Autore: 
Antonella Avanzini

In questa estate 2018 forte è il rumore dell’opinione pubblica attorno al tema delle persone straniere, non italiane, che vivono o arrivano in Italia.

Sembrerà strano - ma sarà il caldo, saranno i discorsi sul colore della pelle di neri, negri, persone di colore e via definendo - oggi mi sono venute alla mente le immagini degli afro-americani del sud degli Stati Uniti nel 1930 o giù di lì, quando la “gente di colore” si doveva difendere dal caldo e dal “bianco” col fucile. E nella mia mente scorrevano le immagini dei numerosi film che hanno raccontato le molte ingiustizie subite e inflitte.

Poi mi cade l’occhio sui miei figli, nati in Russia, ancora più biondi ora che il sole estivo schiarisce i loro capelli. Guardo mia figlia, così bella, così bionda così simile proprio alle bamboline matrioske, con un viso tondo tondo e con due occhi azzurri così grandi e luminosi che in Italia non ci sono. Poi invece ci ripenso, in realtà due occhi così azzurri e così grandi io li ho già visti in Italia: le mie cugine nate in Sicilia li hanno, non ereditati dalla mia zia milanese, ma dal loro padre siculo, che li ha a sua volta geneticamente ereditati dalle popolazioni del nord Europa che arrivarono nel sud dell’Italia secoli fa.

Perché quando qualcuno dice “prima gli italiani” andrebbe prima chiarito chi sono davvero gli italiani. Gli italiani non sono nati “italiani”. A dire il vero già da subito nascono da altri popoli, poiché i primi uomini che hanno abitato la penisola arrivavano da altri luoghi. Poi nei secoli successivi, e anche molto più tardi rispetto ad altre aree prospicienti il mediterraneo, ci siamo demograficamente e culturalmente sviluppati. E lo abbiamo fatto grazie all’arrivo di sempre nuove popolazioni con i più vari caratteri somatici e culturali. Certo arrivi pacifici e meno pacifici, ma in un caso e nell’altro questa unione ha dato origine a miglioramenti.

Perché, come si sa, è l’evoluzione della specie che permette la sopravvivenza. Vince chi meglio e più velocemente si differenzia. Ripassare Darwin.

E quindi, di cosa stiamo parlando? Della paura di chi non è uguale a noi? Ma uguale a chi? Noi per primi come italiani siamo tutti diversi! Ma questa “diversità” come viene percepita?

Nel mondo delle famiglie nate per adozione, i figli sono nati in paesi che stanno in tutti i continenti. Asia, Africa, Europa, America. Con caratteristiche somatiche le più diverse. Impedisce questo che siano nostri figli? No. Impedisce questo che siano italiani, con scritto sulla loro carta di identità: cittadinanza italiana? No. E allora, quanto importa il colore della pelle?

Importa, pare, per molti; ma non è solo quello, perché oltre a quello c’è di più. C’è la voglia di dire io si e tu no. La voglia di sentirsi superiori, di dire io sono di più, tu sei di meno. La mia tribù è più forte della tua. Perché è questo che pensava il compagno di scuola di mio figlio, in terza elementare, quando ha detto ai miei figli “io non posso giocare con voi”. Perché, ho chiesto io. “ Perché loro sono russi, non sono della nostra famiglia”, mi ha risposto. Non sono della nostra famiglia, del nostro clan. Della nostra tribù.

Ma nel 2018, il mondo non è più fatto di tribù confinanti, non dobbiamo più andare alla guerra e scacciare il nostro vicino dalla terra dove vive per rubargliela o alzare muri per difendere la nostra: non abbiamo più bisogno di nuove terre da coltivare o di nuovi pascoli dove mandare il bestiame, se la nostra tribù è aumentata di numero. Oggi, e anche già da un bel po’, c’è il commercio, ci sono i mezzi di trasporto. Io ti do questo e tu mi dai quello. Io lavoro una cosa qui e te la mando, tu lavori una cosa là e me la mandi. Ma ancora di più posso fare oggi: posso in tempo reale, teletrasportare, come nei telefilm di Star Trek, il lavoro: abbiamo internet! Abbiamo il lavoro digitale! Io faccio una cosa qui e tu tempo un secondo la puoi vedere, la puoi usare. Siamo lontani ma siamo vicinissimi.

Le nostre tribù non sono più necessariamente legate al luogo dove viviamo, ma legate alle nostre affinità elettive e al nostro arbitrio e sparse per tutto il mondo. A quale tribù apparteniamo? A infinite tribù.

Oggi più che mai la comunicazione avviene tramite strumenti digitali. La maggior parte delle volte comunichiamo senza vederci. Quanta importanza ha davvero il nostro aspetto fisico? Nessuno.

E allora perché in questa estate del 2018 figli adottivi e genitori adottivi sono preoccupati? Preoccupati di essere discriminati, di essere aggrediti a parole o fisicamente perché la loro pelle ha un colore più o meno scuro? E perché, ahimè, queste aggressioni avvengono davvero?

Come dice la canzone, “la risposta, amico mio, soffia nel vento”. Ma io una risposta la voglio dare: perché l’uomo è imperfetto.

Ma.

Ma dalla sua parte l’uomo ha una grande forza, che è quella di comportarsi come tutti gli esseri viventi: vincono i migliori della specie. E i migliori della specie sono quelli che vanno oltre. Che hanno curiosità verso ciò che è diverso da loro, che hanno voglia di saperne di più, che cercano nuove possibilità, che incrociano i loro geni, che includono le anomalie, le differenze.

Perché è con la curiosità verso l’altro, con la voglia di sapere di più, con la generosità verso gli altri delle proprie scoperte, che gli esseri umani progrediscono. Non progrediscono con la chiusura. Con l’odio e il rifiuto.

Progrediscono perché alla fine, i “buoni”, vincono sempre.

Data di pubblicazione: 
Domenica, Agosto 5, 2018

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Anna Guerrieri e Francesco Marchianò
Stefania Lorenzini, Ricercatrice e docente di Pedagogia Interculturale presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” dell’Università degli Studi di Bologna.
Sara Leo