Autore: 
Alessandra Santona

Quando si parla dell'essere genitore si rimanda sempre ad una serie di temi e di considerazioni di
ordine teorico, sociale e culturale, tuttavia la cosa fondamentale è realizzare che ci si riconduce
soprattutto all'esperienza concreta che ognuno di noi ha fatto a questo proposito: da qui la centralità e il significato profondo e personalissimo che il concetto di genitorialità assume nella vita dei singoli.
La genitorialità è strettamente connessa alla definizione di rappresentazione: cioè all'immagine di padre e madre di cui siamo portatori, alle fantasie e alle aspettative nei confronti dei figli, a come c'immaginiamo nel ruolo di genitori, a come vediamo il nostro partner in quel ruolo, a come pensiamo possa essere la nostra relazione con i bambini. Sono proprio queste rappresentazioni, che quasi ci abitano, a determinare in gran parte il rapporto che noi genitori instauriamo con i figli.
Rievocheremo, il più delle volte senza quasi rendercene conto, la natura della relazione avuta con nostro padre, nostra madre, i nostri fratelli, con le relative risorse e fragilità di cui ogni vissuto è ricco. Le differenze individuali, relative alle rappresentazioni interiori, sembrano avere un peso fondamentale nella diversa capacità di rispondere ai segnali e alle richieste di attenzioni e cure da parte dei figli e questa diversità, a sua volta, sembra orientare in maniera significativa i comportamenti dei genitori.
Quello appena descritto viene usualmente definito modello transgenerazionale: le esperienze di cura vissute nell'infanzia nel rapporto con i nostri genitori vengono incorporate in un modello che
contribuisce ad influenzare l'immagine del bambino nella nostra mente, determinando così le nostre funzioni genitoriali che sono alla base dell'accudimento che sapremo mettere in atto.
Tutto questo non deve essere inteso in modo meccanicistico, quasi un destino che si propaghi di genitore in figlio. Divenire genitore non è mai un atto deterministico e lineare, né deve vedersi come espressione della sola personalità dell'adulto in gioco.
E' infinitamente più corretto vedere la genitorialità non come una qualità in sé, ma come il risultato dell'intrecciarsi di una serie di variabili ove sono facilmente riconoscibili la storia e le
personali risorse del genitore, il contesto sociale (come fonte di stress o di supporto), le caratteristiche della relazione di coppia, il lavoro, la qualità e l'accessibilità dei servizi, nonché
l'influenza delle particolari caratteristiche del bambino. Diventare genitore vuol dire entrare in un percorso evolutivo di trasformazione che prosegue per tutta la vita. Non coincide con la maternità o la paternità biologica, ma si esplica soprattutto nell'essere in grado di svolgere un serie d'importanti funzioni: come il saper affrontare e dare significato ai bisogni di un bambino, saperlo pensare, saper contenere il suo malessere e accompagnarlo nelle diverse fasi del suo sviluppo. Questo articolato processo di trasformazione che chiamiamo genitorialità implica un importante passaggio dall'investire emozioni e attenzioni su di sé all'investirle sui figli. Spostiamo sui figli intere quote di quell'amore che prima riservavamo solo a noi stessi. Da questo punto di vista è come se affidassimo in custodia ai figli alcuni degli aspetti più preziosi della nostra personalità. E' tramite loro che questi aspetti cambiano e si trasformano, animati da una vita completamente nuova. E' anche per questo, però, che talvolta finiamo per attribuire ai figli, e alla funzione genitoriale, un'aspettativa di cambiamento troppo grande nella speranza di risanare alcuni degli aspetti irrisolti o dolorosi della nostra stessa storia personale. Non è un rischio da poco.
Nell'esperienza dell'adozione la capacità genitoriale comporta un ulteriore elemento di riflessione.
Se da una parte, infatti, la genitorialità, sia biologica che adottiva, è una funzione che affonda le sue radici nella storia personale di ognuno di noi e nelle rappresentazioni che ci siamo via, via costruite e che tanta influenza hanno sulla nostra capacità di esercitare una buona funzione di cura; dall'altra è chiaro che le due genitorialità non sono sovrapponibili poiché molto diverse sono le esperienze e i significati che esse hanno assunto nella storia dei singoli e della coppia. L'adozione naturalmente non passa attraverso il gesto biologico del generare e, diventare padre e madre per adozione, significa percorrere, almeno all'inizio, un percorso quasi a ritroso. Non si dà alla luce un figlio che è stato parte del proprio corpo dal momento del concepimento, bensì si incontra un bambino completamente sconosciuto ed altro da sé. Se uno dei nuclei fondanti dell'essere famiglia è l'appartenersi, nell'adozione tutto questo avviene gradualmente e progressivamente. Si tratta forse del percorso più faticoso e complesso, in cui spesso la figura paterna si trova a svolgere, nei primi tempi, un ruolo cruciale nell'accompagnare i figli verso una madre che se ne deve piano piano appropriare. Un percorso a ritroso che mette più di una volta in discussione proprio quelle rappresentazioni interne cui ci si riferiva prima riguardo ai ruoli di padre e madre all'interno della coppia.
La scommessa dell'adozione è una scommessa sull'appartenenza reciproca, ma è una scommessa importantissima e vitale per i bambini. Varie ricerche hanno messo in evidenza, infatti, che l'esperienza adottiva può costituire per il bambino abbandonato la possibilità di sperimentare un ambiente affettivo adeguato, stabile e capace di funzionare da base sicura. Attraverso l'adozione i bambini possono permettersi di rivedere e rielaborare le proprie precoci rappresentazioni, caratterizzate dall'insicurezza proveniente da esperienze di trascuratezza, abbandono o abuso, che si sono formate prima dell'ingresso nella nuova famiglia. E' come se i genitori adottivi avessero una capacità di prendersi cura tale da consentire al bambino di sperimentarsi in una relazione significativa totalmente diversa da quella iniziale, una risorsa che permette ai piccoli di modificare il modo in cui hanno dovuto organizzare il proprio comportamento relazionale fino all'incontro con i nuovi genitori. Attraverso l'adozione viene data vita a nuovi significati emotivi grazie ad esperienze affettive nuove e finalmente adeguate ai bisogni dei bambini e alle loro fasi di sviluppo. L'attenzione alle rappresentazioni e ai modelli mentali delle coppie che si dichiarano disponibili all'adozione assume, allora, un significato del tutto particolare dal momento che la qualità della genitorialità dopo l'adozione influenzerà l'adattamento del bambino e la sua possibilità di cambiamento.
Genitori emotivamente sensibili, consapevoli della scelta effettuata e che ricevono il supporto
necessario, sono quelli più in grado di gestire con successo le impegnative scommesse dell'adozione essendo, anche, maggiormente capaci di costruire uno spazio affettivo adeguato al benessere di tutti i componenti della famiglia. Una famiglia dove il figlio trova finalmente la possibilità di sperimentare lo spazio emotivo in cui desiderare di essere bambino e dove gradualmente si creano saldi legami di appartenenza reciproca.

Data di pubblicazione: 
Lunedì, Settembre 25, 2006

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