Autore: 
Silvia Piaggi

“Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico!” dice il protagonista dell’ultimo film di Olmi Cento chiodi.
Affermazione che ha suscitato scalpore, anche in me. Mi fermo un attimo: in fondo una verità - un po’ scomoda e irriverente per chi è cresciuto sui libri e dei libri pensa di non poter fare assolutamente a meno - in questa esclamazione c’è.
Parliamo dell’esperienza con mio figlio: è la relazione con lui, gustosa e stimolante come un caffè, ma decisamente meno rilassante di una pausa con un amico, e non tutte le letture che ho fatto, a rendermi madre.
Eppure nella mia preparazione al ruolo di mamma, e mamma adottiva in particolare, i libri, di tutti i generi – dalla manualistica, alla saggistica, ai romanzi - hanno svolto un ruolo fondamentale: ne ho letti veramente tanti (mio marito dice troppi, considerati i risultati!), di tutte le scuole di pensiero nell’ambito psico-pedagogico e questa passione continua a rappresentare una voce, ahimé, importante del nostro bilancio familiare. La tentazione in libreria è troppo forte, non so resistervi: e sono preparatissima – a livello teorico s’intende - in tema di “empatia”, “autorevolezza genitoriale”, “no che fanno crescere”, “abbracci contenitivi”, “attaccamento”, “resilienza”...
Prima di diventare mamma, cinque-sei anni fa, mi sentivo pronta, attrezzata, consapevole. Sarei stata una brava mamma, volevo fortemente esserlo, utilizzando le strategie efficaci che mia madre aveva praticato con me, e rigettando gli errori che i miei stessi genitori avevano commesso nei miei confronti.
Addirittura con una marcia in più, grazie al cammino affrontato per l’adozione, e un compagno al fianco presente e attento.
Avevo messo a punto una ricetta educativa priva di castighi inutili, povera di televisione e di lettone, ricca di comprensione, poche regole essenziali, un pizzico di ironia e tanta gioia di vivere.
Poi all’improvviso, in una giornata d’estate “calda come il forno della nonna quando cuoce la torta”, così come gli raccontiamo, è arrivato lui, un frugoletto tutto pepe di soli 26 giorni.
L’ho preso in braccio, un neonato energico e volitivo fin da subito, io, senza corazza, fragile e commossa: da quel momento ogni certezza si è sciolta e mamma, subito, non mi sono sentita affatto.
E’ iniziato un periodo lungo, a tinte forti, che non si è ancora concluso: il percorso della nascita di una mamma.
Prima la “crisi post-adottiva” (la chiamano “baby bloom” oggi, con un’espressione politically correct, quella delle puerpere dopo il parto?) con le mille domande che affollano le notti: sarò una brava mamma? Gli altri e soprattutto lui lo capiranno? Mi riconoscerà veramente come sua madre?
Poi i sogni ad occhi aperti. Mi aspettavo un periodo dipinto di rosa da trascorrere con il mio bebè: la maternità a casa, le passeggiate al parco, la voglia di gridare per strada la felicità di essere mamma, finalmente. In fondo pensavo che sarei stata una super mamma, oltre che – ovviamente - una super donna, efficiente sul lavoro, con una casa sempre accogliente, moglie affettuosa e, perché no, anche impegnata nel volontariato! E mi illudevo che la maternità regalasse gratificazioni tali da cancellare magicamente tutte le difficoltà. Mi sarei trasformata in una cuoca perfetta, avrei creato con materiali poveri giochi originali per mio figlio, non mi sarei mai stufata di trascorrere intere giornate con lui.
Poi, cresciuto, lo avrei volentieri svezzato alla socialità, avrei goduto nel vederlo giocare senza conflitti con gli altri, andare alla scuola materna con il sorriso sulle labbra, felice nel rivedermi al mio ritorno...otto ore dopo. Un bel cammino quello da mamma immaginaria a mamma reale!
Ora mio figlio ha quattro anni e le ore trascorse insieme sono sempre molto intense, piene di luce, di acquazzoni improvvisi come i capricci, di tramonti struggenti come le coccole.
L’investitura di madre è avvenuta con un grido che ha rotto il silenzio della casa ancora immersa nel sonno in una fresca mattina di giugno, quando la sua vocetta squillante ha scandito forte e chiaro la parola mamma con due M e mai risveglio è stato più dolce in vita mia.
Ma la vita è fatta a scale, come diceva una filastrocca di quando eravamo bambini. Pochi giorni prima di Natale, il salone della scuola materna è tutto un vociare emozionato di genitori e nonni schierati, impeccabilmente armati di telecamera-ultimo-grido per immortalare la prima recita degli amati marmocchi. L’unico del gruppo che non ne vuole proprio sapere di volare sul palcoscenico è il mio angioletto dagli occhi blu, senza ali e senza lacrime, che continua ostinato soltanto a dire di no, malgrado le mie preghiere (leggi: ricatti…) ad unirsi agli altri. La timidezza di un bambino diventa l’indizio inequivocabile della propria incapacità di fronte al mondo: ho assistito alla capitolazione di una madre che si scopre piena di aspettative, impotente di fronte alle paure e alle decisioni controcorrente del figlio, delusa innanzitutto di se stessa.
In questi casi bisogna correre ai ripari: un po’ di shopping, evitando rigorosamente questa volta le librerie! Ma la dose più efficace di vitamina ricostituente la trovi nelle chiacchiere con un’amica madre adottiva, e anche con quella “biologica d.o.c.” che ti aiuta a ridimensionare gli smacchi della crescita, quella di tuo figlio e la tua.
E pure dagli amati libri ti viene lanciata qualche fune per risalire la china: non sono forse due dei più famosi pediatri e psicologi di tutti i tempi ad aver parlato della necessità di madri sufficientemente buone e di genitori quasi perfetti per lo sviluppo armonico dei bambini?
Per la festa della mamma, mio figlio ha fatto il primo disegno vero della sua vita: rappresenta la sua mamma che occupa tutto il foglio, dai contorni pieni e dai colori vivaci. Me l’ha mostrato tutto fiero del suo lavoro e del suo amore: la sufficienza, per il momento, l’ho presa anch’io.
 

Data di pubblicazione: 
Giovedì, Giugno 21, 2007

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