Autore: 
Antonella Avanzini

La bibliografia sull’adozione è ampia e ormai anche notevolmente approfondita sebbene, ovviamente, tutti ci auguriamo che aumenti continuamente.

I libri il cui argomento è l’adozione sono stati scritti soprattutto da operatori del settore e da genitori adottivi. Rarissimi sono i libri scritti da figli adottivi. È chiaro che ognuno vede con gli occhi che gli appartengono, e malgrado ci si sforzi per cambiare il punto di visuale, mettendosi nei panni di un figlio adottivo, non si potrà mai raccontare e rendere il genuino e corretto punto di vista dei figli adottivi, come un figlio adottivo stesso può fare. Poter quindi vedere le storie adottive dalla parte dei nostri figli, credo sia una delle maggiori curiosità che un genitore adottivo ha.

È per questo che il libro scritto da Stefania Lorenzini e pubblicato nella collana di Genitori si Diventa, è una grandissima risorsa. Lorenzini sposa la causa dei figli adottivi: raccoglie le loro voci e si “schiera” dalla loro parte, cercando di portare allo scoperto, in chiaro, quello che a noi genitori rimane spesso nascosto – e non solo a noi, e qui mi riferisco a operatori del settore, che siano psicologi, assistenti sociali, operatori di enti e chiunque legato al mondo adottivo. Lo fa per rendere nero su bianco quello che a volte i genitori possono intuire, ma più spesso non sentono e non raccolgono come comunicazione dai loro figli. Sono voci raccolte non da noi genitori, a cui spesso i figli raccontano sì, ma con il filtro dell’amore, dell’affetto o del conflitto che con noi provano; raccolte invece da persone sconosciute, a cui con maggiore facilità e sincerità hanno lasciato la loro testimonianza.

La precisione scientifica con cui il libro è scritto, peculiare di un professore e ricercatore universitario, mette chi lo legge di fronte a una certa freddezza analitica, che non deve scoraggiare: perché viene superata dalla forza delle conclusioni, ovvero dei punti di arrivo, che Lorenzini ci fa vedere.

In questo mio testo vorrei riassumere gli aspetti che sono messi in evidenza nella prima parte del libro, che ripercorre e analizza «alcuni temi cruciali dell’adozione internazionale quale esperienza vissuta, nei nodi critici e nei punti di forza delle sue fasi di avvio », rimandando alla lettura completa del libro chi vuole ascoltare la voce diretta di tanti ragazzi adottati. Ho evidenziato, proprio elencandoli e numerandoli, quegli aspetti che trovo possa essere assolutamente necessario comprendere bene per essere in grado di accogliere al meglio un figlio già generato che arriva da un’altra nazione e non dai nostri “semini”. Durante il lavoro ho ripercorso la mia esperienza del periodo di accoglienza dei miei figli; ho fatto mente locale su come avevamo affrontato in famiglia questi aspetti: mi sono resa conto che questi suggerimenti, questo punto di vista allargato arrivato dalla voce dei figli adottivi, mi avrebbero sicuramente aiutato, sarebbero stati utili e necessari.

E la preparazione è un altro aspetto su cui Lorenzini pone l’accento. I genitori adottivi all’arrembaggio, che dopo un lungo percorso preadottivo, restano come sospesi a mezz’aria, senza agganci, senza appoggi, senza sponde che li sappiano un po’ indirizzare proprio nel periodo più critico e carico di stress – il primo periodo di convivenza – sono ancora tanti.

Ecco quindi i principali consigli o suggerimenti, da me ridotti “in pillole”, che il libro contiene.

Capisci e ricordati che i punti di partenza sono separati

Un punto fondamentale che il genitore adottivo deve metabolizzare e riconoscere è la primaria e sostanziale differenza, che esiste tra il punto di partenza di una genitorialità biologica e quello invece di una adottiva: nella formazione della famiglia attraverso una genitorialità ”biologica”, tutto trova origine e si evolve in una storia che è completamente comune ai genitori e ai figli. In una genitorialità adottiva il punto di origine è invece assolutamente separato tra genitore e figlio. Questo aspetto è molto importante, è la base. Ebbene sì. Bisogna dire, pensare, da subito, che la famiglia adottiva, la nostra famiglia, “non è” uguale a una famiglia biologica. Sicuramente almeno in questo aspetto, siamo diversi. Bisogna farsene una ragione. Non siamo tutti uguali uguali.

Accetta la diversità dei punti di partenza

Il passo successivo è saper accettare completamente questo punto di partenza diverso dei nostri figli. La “diversità” rispetto alla nostra di storia, della vita vissuta prima dai nostri figli. Questo non è facile. Siamo gelosi. In realtà mi sono accorta che lo sono anche i miei figli. Il nostro prima per loro e il loro prima per noi, è fonte di curiosità, gelosia, stizza per qualcosa che non ci è appartenuto, non ci è appartenuto insieme.

Non fare l’errore di vedere la mancata origine biologica comune come una “assenza” e non semplicemente come un’altra modalità di creare una famiglia

Appurato che si parte da luoghi e “tempi” diversi, non facciamocene un problema. Il fatto di avere partenze diverse, non fa di noi famiglie meno “famiglie”, non fa dei nostri bambini figli “meno figli”. Questa parte iniziale diversa non è un pezzo di vita che manca, è solamente un pezzo di vita vissuta separatamente. Ma esiste, e ora anch’essa, benché vissuta in modo separato dai diversi componenti della famiglia, appartiene a una unica famiglia, alla nostra famiglia.

Valorizza quanto conosci della storia pregressa dei tuoi figli, cioè le sue parti conosciute, anche se minime, invece di enfatizzare quanto di sconosciuto c’è della vita precedente all’adozione

Ahimè questo è un trabocchetto molto comune, in cui tutti incappiamo. Dopo avere letto il testo di Lorenzini, ho cercato di applicare la regoletta, e ho cercato tutte le cose, i fatti, i luoghi del prima, che i mie figli mi avevano raccontato: in fondo era abbastanza, rispetto a tutto quanto non sapevo. Insomma, la regola del “rafforzamento positivo” si può benissimo applicare anche in questo caso. Non sapere come si sono vestiti i nostri figli nei loro primissimi anni di vita, non è cosa così importante, meglio puntare su quanto sappiamo o attraverso i loro racconti o attraverso altre informazioni. Già sapere un luogo di nascita, un paese, una città, può dare occasione per parlare ore di quei luoghi e coprirli insieme, o se vogliamo, anche da soli.

Stai attento alla tendenza a non dare valore alla parte di vita dei figli precedente al momento dell’adozione, per enfatizzare invece l’entrata nella tua famiglia dei bambini come momento di nuova nascita

I bambini hanno vissuto anche prima dell’incontro con noi, è facile che abbiano vissuto anche male, ma hanno avuto una loro vita, una loro storia. E anche se non ne parlano se la ricordano bene. Non è negandola come se nel momento in cui vengono via con noi gli diamo una nuova data di nascita (magari rafforzata anche da un nuovo nome) che diventeranno di più nostri figli. È vero che in un qualche modo “ricominciano da capo”, ma come quando si rifà qualcosa, il senso del rifare non è inutile, non va buttato, ma quanto sperimentato prima è stata esperienza necessaria. Esperienza che a loro appartiene e che noi non abbiamo diritto di sminuire. Quante volte ho “snobbato” i racconti di mia figlia, presa alla sprovvista dal racconto della sua esperienza, così lontana dal mio modo di pensare, di conoscere, dalla “mia” di esperienza. Ad esempio ricordo quando mia figlia mi ha raccontato di come le signore dell’istituto le avevano insegnato a cambiare i letti, a portare via le lenzuola mettendone tante dentro una sola e poi facendo un fagotto legando i quattro apici tra loro. Al momento non seppi cosa dire, se non un banale “ma a casa nostra non serve non abbiamo così tante lenzuola da trasportare”; in realtà la mia piccola donnina di sette anni aveva imparato e sapeva fare qualcosa che io non sapevo, e io non avrei dovuto rimanere male per non essere stata io a insegnarglielo.

Non standardizzare le storie singole in una definizione generale di “stato di abbandono”, invece di dare una lettura specifica di ogni storia, che è unica, di ogni singolo figlio; per ogni storia sii capace di individuare il significato specifico di abbandono corrispondente

Spesso la preparazione preadottiva – che per forza di cose rimane nel vago e affronta le cose per grandi categorie, non potendo nemmeno ipotizzare un paese o uno o più bambini ipotetici – abitua anche il genitore adottivo a collocare i bambini dentro grandi scatole, grandi contenitori a cui mettiamo delle etichette. Occorre essere attenti – perché i figli non escono come i vestiti da un’unica macchina manifatturiera, a cui poi si aggiunge la stessa etichetta cambiando solo la taglia – ma i figli adottivi, come peraltro anche tutti gli altri bambini, hanno vissuto una loro specifica esperienza.

A volte esperienze facilmente conoscibili e raccontabili, come per esempio una giovanissima mamma adolescente che non riconosce un figlio già nel momento in cui partorisce in ospedale, a volte storie complesse, articolate, ricche di varie vicissitudini e numerose persone o famigliari di origine. Comprendere il processo per cui si giunge alla ricerca di una nuova famiglia per un bambino, che spesso non è originato da un’unica decisione, un unico avvenimento corrispondente al classico immaginario dell’abbandono vero e proprio, può aiutare i figli a non sentire il peso dell’etichetta di “bambino abbandonato”; che in qualunque modo si voglia guardare, è un’etichetta che significa “rifiuto”.

Inserire ogni bambino dentro il suo specifico percorso, e questa sua storia riconoscerla come parte di un tutto, e non di un unico gesto (anche se a volte può essere veramente un semplice gesto di rifiuto da parte della madre o del padre biologico) può aiutare i bambini e soprattutto le future donne e i futuri uomini a non sentirsi addosso il peccato originale dell’”abbandono”.

Invito alla lettura    

Nel libro di Lorenzini sono affrontate e approfondite altre tematiche che coinvolgono genitori e figli adottivi nel loro primo tratto di strada vissuto insieme. In ognuno dei temi affrontati emerge come fondamentale la capacità di ascolto, la necessità della ricerca di una sincera empatia che il genitore deve trovare con i propri figli. Entrambi devono essere capaci di creare gli spazi e i tempi per il raggiungimento di quella comunione di cuori che ogni genitore adottivo, e ogni figlio, spera lo accompagni per tutta la sua vita.

 

A questo link troverai il libro di Stefania Lorenzini, "Famiglie per adozione. Le voci dei figli", edizioni ETS.

Data di pubblicazione: 
Lunedì, Settembre 10, 2018

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Greta Bellando, pedagogista
Francesca Ancidei, Psicologa, Psicoterapeuta Sistemico Relazionale, Terapeuta EMDR