Autore: 
Sara Leo

Quante volte noi genitori ci siamo trovati di fronte ai nostri figli in preda a delle emozioni fuori controllo? E quante volte ci siamo chiesti quanta di quella intensità fosse legata all’adozione e quanto alla loro fase di crescita?

Riflettendo sulle risposte, mi sono soffermata a pensare ai traumi dei bambini adottati e sulle emozioni che vivono ad essi correlati. Ho avuto l’opportunità di fare una chiacchierata con la dott.ssa Anna Rita Verardo, psicoterapeuta e trainer EMDR, responsabile del Centro Clinico Feel Safe, che mi ha aiutato a comprendere, dando alcuni utili suggerimenti.

Come possiamo aiutare i nostri figli a prendere le distanze dai vissuti difficili?

Entrando nell’argomento, la dott.ssa Verardo ha precisato: “Parlando di traumi è bene precisare che per i bambini adottati molto piccoli, sotto l’anno di età, le ricerche dicono che solitamente non c’è compromissione né a livello cognitivo né emotivo, purché vivano un’esperienza di attaccamento sicuro con i genitori adottivi. Invece, per quanto riguarda i bambini più grandi, bisogna tenere in considerazione non solo l’età ma anche il luogo di provenienza e il contesto. I bambini potrebbero aver vissuto un periodo iniziale positivo con i genitori biologici ed in tal caso le ricadute sullo sviluppo sono migliori. Se invece sono stati precocemente abbandonati e quindi hanno vissuto un periodo medio-lungo d’istituzionalizzazione, gli esiti possono essere più faticosi. “

Cosa significa per un bambino aver vissuto un periodo della propria vita senza una figura di riferimento esclusiva?

“Pensiamo ai bambini che hanno vissuto in istituti dove la presenza di minori era numerosa e con poche figure preposte all’accudimento e comunque impegnate esclusivamente nel soddisfacimento dei bisogni legati alla sopravvivenza. Di certo è mancata loro la possibilità di vivere una relazione esclusiva che solo un genitore può garantire. Questo tipo di esperienze non consente di vivere un legame di attaccamento sicuro, capace di interpretare i suoi bisogni e non solo, anche di regolare le sue emozioni”.

Cosa accade all’arrivo in famiglia?

“Nel primo periodo, chiamato “luna di miele”, si consiglia ai genitori di fare nido per imparare a conoscersi e riconoscerci e per regolare i ritmi, come quelli di sonno-veglia, fame-sazietà. Poi con il tempo, il sintonizzarsi con i propri figli trasmetterà loro sicurezza, creando solide fondamenta per costruire un legame di attaccamento sicuro. Consideriamo che i bambini adottati si ritrovano a vivere un cambiamento improvviso e occorre molto tempo per rassicurarli e molte esperienze positive, che solo quando sono ripetute nel tempo, sono determinanti per prendere le distanze da un vissuto difficile”.

Poi, quando tutto sembra andare per il meglio, improvvisamente scoppiano le crisi, i primi contrasti e i rifiuti.

Dopo la luna di miele…

I figli iniziano a riconoscere nel genitore adottivo una figura di riferimento e nei momenti di forte vulnerabilità attivano il sistema di difesa finalizzato alla sopravvivenza.

"La famiglia pur essendo un'ottima opportunità per il bambini si potrebbe trasformare nella sua mente in una serie di inneschi di riattivazioni traumatiche, a causa di sensazioni o rappresentazioni che lo portano ad avere paura della figura di riferimento. Può accadere che nel momento in cui si sentono maggiormente vulnerabili, anziché chiedere aiuto, possono sentirsi in pericolo e ricorrere alla rabbia per proteggersi. Dietro quelle reazioni c’è molto altro. C'è paura e dolore".

La dott.ssa Verardo suggerisce ai genitori di riflettere sul proprio ruolo genitoriale, elaborando anche propri traumi e/o modelli genitoriali vissuti che possono influenzare il rapporto con il proprio figlio. Una maggiore lucidità permette cosi di focalizzarsi sui reali bisogni del bambino, evitando un’interpretazione superficiale o sbagliata dei suoi comportamenti più oppositivi.

Cosa fare quando scoppia la crisi?

“Mamme e papà non fatevi sopraffare dalle emozioni, siate comprensivi e siate rassicuranti nei gesti. Abbassatevi alla loro altezza così non sembrerete pericolosi, mantenete il contatto visivo e se serve allontanatevi in un’altra stanza per dargli il tempo di calmarsi. In quei momenti limitate gli scambi verbali, fatelo sentire al sicuro, facendogli capire che la rabbia passa e che voi siete lì con lui”.

Quali stimoli provocano rabbia, spavento, frustrazione?

“Potrebbero essere i rumori troppo forti, o le luci, o un tono di voce più alto, un brutto voto o molto altro. Spesso sono i segnali del presente che scatenano memorie pre-verbali, flash o sensazioni legate a traumi che non possono essere sempre ricordati, ma sono comunque presenti a livello sensoriale (non ricordabili e non narrabili). Spesso i bambini sentono un peso che non riescono a gestire, che non riescono a spiegare a parole ma sensazioni che mettono loro angoscia, o provocano in loro reazioni di rabbia incontrollata”.

… e la calma apparente?

“Nelle adozioni tardive di bambini che hanno vissuto traumi forti e reiterati nel tempo, talvolta si presentano comportamenti troppo inibiti, identificati come un’incapacità a reagire agli stimoli. Così l'apparente tranquillità può rivelare uno stato di assenza e quindi una criticità maggiore con ricadute negative sullo sviluppo”.

Esiste una tecnica per affrontare e ridurre o risolvere le memorie traumatiche?

“E’ sempre utile partire da uno stimolo del presente, facendo domande come: cosa ti fa così tanto arrabbiare? cosa ti spaventa? cosa ti fa sentire in colpa? Desensibilizzando i fattori scatenanti del presente, si riescono ad elaborare i ricordi generatori del passato, senza doverlo necessariamente riportare alla memoria.  I bambini hanno buone capacità di recupero, anche senza la psicoterapia. L’importante è la buona relazione con i genitori, i quali devono riconoscere i segnali e anticiparli, dando ai figli rassicurazioni reali”.

Prendere le emozioni dei nostri figli tra le mani significa prendersene cura, rimanendo in ascolto, sempre e alla giusta distanza.

Data di pubblicazione: 
Domenica, Maggio 7, 2017

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