Autore: 
Luigi Bulotta

Quanto influisce la disabilità con la capacità di essere genitori?
Dipende dalla natura della disabilità, direte voi, da quanto essa limita la capacità di mettere in campo le risorse necessarie per “fare” il genitore. Ma quali sono le risorse che consideriamo necessarie? E poi: sono tutte ugualmente indispensabili? Un aspetto importante potrà essere costituito dalla presenza di un partner che abbia la possibilità di venire incontro alle limitazioni e alle esigenze del primo, dalla sua capacità di farsi carico di alcuni aspetti, a volte in maniera esclusiva.

Naturalmente non è facile rispondere ad una domanda del genere, né è possibile dare ad essa una risposta univoca. Eppure, quando una coppia in cui è presente una persona con una disabilità decide di presentare la disponibilità all’adozione, qualcuno sarà chiamato a valutare se quella specifica coppia potrà costituire una risorsa per un minore in stato di adottabilità e quella risposta andrà data.

Chiariamo subito che la disabilità in sé non costituisce ostacolo per adottare, ma ogni singolo caso andrà valutato in relazione alla natura e alla gravità della disabilità e alla ricaduta che essa potrà avere sulla relazione familiare. Ma è realmente così, o solo così, o esiste comunque un pregiudizio nei confronti della disabilità? Una coppia in cui è presente una persona con una disabilità incontra difficoltà maggiori rispetto alle altre coppie nel suo percorso adottivo?

Cerchiamo di rispondere attraverso l’esperienza di Giovanna e Carlo, una coppia che ha portato a termine l’intero iter adottivo e che sono oramai genitori da molti anni.

Giovanna è affetta da osteogenesi imperfetta, una patologia genetica che la costringe in carrozzina e che, nonostante le difficoltà che le crea, non le impedisce di avere una vita ricca ed attiva. Giovanna e Carlo si sono fidanzati dopo un anno dal loro primo incontro. Quando sentono di essere pronti per un figlio, decidono, responsabilmente, di non percorrere la via della genitorialità biologica, in quanto è molto concreta la possibilità di tramettere al figlio la patologia di cui è affetta Giovanna.

La decisione di sposarsi per poter adottare sembra quindi la scelta più naturale.

D. Giovanna, con che spirito hai iniziato questo tuo percorso adottivo?

R. Con la convinzione che non ci avrebbero mai permesso di adottare un figlio desiderato.

D. Ma è stata solo una paura iniziale o si è rivelata realtà?

R. Credo che l’equipe che ci aveva in carico avesse la convinzione che io mi volessi realizzare come persona attraverso l’adozione, cosa naturalmente non vera, perché amo la vita ed era questo amore la molla che mi spingeva a cercare un figlio. E’ stata dura, ma mi sono battuta come un leone. Abbiamo avuto con loro 12 incontri, quando per diverse coppie che conoscevo ne sono bastati solo 3 o 4. Hanno voluto anche incontrare le persone più vicine a noi e parlare con loro, quindi in un incontro con la psicologa e l’assistente sociale erano presenti i genitori, la sorella ed il fratello di Carlo, mia sorella ed i miei testimoni di nozze, ma alla fine, con il contributo di tutti, siamo riusciti a fare cambiare loro idea, convincerli che la mia decisione di adottare non dipendeva da una insoddisfazione, dal dover riempire un vuoto che la mia condizione mi creava. La relazione che hanno redatto è stata positiva e l’idoneità, anche se l’iter è stato più lungo di quanto desiderassi, alla fine è arrivata.

D. Quindi, anche se con fatica e impegno, le difficoltà erano finalmente finite?

R. Non ho detto che il decreto ci dichiarava idonei ad adottare un minore di età inferiore ad un anno, quindi era in pratica inutilizzabile. Abbiamo avuto un colloquio con tutti i 15 Enti che all’epoca erano autorizzati per l’adozione internazionale [n.d.r.: in quel periodo l’albo degli enti autorizzati era di recente istituzione e conteneva ancora un numero esiguo di enti rispetto all’attuale], ma solamente uno si è dichiarato disponibile a cercare un paese dove sarebbe stato possibile adottare, sia per il decreto così stringente sia per la mia disabilità. Questo ente ci consigliò di chiedere l’estensione d’età. Lo abbiamo fatto e il TdM ha esteso l’età del bambino adottabile fino a 2 anni. Col nuovo decreto siamo stati indirizzati su El Salvador, ma dopo ben tre anni e mezzo di attesa, nel 2004, ci siamo spostati sulla Cambogia, dove abbiamo adottato nostro figlio che all’epoca aveva 22 mesi.

D. Posso chiederti come ha vissuto e come vive tuo figlio la tua disabilità? Ha creato difficoltà nella vostra relazione?

R. Da piccolo l’ha vissuta in maniera molto spontanea, com’è naturale a quell’età, a volte come un gioco. Ad esempio, se doveva raggiungere qualcosa posizionata in alto, dove lui ancora non arrivava, spesso mi veniva a prendere, mi spostava e si arrampicava sulla mia carrozzina per risolvere il problema. Crescendo naturalmente la sua consapevolezza è aumentata e spesso si arrabbia quando vede quanto poco rispetto c’è nei confronti dei disabili. D’altra parte la considerazione delle difficoltà che siamo costretti ad affrontare quotidianamente avviene spesso quando si è costretti a viverle sulla propria pelle. Diverse amiche, nel momento in cui sono diventate mamme, hanno realizzato come sia complicato districarsi nelle mille difficoltà che s’incontrano a muoversi in città con un passeggino, tra barriere architettoniche e posteggi selvaggi che rendono impossibile salire e scendere dai marciapiedi. Nello sfogarsi con me, mi hanno detto: “Oggi ho pensato a te: ma come fa Giovanna tutti i giorni…”.

D. Quanto conta la presenza di un marito collaborativo e che si prenda la sua parte di carico familiare?

R. Molto, ma lo considero un prerequisito indispensabile in qualsiasi rapporto di coppia, indipendentemente dalla presenza o meno di figli. Mio marito è sempre stato molto presente e accudente con nostro figlio quando era più piccolo. Ora è un ragazzo ed è più autonomo, ma quando ha bisogno del padre lui c’è sempre. Quello che ci ha aiutato in tutti questi anni è stata una fitta rete di famigliari e amici che ci hanno aiutato quando ne avevamo bisogno. E’ una risorsa importante per qualsiasi famiglia, ma per la nostra lo è stata ancora di più.

D. Cosa suggeriresti ad una coppia come la vostra che decide di adottare?

R. Direi loro quello che direi a qualsiasi coppia, di guardarsi bene dentro e capire se sono convinti realmente di quanto stanno per fare, perché se l’iter dovesse andare a buon fine dovranno poi affrontare tutto quello che verrà dopo con tanta tenacia, che serve tutta. Mi riferisco in particolare al fatto che questi bambini, più o meno piccoli che siano, hanno tutti un proprio vissuto, una propria lingua di origine, una propria cultura ed un proprio vuoto che non si può riempire nonostante tutto l’amore gli si dia. Direi loro che se hanno una rete di parenti e amici che li potranno sostenere in questo loro progetto familiare, che lo facessero presente durante i colloqui e sfruttassero questa risorsa nel loro futuro di famiglia.

D. Come giudichi la tua famiglia oggi, dopo tanti anni dalla sua nascita?

R. Una famiglia esattamente uguale a tutte le altre, che si affanna, s’ingegna ogni giorno e che affronta il difficile periodo dell’adolescenza del figlio. Vedi, credo che la mia disabilità non abbia tolto o aggiunto nulla di particolarmente rilevante e, con tutta sincerità, penso che anche per mio figlio siamo stata una famiglia come le altre, che lui non abbia dovuto rinunciare a nulla a causa della mia disabilità, anche se, per correttezza, dovresti chiederlo a lui.

Data di pubblicazione: 
Martedì, Giugno 26, 2018

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Anna Guerrieri e Francesco Marchianò
Stefania Lorenzini, Ricercatrice e docente di Pedagogia Interculturale presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” dell’Università degli Studi di Bologna.
Sara Leo
Dott. Corrado Randazzo, psicologo, psicoterapeuta - Dott.ssa Fabrizia Strangio, psicologa