Autore: 
Franco Carola - psicologo, psicoterapeuta e gruppoanalista

Ostacoli alla narrazione

I pedagoghi e i tecnici del settore educativo sono concordi nel riconoscere l’importanza di crescere in un clima educativo imperniato sulla trasparenza delle comunicazioni intra-famigliari. I genitori hanno il compito di supportare il più possibile il processo evolutivo dei membri più giovani verso una personale ricerca di verità interiore.

L’adozione comporta due ordini di problemi in merito al tramandare e supportare una giusta trasmissione di notizie e valori di gusto trans-generazionale: la conoscenza diretta delle notizie che riguardano la storia del proprio figlio e il riconoscimento di un diritto di accesso a questa conoscenza. Quest’ultimo, sebbene regolamentato legalmente, è un diritto che prima di tutto va riconosciuto dal genitore che può scegliere, quando sa qualcosa, di non trasmetterla al figlio o mascherarne alcuni aspetti.

La conoscenza e conseguente narrazione delle origini biologiche può essere quindi ostacolata da diversi fattori, tra i quali:

  1. la mancanza di notizie e conseguente impossibilità o difficoltà a raggiungerle;
  2. la conoscenza di ‘notizie’ potenzialmente traumatiche o reputate difficili da elaborare per il bambino (ad es.: incesti, abusi o molestie sessuale subite o testimoniate);
  3. la mancata elaborazione della propria storia personale e di coppia da parte dei genitori con conseguente svalutazione di ciò che profondamente significa  “conoscersi”;
  4. la mancata elaborazione del lutto della sterilità nella coppia genitoriale

La famiglia adottiva alle volte può assumere, più o meno consapevolmente, un atteggiamento di proibizione, o forte limitazione, di accesso alla conoscenza del proprio figlio alle informazioni circa le proprie origini. Tale proibizione si può realizzare come:

  1. non parlare al bambino dell’argomento ‘Perché lui non fa domande’;
  2. sviare il discorso facendolo ‘cadere’;
  3. rinviare il discorso ‘Quando sarai grande ne parleremo’;
  4. reagendo ansiosamente o con imbarazzo; oppure con silenzi, menzogne, distorsioni o manipolazioni delle informazioni o altro, alle domande del bambino;
  5. parlando al bambino delle sue origini biologiche con modalità non appropriate alle sua età.

L’importanza dei segreti

Il figlio adottivo, dal canto suo, può vivere un forte conflitto interno tra il voler sapere e il non volere sapere affatto. È importante ricordare il ruolo fondamentale che assume nella vita di ogni individuo il costrutto di “Segreto”.  Il segreto, ciò che non ci viene permesso di conoscere, che viene celato al nostro sapere, relativo alle informazioni circa le nostre origini, da una parte costituisce un grave ostacolo al raggiungimento di un’identità personale, ma dall’altra protegge da una realtà potenzialmente dolorosa. Non è quindi assolutamente detto che un bambino voglia a tutti i costi sapere delle proprie origini. La necessità di svelare elementi del proprio passato alle volte maschera semplicemente il bisogno di sentirsi confermare la realtà oggettiva presente, in cui le origini percepite risalgono all’incontro con la famiglia adottante.

La ricerca delle proprie origini biologiche per un figlio adottivo può essere anche impregnata di forti vissuti di colpa. Egli potrebbe considerare che la propria ricerca venga vissuta dai genitori adottivi come un rinnegarli al fine di trovare genitori migliori, vivendo un conseguente “conflitto di lealtà”; parimenti, l’idea di genitori biologici che si sono negati fin dall’inizio, imponendo silenzio e segretezza, può far nascere il desiderio di ubbidire al loro intrinseco volere di “non essere visti” e portare i figli adottivi a negare arbitrariamente una eventuale propria volontà di conoscenza. La linea di confine è sottile: quando aprire il discorso e quando lasciare che venga da sé? Il genitore adottivo a volte cela in questo dubbio parte della propria ansia circa il voler riparare il più in fretta possibile un danno subito dal proprio figlio. La capacità del genitore ad attendere che sia il figlio stesso a chiedere o mandare segnali circa la propria “volontà di sapere” diventa essa stessa una riparazione per il figlio, che impara a convivere con dubbi che comunque lo accompagneranno nel proprio cammino esistenziale. I grandi possono così trasmettere ai figli una importante lezione di vita emotiva: i dubbi non cancellano ciò che una persona è nel presente; cercare la verità, il Vero Sé, fa parte del cammino dell’uomo e, per tutti, esso contiene dei misteri impliciti coi quali si può convivere. Certo, a volte è faticoso, ma non impossibile o necessariamente doloroso, quando c’è chi ti sta vicino a condividerne il peso.

Le domande del bambino

I bambini che hanno vissuto esperienze di abbandono morale e materiale avvertono un vuoto e un dolore rispetto alle proprie origini che li angoscia e che li spinge a domandare spiegazioni ai genitori adottivi. Tali quesiti possono essere divisi in tre categorie: domande sulle proprie origini ( “Da dove vengo?”), sulle motivazioni dell’abbandono (“Perché non mi hanno voluto?) e sulla nuova famiglia adottiva (“Perché voi mi avete voluto?).

Il compito dei genitori adottivi non consiste nel rispondere a tutti i costi a domande di cui spesso ignorano completamente la risposta, bensì di trasmettere al figlio una sincera disponibilità ad accogliere nel proprio tessuto famigliare due figure, spesso fantasmatiche, legate ad una realtà interna molto dolorosa per il proprio figlio. Se il genitore adottivo riesce a pensare al figlio adottato come “connesso” dolorosamente ai genitori biologici, riconoscerà implicitamente la valenza di un legame che il bambino vive come reale, anche quando l’abbandono è avvenuto nella primissima infanzia. Più il genitore dimostrerà al figlio la propria consapevolezza circa il valore di quel sentimento confuso che il piccolo vive nei confronti di “chi non c’è e non ci sarà più”, più contribuirà allo sviluppo di un’immagine di Sé integrata nel bambino. La rappresentazione di sé che il bambino compone nel proprio processo evolutivo non può essere disgiunta dalla percezione e dai pensieri che fa sui genitori biologici. E’ necessario però che siano primariamente i genitori adottivi ad elaborare un’adeguata rappresentazione dei genitori biologici e che s’interroghino sulle motivazioni dell’abbandono. Il che non significa certo dover spiegare a tutti i costi eventi ignoti, ma certamente essere pronti ad ammettere anche i propri dubbi o perplessità circa una questione così scottante. Se il proprio figlio chiede: “Perché mi hanno lasciato?”, ventilare delle ipotesi è utile, ma forse lo è di più ammettere che non lo si sa, quando è così. Se questo dialogo “intellettualmente onesto ed emotivamente paritario” tra genitori e figli riesce ad avvenire, i giovani saranno facilitati nel percorso di integrazione interna tra il prima e il dopo, tra immagine dei genitori biologici, immagine dei genitori adottivi e tra le diverse e contrastanti visioni di sé.

I figli adottivi potranno accogliere nella propria realtà interna tante nuove sfumature, tutte parti integranti di un Sé ampio e riccamente sfaccettato.

 

 

BIBLIOGRAFIA

  • Fonzi D., Carola F., “Il tema delle origini: strumenti operativi”, Seminario Asl RmB, Roma, 2011
  • Miller A., “Il bambino inascoltato”, Bollati Boringhieri, Torino, 1989
  • Scabini E., Cigoli V., “Il famigliare. Legami, simboli, transizioni”, Raffaello Cortina Ed., Milano, 2000
Data di pubblicazione: 
Lunedì, Giugno 5, 2017

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