Autore: 
Greta Bellando, pedagogista

Riflessioni a partire dal Convegno sulle origini svoltosi il 15.12.2018 presso l’Università Cattolica di Milano

"Cosa sei? Più indiana o più italiana? Posso essere entrambe le cose nello stesso momento, le mie radici non le sento per terra ma le cresco dentro, le ho create e affondano come e dove dico io”

(Devi Vettori)

Il tema delle radici è qualcosa di esistenziale per ciascun essere umano che ha un “altrove” all’inizio della sua storia di vita; quando la propria esistenza è iniziata in un altro luogo, che sia a 10 km o a migliaia, quell’inizio sembra aver un senso per definire la propria identità.

Ho deciso di iniziare con le parole di una testimonianza del convegno per poter trasmettere un nodo cruciale dei vari, interessanti, incontri che si sono susseguiti nel corso dell’intesa giornata.

È stato un convegno di quelli belli: le voci erano mescolate, i protagonisti si sono “sentiti” mentre dall’altra parte c’era un pubblico variegato fatto di studenti, genitori adottivi, adulti adottati, operatori, ricercatori... che hanno potuto portare a casa un bagaglio arricchito.

Ma perché il tema delle origini sembra essere così importante? Per ognuno ha una valenza diversa ma ad un certo punto della vita ci si fa i conti, soprattutto quando si ha la necessità di rispondere a domande come: “Perché è successo? Perché proprio a me?”.

La prof.ssa Rosnati nel suo intervento ha affermato: “L’adozione non permette di cancellare i dolori ma li attraversa” ovvero nel corso della vita di una persona adottata non possiamo considerare un momento in cui tutto termina, bensì l’esperienza dell’adozione sembra adattarsi e modificarsi nel corso della vita divenendo a tratti più faticosa, a tratti più serena.

Da una ricerca condotta presso il TdM di Bari tra le motivazioni che vi sono per la ricerca c’è: “Colmare un vuoto, scoprire i motivi, ricomporre i pezzi, riappropriarmi del significato della mia vita”.

Una volta di più si coglie da queste parole come il trasporto verso le origini sia legato alla propria definizione identitaria e non abbia un nesso con un possibile fallimento della propria adozione.

Dall’esperienza del TdM di Milano, la dott.ssa Dalcerri (giudice onorario) ha raccontato di come chi sia giunto a ricercare le proprie origini abbia avuto un’adozione felice per il 96% dei casi.

La dott.ssa Lombardi, del Cta di Milano, ha ribadito come il 100% ricerchi le proprie radici; seppur alcuni decidano di intraprendere un vero e proprio “viaggio” verso le proprie origini, tutti in realtà vivono un “viaggio interiore” fatto di quesiti e tasselli a cui è necessario dare un senso.

Ogni ricerca, che sia fisica o semplicemente interiore ha un profondo valore per se stessi; c’è chi cerca per ritornare, chi per incontrare e chi per domandare nella speranza di ottenere risposte. Nella maggioranza dei casi si cerca la madre, ma anche i fratelli sono spesso inclusi in questo percorso. Le emozioni che accompagnano l’adottato possono oscillare dalla speranza di non essere abbandonati di nuovo, alla paura che nulla sia cambiato.

Le strade verso la ricerca non sono sempre ufficiali ed è necessario farci i conti poiché ormai i social possono avvicinare laddove vi siano distanze fisiche o impedimenti legislativi; bisogna fare attenzione affinché chi compie questo percorso identitario non sia “solo”, poiché alcune volte si può incappare in delusioni, fatiche e pericoli.

Come ribadito dalla prof.ssa Rosnati, spesso avere tutte le informazioni che si ricercano non è abbastanza per riuscire davvero a rispondere a se stessi; a tal proposito facendo riferimento al prof. Brodzinsky è opportuno che nella famiglia adottiva, sin da subito, vi sia una costruzione e condivisione di significati poiché l’apertura comunicativa favorisce il benessere ancor di più di quella che lo stesso Brodzinsky definisce “apertura strutturale” fatta di informazioni.

Restando ora sulle informazioni, spesso, ancor oggi, queste possono essere negate agli adottati che non sono stati riconosciuti alla nascita. Il dibattito in merito all’ art 28 è stato esplorato a partire dalla Presidente del TdM di Milano, la dott.ssa Gatto. Pare che l’auspicio sia verso un cambiamento che possa consentire agli adottati di ricevere le informazioni richieste, tutelando anche le madri di origine nella possibilità di scegliere l’anonimato al momento del parto, prevedendo, poi, la possibilità di essere contattate qualora in futuro il figlio abbia desiderio di sapere.

Attualmente pare che in Italia alcuni TdM stiano procedendo, dopo che il figlio ha presentato istanza, a contattare la madre di nascita, ma non sempre questo accade, pertanto sembra nuovamente esserci una disparità nel diritto a seconda delle zone d’Italia in cui si presenta la domanda. E poi ancora un altro “vuoto” sembra palesarsi qualora la madre di nascita sia deceduta, poiché non appare chiaro come si debba procedere in questa situazione; laddove non vi sia più un qualcuno da cui sapere, può avere un profondo valore simbolico ed emotivo ritrovare, comunque, anche solo una tomba.

Una buona prassi di azione, in merito alla procedura di contatto delle madri di nascita, è stata illustrata dalla dott.ssa Dalcerri che ha riportato i passaggi messi in atto per accogliere dapprima l’adottato e mettersi poi sulle tracce della madre d’origine. Si è parlato di “continuità” intesa come la possibilità per chi si rivolge a questo servizio di avere contatti sempre con la stessa persona della cancelleria, in modo da sapere “di chi e di cosa” si stia parlando in ogni momento. Tra le cose a cui si fa maggiormente attenzione vi è “la vita della madre di nascita”, ovvero si procede in modo differente a seconda che vi sia una famiglia o la donna viva da sola.

Spesso queste donne, una volta convocate in tribunale, si presentano accompagnate da qualcuno, alcune volte i figli ed altre volte i mariti. Il momento in cui le si comunica chi la sta cercando è molto delicato e si predilige che la donna sia sola poiché non si può sapere, in quel momento, se gli altri “sanno”. È stato descritto e, possiamo solo immaginarlo, come quel momento sia molto profondo e delicato, quelle donne stano ripiombando dentro il proprio passato.

Spesso dopo esser venute a conoscenza chiedono tempo per parlare con la propria famiglia, perché magari ne avevano parlato al marito e non ai figli. Una volta accolta la disponibilità alla revoca dell’anonimato, queste donne vengono rassicurate, poiché spesso vi è la paura di rancore da parte dei figli e, una volta rassicurata la madre, si procede ad un primo incontro con il figlio in una stanza del TdM.

Questi incontri sono stati definiti dalla dott.ssa Dalcerri come ricchi di “intelligenza emotiva” scoprendo così donne molto semplici che hanno avuto nella loro vita un percorso molto duro.

Un’altra buona prassi è stata illustrata dalla Dott.ssa Pregliasco che ha riportato l’esperienza Toscana del progetto SER.I.O avviato dall’Istituto degli Innocenti, che nel corso del tempo ha prima accolto i minori e oggi li accompagna verso la ricerca delle origini. Il servizio rafforza la collaborazione dell’Istituto con diversi soggetti che ruotano attorno al mondo dell’adozione, in grado così di affiancare e sostenere al meglio questo percorso verso l’iter e la propria storia di vita.

Un punto fondamentale emerso è l’importanza della formazione degli operatori a partire dalle ostetriche, perché la madre sin dai primi istanti deve “sapere le conseguenze della sua scelta”.

Soffermandoci sulle madri d’origine è stato molto emozionante e coinvolgente l’intervento della dott.ssa Luongo, assistente sociale del Comune di Milano, che ha riportato voci, o meglio come ha ribadito lei le “urla” delle madri di nascita. Siamo spesso abituati a parlare di coloro che stanno all’origine, ma spesso non conosciamo i loro pensieri e le loro sensazioni riguardo a quello “strappo” fisico ed emotivo.

Alcune di queste urla raccontavano: “Volevo tenerlo ma non potevo, Avevo bisogno anch’io, Allora mi assicuri che stia bene, che me lo curino come avrei fatto io?, Lo sogno tutte le sere, mi manca!, Avevamo bisogno di cure tutti e due. Io una famiglia non ce l'ho avuta per questo non è con me!”. Ciascuna di queste testimonianze smuove delle emozioni in noi, ciascuna merita rispetto e assenza di giudizio, certamente credo sia fondamentale e prezioso averle ascoltate per permetterci una volta di più di dare “senso” e “valore” a quegli inizi.

Queste testimonianze hanno richiamato alla mia mente un film che ho apprezzato e mi ha portato tante emozioni dentro: “La pazza gioia” di Virzì. Un film che in maniera dirompente e limpida ci mostra di quel “prima” di cui tutti ci sentiamo un po’ in dovere di “parlare” ma che poi in fondo non possiamo davvero immaginare. Ecco, questo film lo consiglio proprio a tutti (con una buona dose di fazzoletti con sé) perché ci aiuta ad abbassare il giudizio e a riflettere su cosa si possa fare in quel “prima” per evitare sofferenze e abbandoni che lasceranno da entrambe le parti segni indelebili per tutta la vita. La dott.ssa Melita Cavallo, con la sua vastissima esperienza, ci ha spinti a riflettere proprio su questo, su come, laddove ci siano degli “affetti”, si possa intervenire per sostenere ed evitare ferite.

Con il dott. Vadilonga abbiamo puntato lo sguardo verso i nostri bambini ritrovandoli in due personaggi noti: da una parte il mito di Edipo e dall’altra Superman che attraverso la sua storia porta a riflettere sul valore delle origini e sulla possibilità di vedere in futuro un’apertura dell’adozione, che dovrà prevedere una continua formazione degli operatori che sono attivi in questo mondo.

In conclusione, seppur sia consapevole di aver riportato qui solo alcuni frammenti di un momento a cui sono grata di aver partecipato, credo sia importante trasmettere ai genitori adottivi il messaggio di stare accanto ai propri figli senza sostituirsi in questo processo di ricerca, aspettando che siano loro a richiederlo seguendo i loro “tempi”.

La ricerca delle origini è un moto personale che attraversa le vicissitudini della vita, è importante poter andare a conoscere di più di sé per non dimenticare, per dare senso e talvolta riconoscenza una volta di più al dono della vita. Dalle origini è bello poi ritornare per costruire l’oggi e germogliare nel domani.

Data di pubblicazione: 
Sabato, Dicembre 22, 2018

Condividi questo articolo

Articoli sull'argomento

Anna Guerrieri e Francesco Marchianò
Stefania Lorenzini, Ricercatrice e docente di Pedagogia Interculturale presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” dell’Università degli Studi di Bologna.