Autore: 
Anna Guerrieri
Una porta si spalanca all’improvviso sul mare impazzito delle emozioni e dei sentimenti. La rabbia è lì, attraente e incontrollabile. Buio nella mente, furia che sconvolge, che distrugge e dà forza. Un’onda improvvisa di tempesta, ti porta rapida vertiginosamente in alto, si abbatte su di te come una muraglia, e ti travolge, e ti lascia stremato, schiantato.
 
In famiglia, i figli scatenano la rabbia dei genitori ed i genitori si perdono a cercare di contenere la rabbia dei figli. A volte si disperano.
 
Quando è che si impara a non temere di aprire certe porte interiori? E quando è che si impara a richiuderle con semplicità e leggerezza? Perché ci sono persone che più facilmente di altre si concedono all’uragano che gli urla dentro? Sembrano domande così astratte, ma sono così concrete per una madre adottiva come me, che si è trovata più di una volta a confronto con una rabbia che sembrava sgorgare da molto lontano. Mi sono sentita tante volte sconfitta, non capace, inadeguata. Mi sono chiesta tanti perché, ho chiesto consigli, ho ascoltato altri genitori. Ho cercato di mantenermi salda e razionale. Mi sono lasciata travolgere. E’ per questo che vorrei provare a scrivere su questo argomento. Perché della rabbia si parla poco e mal volentieri. Perché i genitori si sentono in colpa quando i figli “fanno i capricci” (frase spesso usata per sminuire qualcosa di tanto più potente di una bizza). Ci provo a modo mio, cercando di trascrivere i pensieri che sono stati suscitati dalle emozioni che ho vissuto.
 
I figli travolti dalla rabbia, sono figli che vogliono parlare, o meglio ancora che vogliono dare il proprio mondo bruciante direttamente nelle mani dei genitori.
 
Glielo consegnano così com’è, incandescente. In genere si pensa che il volersi bene, il parlarsi, il confrontarsi tra genitori e figli passi (debba passare) attraverso la tenerezza, il dialogo e la tranquillità. Si immagina sempre un contatto fruttuoso, una soluzione ad ogni problema. Ma non è così per tutti, o comunque non in tutte le occasioni. Forse perché, a volte, le parole non bastano per dire quello che si prova. La rabbia allora è un modo per tirar fuori tutto assieme quel che di terribile e potente c’è dentro di noi. E’ un modo per farlo uscire da noi facendolo erompere anche dal nostro interlocutore.
Si dice sempre che bisogna ricevere la rabbia dei bambini, contenerla per loro e restituirgli delle emozioni più gestibili, come purificate. Ho l’impressione però che questo sia un discorso un poco troppo astratto e teorico, almeno in talune situazioni. Come se ci volessimo per sempre sentire un leggermente lontani e distaccati da quello che succede.
Ricevere la rabbia dei figli vuol dire sentirla in ogni angolo del proprio corpo, sentire che sveglia la tua personalissima rabbia di genitore. Quella che cercavi di non incontrare più da tanto tempo.
E’ una porta aperta sul loro spazio interno che si apre anche in te ora. Una porta spalancata sul sentirsi soli al mondo, provenienti da un altro pianeta, lontani da tutto e tutti, anni luce lontani. Senza più cardini e codici. Soli per sempre. E quindi rabbiosi. Perché la rabbia protegge e nutre. A modo suo.
E’ difficile rispettare i figli quando ti esasperano, e ti trascinano in un tunnel di insoddisfazione e delusione e impazienza e furia. Perché tutto inizia sempre da una negazione, da un NO che non riesci ad ammorbidire, scavalcare, mediare. Un NO che ti mette in crisi. Talvolta sembra che non ti lascino vie d’uscita se non quella di essere il peggior genitore che tu mai potessi immaginare (non importa se non lo si è per davvero, ognuno di noi ha un suo peggio che non vuol toccare).
 
La rabbia passa dai figli ai genitori, e le angosce reciproche viaggiano molto lontano.
 
E’ come se il dolore del figlio risuonasse all’interno della madre o del padre e invece di trovare una nota diversa e armonica, quella che aiuterebbe a risolvere e a superare, trovasse un eco che innesca una risonanza perniciosa. Non siamo più genitori che accolgono ma anche noi bambini spaventati, soli, persi. Non è bello. Ci si sente umiliati, denudati di quanto si era costruito, derubati e violati, senza controllo. Come anche loro, i nostri figli, si devono essere sentiti, troppo a lungo. Questa è la magia terribile della rabbia. Torniamo ad essere anche noi bambini, torniamo alle nostre, magari piccole ma tuttavia dolorose e potenti, ferite. Quelle che la nostra forza di adulti ci fa illudere d'aver superato ma che di fronte ai NO dei nostri figli riemergono prepotenti e sconosciute. I figli, a volte, ci fanno tornare figli. C'è qualcuno o qualcosa nella nostra storia che non abbiamo perdonato e torna a tormentarci quando sbattiamo contro un rifiuto, una negazione. Qualcuno o qualcosa che allontaniamo urlando, per non doverlo guardare, per non doverlo affrontare. Forse se a volte dessimo spazio ai bambini che siamo stati, ai dolori patiti, riconoscendoli, nominandoli, riusciremo meglio ad aiutare i nostri piccoli sentendoceli più vicini e non minacciosi...
Riconoscersi, ritrovarsi,comprendersi per esserci passati anche noi. Forse è questo che, anche nei momenti più bui e più confusi, può permettere a noi genitori, di fermarci e di poter insegnare ai figli a fermarsi. Per questo possiamo accettare le emozioni che ci vengono offerte (per quanto brucino), possiamo viverle e sfiorare i nostri lati più bui senza perderci e senza sprofondare nei sensi di colpa.
 
E’ molto bello ritrovarsi poi con la tenerezza e con la forza di essere stati assieme sull’altra faccia della luna, ed è molto dolce, dopo, emergere dalla notte dei sentimenti per “uscire a riveder le stelle”.
Data di pubblicazione: 
Venerdì, Ottobre 20, 2006

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Anna Guerrieri e Francesco Marchianò
Stefania Lorenzini, Ricercatrice e docente di Pedagogia Interculturale presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” dell’Università degli Studi di Bologna.
Dott. Corrado Randazzo, psicologo, psicoterapeuta - Dott.ssa Fabrizia Strangio, psicologa
Silvia Mariana de Marco, psicologa e grafologa