Autore: 
Francesco Marchianò, psicologo - psicoterapeuta

La figura materna e la figura paterna sono percepite in modo differente. La prima come maggiormente stabile e punto di riferimento dei figli, la seconda come vicaria e di sostegno alla figura materna, non immediatamente figura accudente autonoma, una sorta di apprendista pur avendo iniziato contemporaneamente all’altra figura genitoriale.

Di certo ai nostri tempi il ruolo del padre si è estremamente evoluto, ma per quanto riguarda essere figura deputata all’accoglienza, al cosiddetto abbraccio consolatorio nei momenti di disperazione, alla carezza affettuosa, potremmo piazzare, per la stragrande maggioranza dei casi, un bel cartello di “lavori in corso”. La cosa è estremamente accettata e, di fatto, non suscita stupore la scena di un papà che chiama in soccorso una mamma in caso di capricci insoliti o particolarmente resistenti ai tentativi di consolazione.

Vi sono dei particolari casi, tuttavia, dove non è così, almeno all’inizio dell’esperienza genitoriale. Basta, ad esempio, entrare nel vivo del mondo dell’adozione e in quelle storie in cui i figli hanno una storia pregressa rispetto al rapporto con altri genitori.

“Il papà adottivo in gioco sin dal periodo dell’attesa, risorsa nell’incontro”

Il futuro papà adottivo, a differenza di quello biologico, condivide l’attesa con la mamma sia sotto il profilo psicologico che pratico. Entrambe le figure sono determinanti nel cammino che li accompagna prima verso il proprio figlio, poi nella fase di accoglienza e in quelle a seguire in cui la famiglia cresce insieme giorno dopo giorno.

Il padre adottivo, se non è così terrorizzato al punto di delegare alla nonna o al nonno pronti a rivivere il ruolo genitoriale, in molti casi deve farsi carico di una complessità, forse mai vissuta prima.

E’ frequente, ed i racconti dei vissuti di molti genitori lo testimoniano, che i bambini adottati con qualche anno di vita, abbiano ricordi vividi e purtroppo dolorosi del tempo trascorso con la mamma.  E’ la sua perdita quella principale da elaborare.

Che effetto fa un volto di donna, che come mamma si avvicina, propone attenzioni e carezze? Cosa può voler dire accettare quella vicinanza se il ricordo dell’altra è ancora vivo?

La paura di non rivedere più colei da cui si è stati allontanati è angosciante. Il pensiero frequente nei bambini è perché non aiutate anche lei? E’ necessario non sottovalutare mai le paure dei bambini, spesso loro non dicono e pericolosamente non permettono all’adulto di capire cosa sta succedendo nelle menti e nei loro cuori.

Inoltre, che effetto fa sentire l’intensità del desiderio di questa “nuova mamma” ora comparsa dal nulla, le sue aspettative, anche quando non c’è alcuna madre da ricordare e forse neppure una figura femminile diversa ma accudente? Che effetto fa quando ci sono state tante figure femminili, una dopo l’altra poco comprensibili se non minacciose?

Eppure, in tutte queste emozioni complesse, è importante il bisogno per i bambini di avvicinarsi ed iniziare a conoscere la nuova famiglia, queste persone gentili e stranamente premurose. E’ qui che si propone fortunatamente il papà. E fa qualcosa che nessuno gli aveva mai insegnato, ovvero diventare il principale punto di riferimento.

“Fare gioco di squadra nelle difficoltà”

Nell’accogliere il proprio figlio si utilizzano strumenti per entrare in contatto ed uno di questi è proprio il gioco, che spesso il papà adottivo utilizza per entrare in relazione con il bambino, creando così un legame affettivo. Non solo.

Spesso i genitori vengono messi alla prova e il dialogo, la fiducia, la condivisione e la complicità nella coppia sono risorse fondamentali. In queste situazioni il gioco di squadra diventa fondamentale per trovare una soluzione e creare un equilibrio familiare sereno. A volte il rifiuto è una forma di relazione in cui il bambino osserva. In alcune situazioni il bambino assume il “controllo” della situazione e i genitori devono necessariamente legittimare sé stessi, “autorizzarsi” nelle loro figure di mamma e papà. Quindi, devono essere “alleati”, saper parlare tra di loro condividendo gli stati d’animo anche nelle situazioni più difficili. Nei momenti di difficoltà, quando, ad esempio nei primi tempi, la compagna fatica a trovare una dimensione materna e a ritrovare dentro sé un figlio così differente ed estraneo, è proprio il gioco di squadra che può permettere al padre di ricondurre il figlio ad un rapporto con la mamma, di riportarlo a base.

Ritratto del papà adottivo: il protagonista pragmatico

Torniamo al papà, è lui che tradizionalmente si occupa delle questioni più dure. Descriviamolo durante la partecipazione ai gruppi post adozione.

Sono lì, accanto alle loro mogli, spesso in ascolto, attenti a capire nelle prime battute se quello di cui si parlerà potrà essere utile oppure da cestinare immediatamente. Alcuni sono convinti che sia un’esperienza utile per la coppia, altri sono lì su richiesta delle mogli, molti di loro pensano che in un contesto di gruppo le loro consorti possano trovare una giusta accoglienza, una possibilità di confronto, a cui loro spesso non riescono ad ottemperare. Ritengono giusto lo scambio la possibilità di raccontarsi le reciproche esperienze, non tanto per loro, quanto per le mamme, sono comunque loro le portavoce della coppia. Sono questi i papà che spesso popolano i gruppi, sono attenti, ma timorosi, non abituati a mettere a nudo le loro fragilità. Intervengono, ma prevalentemente per raccontare una situazione definita o difficile, poche volte la domanda contiene un aiuto esplicito. Sono bravissimi a fare ragionamenti, a trovare una logica in tutto quello che succede.

E se si parla di emozioni?

I papà sono abituati a dare risposte e ad intervenire quando la situazione diventa difficile, la possibilità di raccontare come si sono sentiti non è contemplata, le loro difficoltà non devono essere palesate anche se esistono, le mogli ne possono parlare, loro no. Quando succede, ad esempio nei momenti più complessi della vita famigliare, quando parlano affranti, è per descrivere una situazione che sentono senza speranza, perché se non riescono loro a districarsi, difficilmente se ne verrà a capo. Molto spesso sono iperprotettivi, in alcuni casi si buttano a capofitto a proteggere il territorio delle mura domestiche da coloro che amano di più, i loro figli. Sono costretti perché loro non rispettano le regole e sfidano la loro autorità.

Piangono quando non reggono più la situazione, ma preferiscono farlo quando sono soli, in bagno o in macchina. Si arrabbiano con le mogli e nel contempo sanno che non è giusto prendersela anche con loro. La loro fragilità si può anche esprimere con un disinteresse o delega, non possono però chiedere aiuto al proprio partner dichiarando di essere in difficoltà, è meglio, allora, ostentare disinteresse e mettere distanza.

Entrare nel loro mondo interiore è stupefacente a volte, ma estremamente faticoso, vorrebbero raccontarsi veramente, qualcosa però lo impedisce.

La lacrima di un uomo è un diamante da conservare…

Data di pubblicazione: 
Lunedì, Marzo 20, 2017

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