Autore: 
Dott. Corrado Randazzo, psicologo, psicoterapeuta - Dott.ssa Fabrizia Strangio, psicologa

Nell’antichità e fino alla metà del ventesimo secolo, il ruolo del padre era considerato essenzialmente un ruolo normativo, un esercizio indiscusso di autorità, mediato dalla figura materna, che faceva da tramite. La presenza del padre nella vita dei figli, almeno fino a quando questi non diventavano adulti e si inserivano nella società, era marginale e la sua effettiva presenza era scarsa.

Proveniamo in buona sostanza da una idea arcaica e ancestrale di famiglia in cui le figure genitoriali sembravano avere ruoli molto differenti tra loro. Alla figura materna era attribuita la cura dei figli e del nido, mentre alla figura paterna veniva dato il ruolo di lavoratore, inteso come colui che provvede a procacciare il cibo per la famiglia.

Oggi le due figure si sono equiparate e si sono riconosciute come aventi pari diritti e doveri. Ne è risultata una necessaria ridistribuzione dei ruoli. Sia la madre che il padre oggi sembrano avere il dovere tanto di preoccuparsi dell’accudimento e della cura dei figli, quanto di lavorare per provvedere al sostentamento della famiglia.

È adesso più concepibile comprendere quanto la definizione di figura materna e paterna sia differente dalla definizione di funzione materna e paterna.

Infatti:

 

  • Per funzione materna si intende la capacità di entrare in sintonia emotiva col figlio e di comprenderne i bisogni e tale funzione può essere svolta sia dal padre che dalla madre;
  • Per funzione paterna si intende la capacità del genitore di mettere delle regole a quella stessa vita emotiva del figlio che altrimenti sarebbe disorientata. Anche tale funzione può essere svolta sia dal padre che dalla madre.

 

Quando parliamo di ruolo del padre intendiamo perciò l’esercizio della funzione paterna, quella funzione che consente al bambino di separarsi dalla condizione di dipendenza assoluta (D. Winnicott) tipica della relazione primaria madre-bambino e di entrare in relazione col mondo esterno.

Questo grado di separatezza tra il bambino ed il primo oggetto d’amore è definito “processo di individuazione”, termine con il quale s’intende il percepirsi come essere a sé stante e l’avviarsi del percorso di definizione della specifica identità e delle scelte di vita personali.

A questo proposito è utile effettuare una distinzione tra la dimensione simbolica e quella reale della figura del padre.

 

Padre reale e padre simbolico.

 

Il noto psicoanalista francese Jacques Lacan affermava: “..non è necessario che ci sia un Uomo perché ci sia un padre” (Lacan, 1957).

Partendo da questa citazione, possiamo iniziare a pensare:

 

  • Al padre reale come al padre in carne e ossa, che è soprattutto, per Lacan, un tramite, un ambasciatore fra la comunità madre-figlio e la comunità esterna;
  • Al  padre simbolico come un necessario “elemento terzo”, che trascende l’uomo in carne e ossa e che consente al bambino prima ed all’adolescente poi, di rompere il cordone ombelicale con la  famiglia e indirizzare bisogni e desideri verso un universo diverso dal luogo delle origini in cui possa realizzare il suo personale progetto di vita, con il senso e la funzione di dignità che gli spetta.

 

Il vivere, da parte dei figli, nel continuo appagamento dei propri bisogni attraverso il riferimento ad un materno sempre disponibile e che non pone limiti al desiderio, imprigiona questi stessi nell’illusione che il proprio desiderio possa essere soddisfatto per sempre.

Questa posizione onnipotente, secondo la quale ciò che desideriamo può essere ottenuto sempre, è una posizione che relega i figli in una condizione illusoria e comunque di non autonomia.

La società, infatti, presto disilluderà il figlio attraverso i primi fallimenti e le prime insoddisfazioni, e questo sarà inaccettabile o ai limiti del traumatico per coloro che non hanno mai fatto l’esperienza in famiglia della perdita, della frustrazione, della mancanza.

La possibilità di “fare” esperienza della mancanza, dei limiti del proprio desiderio, è un esperienza concessa solo alle coppie genitoriali in cui è contemplata la funzione paterna.

È la funzione paterna che determina la rottura di quel cordone ombelicale simbolico madre-bambino e che sancisce la scoperta della mancanza.

 

Il padre nella famiglia adottiva e il suo coinvolgimento.

 

La riflessione sulla funzione materna e paterna e sulla differenza tra padre reale e padre simbolico più che sulle figure biologiche o adottive di padre e madre, ci permette di capire quanto l’adozione possa rappresentare una possibile riparazione della difficile esperienza vissuta dai bambini adottati.

Nelle famiglie adottive talvolta le nuove mamme sono oggetto di proiezioni da parte dei figli che riversano proprio in questa relazione i loro timori, le paure, le speranze, i sogni.

Talvolta il bambino adottivo investe la madre di un notevole flusso emozionale. Nei casi limite troviamo rapporti caratterizzati da eccesso di affezione o da eccessi di rifiuto attribuibili ad ipercompensazioni che mirano a recuperare l’affetto perduto o reazioni di rabbia che hanno lo scopo di difendersi rifiutando una relazione che ricorda incertezze ed angosce.

Ecco allora che il padre nella famiglia adottiva assume importanza fondamentale: quella di riaffermare la dimensione triangolare della famiglia attraverso l’esercizio di un ruolo che determini e che riaffermi i confini che delimitano lo spazio del figlio, quello della coppia genitoriale e quello della famiglia.

Sembra importante che il padre adottivo infatti viva fin dall’inizio, insieme alla compagna, tutte le emozioni connesse al nuovo percorso che si sta intraprendendo.

Il desiderio di vivere l’esperienza adottiva vissuto come desiderio di uno solo dei futuri genitori potrebbe creare le condizioni per una configurazione duale che di per se esclude il terzo e quindi la funzione paterna. Senza il paterno il figlio vivrebbe nella condizione patologica della dipendenza assoluta.

Pertanto lo sviluppo delle capacità del figlio sembra dipendere necessariamente dalla possibilità familiari di configurare una dimensione triangolare rappresentata dal triangolo madre-padre-figlio.

 

Costruire una relazione genitori figli che ha il suo punto d’origine nell’incontro fra vite precedentemente lontane.

 

Fin dal primo momento dell’incontro i genitori e il bambino, con diversi livelli di consapevolezza, vanno nella direzione del colmare le distanze attraverso gesti quotidiani che favoriscono la creazione di ricordi e vissuti condivisi, la conoscenza reciproca e il reciproco attaccamento affettivo.

A seconda del suo vissuto, il bambino da poco arrivato nella nuova famiglia spesso tende ad avvicinarsi maggiormente a un genitore rispetto a un altro.

Durante i primi tempi, e specialmente in infanzia, il gioco rappresenta il canale privilegiato attraverso il quale è possibile trovare dei punti d’incontro e iniziare a costruire una relazione intima. Attraverso il gioco il bambino esprime e “racconta” le caratteristiche delle proprie dinamiche relazionali, investendo i genitori dei suoi vissuti emotivi più profondi.

Può essere il padre o la madre a gestire il linguaggio ludico e dunque a giocare con il proprio figlio. Chiunque sia il membro della coppia impegnato nelle gestione del linguaggio ludico col figlio, esso sarà chiamato, in nome della creazione di una triade familiare funzionale allo sviluppo psichico e affettivo del bambino, a introdurre il partner in questa attività, fungendo da tramite tra i due.

Sembra fondamentale infatti la possibilità per il bambino di fare esperienza di entrambe le funzioni genitoriali: quella materna e quella paterna. La funzione materna è fondamentalmente affettiva, protegge e aiuta il bambino ad acquisire quella sicurezza di base che gli permette di affrontare la vita con equilibrio.

La funzione paterna definisce limiti e regole ed è altrettanto importante per la futura sicurezza del figlio, gli fornisce strumenti per confrontarsi con la realtà e interagire con essa, gli dona maggiore sicurezza e gli permette di acquisire la capacità di contenere le emozioni, di costruire un’identità stabile, responsabile e autonoma.

Sembra quindi, che la “figura del padre” sia importante tanto quanto “la figura della madre”.

La “Legge del padre” (Lacan, 1957) sembra essere ciò che sancisce la nascita del nome del figlio, ciò che lo “chiama fuori”: fuori dalla relazione fusionale con la madre, fuori dalla famiglia, e fuori da tutti i luoghi in cui il figlio potrebbe rimanere inerte, per accedere alla creazione di una sua possibile personalità.

È come se il padre dovesse operare un nuovo svezzamento.

Ma perché avvenga questo il materno deve poter concepire, “nominare”, il valore del padre, cioè autorizzare la “legge”. Senza questo riconoscimento da parte della madre, il padre non potrà far conoscere al figlio questo “luogo altro”, che è il mondo extrafamiliare.

 

Se in infanzia un ambiente supportivo che consenta al bambino di fare esperienza sia della funzione materna che di quella paterna e che riconosce e tollera le difficoltà del figlio si rivela efficace, in adolescenza la portata sconvolgente dei cambiamenti psichici e in primo luogo corporei fanno sì che si apra una partita tutta nuova da giocare.

 

La nuova nascita: l’adolescenza.

 

Il processo adolescenziale, che consiste nella scoperta del “luogo altro” (…dalla famiglia) come luogo nuovo su cui collocare bisogni e desideri, rappresenta una cesura della relazione di dipendenza con la famiglia e per questo è un momento molto tormentato per i figli.

È concepibile ipotizzare quanto possa essere ancora più difficile, per i figli adottivi, rievocare una separazione che è realmente avvenuta a suo tempo e che è stata molto dolorosa.

Inoltre l’adolescenza rappresenta una nascita: la nascita di una nuova identità. È il periodo in cui si riattivano i traumi e i conflitti irrisolti legati alla memoria di separazioni vissute. Tutto ciò che non è stato elaborato nel corso degli anni emerge con forza, assumendo talvolta una portata destabilizzante.

È in questo periodo che l'adolescente adottato e i suoi genitori, infatti, si trovano di fronte al delicato compito di rielaborare e rimaneggiare il problema dell'origine e dunque di un'identità più difficile da costruire.

L’esercizio delle funzioni genitoriali in questo momento può assumere funzione terapeutica per il figlio, nel consentirgli di superare il dolore della prima separazione.

Il noto psichiatra e psicoanalista francese Philippe Jammet definisce l'ambiente vissuto dall'adolescente “spazio psichico allargato”, per indicare il fatto che la realtà interna vissuta dal ragazzo si estende e sovrappone all'ambiente esterno in un continuo gioco di proiezioni rivolte all’altro per sollecitare reazioni.

Non possiamo che interpretare in tale ottica tutti gli attacchi che l'adolescente rivolge al proprio ambiente esterno che quindi rappresentano non un atto aggressivo rivolto all’altro ma un atto aggressivo in primis verso se stesso.

L’adolescente infatti, non vorrebbe attaccare gli altri ma il proprio corpo in trasformazione, colpevole di risvegliare l'angoscia identitaria, il tema delle origini, la profonda paura di essere abbandonato.

Gli aspetti fisici del mutamento immediatamente percepibili, infatti, assumono rapidamente un significato psichico profondo e possono essere vissuti dall’adolescente adottato come elementi che marcano la differenza dai genitori e da altri adulti della famiglia allargata, mettendo profondamente in discussione il proprio senso di appartenenza.

E' come se durante tutta l'infanzia fosse più facile tenere in sospeso il pensiero della distanza, la macchia cieca di un'origine di cui sia gli uni che gli altri sanno ben poco.

Il corpo sessuato che si pone con forza al centro della scena concretizza questo pensiero e rende ineludibili interrogativi che se non trovano risposta possono suscitare paura e smarrimento.

Anche in questo caso sembra di essenziale importanza la presenza e soprattutto l’integrazione della figura del padre.

Il padre, o meglio ancora potremmo dire l’esercizio della funziona paterna, infrangendo il sogno di una relazione idealizzata della coppia madre-bambino in cui c’è sempre tutto ciò di cui si ha bisogno, in cui non c’è abbandono, in cui non esiste il fallimento, richiama il figlio al mondo esterno nel quale avrà bisogno di un nome per essere riconosciuto ed indica lui la strada per trovare ed appropriarsi del suo nome, il suo specifico nome, la sua specifica strada.

 

Per concludere….

Se possiamo intendere la funzione paterna quindi come necessaria quanto quella materna allo sviluppo del figlio, crediamo possa essere condivisibile quanto sia la coppia genitoriale ad essere determinante in quanto ambiente in grado di assolvere al compito di sostenere e riparare.

Il riferimento qui non è all’esistenza fisica della coppia ma a quella coppia simbolica che possiede le funzioni di base (materna e paterna) per rispondere, sostenere e tollerare le esigenze dei propri figli.

La conquista della propria autonomia, da parte del figlio e di conseguenza della propria identità, sembra frutto, pertanto, sia della funzione materna, intesa come capacità della madre di essere al tempo stesso contenitiva, tollerante, devota, sia della funzione paterna, intesa come capacità del padre di essere sentito dal figlio come apertura verso l’esterno che introduce il figlio al mondo e gli consente di  sfuggire dall'illusione di poter vivere per sempre la relazione simbiotica col genitore, tipica dell’infanzia.

La figura del padre, nella mente della madre rappresenta una condizione da cui non si può prescindere per consentire la nascita di nuovi vissuti nel figlio: Il vissuto del figlio di essere diverso altro dal genitore ma anche il vissuto di essere e di esistere come persona nuova ma integra.

Data di pubblicazione: 
Giovedì, Marzo 21, 2019

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Anna Guerrieri e Francesco Marchianò
Stefania Lorenzini, Ricercatrice e docente di Pedagogia Interculturale presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” dell’Università degli Studi di Bologna.
Sara Leo
Diletta La Torre, Psichiatra, Psicoanalista Ordinario SPI-IPA, Didatta IIPG