuto portare via”.

Dicono gli esperti che ai loro famosi “perché?” (es. “Perché piove?”) i bambini desiderino ottenere non la risposta causale (“Perché le molecole di acqua nella nuvola si aggregano, ecc. ecc.”), ma la risposta finalistica (“Affinché i fiori possano crescere”). Un modo meraviglioso di vedere le cose, a mio parere. “Perché la mia mamma naturale non mi ha tenuto?” “Affinché tu potessi stare per sempre con noi”. Probabilmente da piccola ho ricevuto tutta una serie di risposte di questo tipo, forse ingenue nella loro visione ottimistica del mondo, ma che di certo hanno concorso a costruire la mia serenità, insieme all’immagine di un padre-cavaliere e la certezza di una porta che, in caso di evenienza, poteva essere ben chiusa a chiave.

Negli anni ’80 la scuola non prevedeva linee guida per accogliere i “diversi”, fossero immigrati, portatori di handicap o adottati, e tantomeno esisteva alcun genere di politicamente corretto. Io mi lustravo davanti alle amichette definendomi “adottata come Candy Candy” e godendomi il loro stupore e i miei cinque minuti di popolarità, ma poi disegnavo un albero genealogico ramificatissimo con nonni, zii e cugini sentendomene del tutto parte, rifiutando così nella mia mente di bambina ogni distinzione tra genetica e ambiente, tra natura e cultura.

Della mia madre biologica conosco nome e cognome. È sempre stato lì, quel nome, in un foglio allegato al mio atto di nascita, nel terzo cassetto della scrivania di mio padre. Ho sempre saputo della sua esistenza così come ho sempre saputo che avrei avuto il completo supporto dei miei genitori se mai mi fosse venuta voglia di cercarla. Eppure non l’ho mai fatto. I motivi sono svariati, ma su tutti svetta la mia totale e completa indifferenza all’intera questione, un’assenza di curiosità che probabilmente rasenta la stravaganza. Ma tant’è. Rimane il fatto che io sono io in modo completamente indipendente dalle mie origini biologiche, convinta come sono che ciò che ha provveduto a determinare la mia identità e a formarmi, nel carattere e nell’indole, non sia stata una pancia da cui sono nata ma tutto ciò che ho vissuto da quel momento in avanti.

Ci sono io. E poi ci sono gli Eric Poole (“Eric Poole. Radici lontane”. Internazionale 27 ottobre/2 novembre 2017, Numero 1228. Versione originale, free, su Men’s Journal). Eric è di origini coreane, ma nero di pelle perché figlio di una coreana e di un soldato americano di colore. Destinato ad essere emarginato in Corea del Sud sia perché sua madre era una prostituta, sia per il colore della pelle, viene affidato a un orfanotrofio e infine adottato da una coppia americana. Purtroppo l’adozione si rivela tra le peggiori possibili perché non soltanto Eric finisce in Minnesota, dove il colore della sua pelle lo pone di nuovo in balia del razzismo e dell’isolamento, ma in aggiunta i genitori adottivi si rivelano totalmente inadatti, non permettendogli mai di parlare del suo passato e sottoponendolo a maltrattamenti e vessazioni. Per quest’uomo la ricerca delle origini – intese non solo come informazioni sui genitori biologici, ma anche come luoghi dove ha trascorso i primi anni dell’infanzia – è stata necessaria e fondamentale, come dice lui, stesso “per scoprire la sua storia perduta”.

Che cosa abbiamo in comune io, con la mia vita lineare, semplice, felice e sommamente banale, ed Eric Poole? È possibile pensare che due persone con esperienze di vita tanto diverse possano essere accomunate dalla sola parola “adottato”? E “adottato”, di per sé, è in grado di spiegare, o addirittura di predeterminare, inclinazioni caratteriali, schemi mentali, modi di comportamento?

Alla fine dell’articolo, Eric dice che adozione, Corea o questioni razziali non sono il punto centrale della sua storia. Semplicemente, “Ognuno ci vedrà quello che vuole, ma è solo la storia della mia vita”.

Per quanto riguarda me, se mi si chiedesse di descrivermi in dieci parole, adottata non sarebbe tra queste. Gli schemi causa ed effetto sono troppo rigidi per spiegare la complessa follia del mondo o dell’esistenza di una singola persona e per quanto si cerchi di andare indietro nella ricerca delle origini, qualcosa rimarrà sempre irrisolto. È necessario accettare che il caso, o il destino, svolgono una parte fondamentale nella vita di ciascuno di noi, adottato o meno, e che ci saranno sempre delle domande destinate a restare senza risposta. Nel caso me lo scordassi, ci pensa mia figlia, con i suoi 6 anni, a renderlo subito chiaro. “Mamma, dov’ero prima di nascere?”, mi chiede ogni tanto. E quando rispondo “Eri nella pancia della mamma russa”, lei pronta incalza: “Sì mamma, questo lo so benissimo, ma PRIMA?”.

Data di pubblicazione: 
Sabato, Novembre 18, 2017

Condividi questo articolo

Articoli sull'argomento

Anna Guerrieri e Francesco Marchianò
Stefania Lorenzini, Ricercatrice e docente di Pedagogia Interculturale presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” dell’Università degli Studi di Bologna.
Sara Leo