Autore: 
Heidi Barbara Heilegger

Ieri per caso ho risentito la canzone "Piano man" di Billy Joel e, in un attimo, il nastro della mia vita si e' riavvolto e mi sono ritrovata sull'aereo che da Mumbai ci stava riportando in Italia. Mi succede spesso con le canzoni che diventano la colonna sonora della mia storia. Hanno il potere di evocare ricordi, emozioni, immagini del passato. Non sempre sono canzoni che mi piacciono particolarmente, a volte hanno l'unico pregio di averle sentite in un momento speciale. Ed e' cosi' che mi si fissano nel cuore. Piano man faceva parte della playlist gentilmente messa a disposizione dalla compagnia aerea. La sentivo nelle cuffie mentre una buona parte dei passeggeri dormiva e gli altri - gli inquieti, gli insonni come me - inventavano stratagemmi per ingannare il tempo. Anche Deca dormiva, anzi russava proprio attirandosi gli sguardi a meta' tra lo sconcertato e l'infastidito della signora di due file piu' avanti che, ad intervalli regolari, girava la testa verso la direzione da cui proveniva il rumore. Anand dormiva - con le gambe sulle gambe del papa' e la testa sulle mie ginocchia - la coperta, anche quella gentilmente offerta dalla compagnia aerea, adagiata su fianco e spalle per ripararlo dall'aria condizionata. Avevo gia' questi gesti da mamma, mi venivano sorprendentemente naturali. E quella naturalezza mi stupiva e quasi mi impensieriva perche' io non mi ero mai vista come un tipo molto materno. Con lo stesso strano senso di irrealta' osservavo la mia mano accarezzare i capelli di mio figlio, neri e setosi come l'ala di un corvo, in un gesto insolito e familiare a un tempo. Ero ipnotizzata dal suo bellissimo profilo, la pelle color nocciola, le ciglia lunghe, la bocca rosa e vellutata come un bocciolo di rosa. Avevamo appena iniziato a costruire il nostro "lessico familiare", quel linguaggio fatto di gesti, parole e abitudini che un giorno sarebbe diventato il nostro personale esperanto, non c'era ancora l'intimita', la complicita' che ci unisce oggi, eppure lo sentivo gia' mio. Sapevo, se pure in un modo vago, confuso, che la vita a cui stavamo tornando non sarebbe stata la nostra vita di prima, una vita che avevo amato, ma che ormai non mi apparteneva piu', non del tutto almeno. Ne avrei ridisegnato i confini per fare spazio a quel piccolo cucciolo d'uomo che dormiva sereno, inconsapevole della rivoluzione a cui, con la sua semplice esistenza, aveva gia' dato avvio. Non era stato da subito cosi'. I primi giorni la sua bellezza quasi mi intimidiva. I miei gesti erano incerti, impacciati. Non sapevo come relazionarmi con un bambino di quasi sei anni che parlava una lingua sconosciuta e non sapeva nulla del mondo, un bambino che si era visto allo specchio per la prima volta solo qualche giorno prima, nel grande specchio nella hall dell'hotel. Mio marito, mannaggia a lui, non era affatto in difficolta' invece. Lui e' uno molto fisico, "parla" con gli abbracci, il solletico, la lotta coi cuscini. Era cosi' che aveva sedotto me, tanti anni prima, con la sua imponente, quasi ingombrante fisicita'. Nello stesso modo, con una naturalezza disarmante, aveva conquistato Anand. Per me era diverso. Io, al cuore degli altri, ci sono sempre arrivata con le parole. E le parole, fin da bambina, sono il mio canale di comunicazione privilegiato. Con le parole ci lavoro, persuado, affascino, mi difendo. Con Anand, pero', la mia dialettica si rivelava inutile, inefficace. Poi un pomeriggio (Deca dormiva placido su una sdraio) accadde un piccolo miracolo. Eravamo nella piscina dell'hotel. Aveva appena smesso di piovere e l'aria era calda e satura di umidita'. Era ancora troppo presto per fare il bagno. Anand si annoiava. "Giochiamo a palla" gli ho detto all'improvviso, prendendo in mano la palla e togliendomi i sandali. I miei piedi affondavano nell'erba umida e nel fango. Mio figlio, incerto, mi ha seguita. Abbiamo iniziato a tirarci la palla l'un l'altro, tutti e due senza troppa convinzione. Poi la palla mi e' sfuggita di mano e gli schizzi di fango hanno macchiato gli shorts bianchi e la camicia leggera di garza, bianca anche quella. Anand, gli occhi scintillanti di divertimento, mi ha regalato quella sua risata da monello che mi piace tanto. Fingendomi risentita gli ho scagliato contro la palla e, senza che lo avessimo deciso, il gioco e' diventato schizzarci di acqua e di fango. Poi, sporchi e felici, ci siamo tuffati in piscina (lui aggrappato a me perché allora non sapeva ancora nuotare). I gesti e i silenzi, a volte, possono essere eloquenti come e piu' delle parole. Pensavo a tutto questo sospesa nel cielo, a cavallo tra due mondi e due vite, senza sapere che cosa mi avrebbe riservato il futuro, ma con la voglia di iniziarlo a vivere, curiosa di scoprire quali altri inattesi lati di me la maternità avrebbe svelato.

Data di pubblicazione: 
Lunedì, Marzo 5, 2018

Condividi questo articolo

Articoli sull'argomento

Stefania Lorenzini, Ricercatrice e docente di Pedagogia Interculturale presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” dell’Università degli Studi di Bologna.