Autore: 
Monica Arcadu

E' già notte fonda nel bosco, Hänsel e Gretel aspettano che i loro genitori li tornino a prendere, ma nessuno arriva. A causa del periodo di carestia la loro matrigna è riuscita a convincere il padre ad abbandonarli nella foresta. Gretel si mette a piangere disperatamente, pensando di essere perduta per sempre, ma Hänsel la consola dicendo: «aspetta soltanto un poco, finché sorga la luna, poi troveremo bene la strada»1. La piccola Gretel si lascia prendere dallo sconforto e non riesce a reagire alla situazione avversa in cui si trovano. Hänsel utilizza la sua resilienza: trova in se stesso le risorse per affrontare la crisi e lottare. 

Quelle risorse dentro di noi

La resilienza, un parolone sulla bocca di tutti, soprattutto su quella di psicologi, pedagogisti ed educatori, altro non è che la capacità di reagire di fronte alle difficoltà. È un concetto mutuato dalla fisica ed indica la capacità di un corpo di resistere agli shock senza spezzarsi e di riprendere la sua struttura iniziale.

Oggi noi facciamo riferimento ad essa per rendere conto di quelle forze interne che le persone possiedono per sostenere i colpi della vita, rappresenta la capacità di riprendersi dalle esperienze difficili, che ciclicamente incontriamo sul cammino. Esistono risorse, legate all'istinto di sopravvivenza, che consentono alle persone di fronteggiare rischi, traumi, difficoltà e di recuperare l'equilibrio perduto. Spesso ci si concentra maggiormente sulle ferite che i traumi lasciano nell'anima, piuttosto che soffermarsi invece su quei fattori che consentono di resistere e di crescere in modo naturale, nonostante si vivano situazioni difficili. Essere resilienti non vuol dire essere invulnerabili, ma significa prendere consapevolezza della difficoltà e riuscire a conviverci. Vuol dire curare le proprie ferite e non lasciarle aperte e sanguinanti o fingere che esse non esistano. Non è un meccanismo di difesa: il trauma non viene rimosso o spostato, ma viene accettato, metabolizzato per poter andare oltre.

Ogni volta che ci si trova in difficoltà si ha l'occasione di imparare qualcosa su se stessi e si ha la possibilità di trasformare "le nostre ferite nelle nostre feritoie" 2, i nostri punti debolezza possono trasformarsi nei nostri punti di forza. Ogni persona è resiliente, ma dipende da noi la possibilità che questa facoltà si sviluppi e si mantenga nel tempo. Non tutti sono resilienti allo stesso modo, c'è chi nel corso della vita si dimentica di quell'istinto di sopravvivenza che fin da piccolissimi ci fa lottare per aggrapparci alla vita.

"La ricerca della felicità", un esempio di grande forza e tenacia

Una toccante storia di resilienza ce la offre il film La ricerca della felicità, nel quale il protagonista, un giovane padre disoccupato, si ritrova solo a dover badare al figlio di cinque anni e al loro tracollo economico.

La crisi lo costringe a situazioni estreme: dormire in bagni pubblici, rifugiarsi alla mensa dei poveri, fare lavori di tutti i tipi, ma, nonostante questo, egli non si lascia perdere d'animo e continua a lottare per un futuro migliore, trasmettendo al figlio fiducia e coraggio e cercando di fargli vivere tutto come un'avventura.

La sua tenacia alla fine viene premiata e gli offre finalmente la possibilità di riscatto. La sua capacità di non farsi annientare dalle difficoltà che incontra e di reagire agli urti della vita, guardando avanti, gli permette di non arrendersi e continuare a credere nel domani.

La resilienza va frequentata e mantenuta in allenamento

Non è una facoltà che si acquisisce una volta per tutte, ma è un cammino da percorrere senza stancarsi. Si sviluppa nel corso della vita assumendo modalità diverse a seconda delle circostanze e dei singoli individui. Per aumentare la resilienza ciascuno deve trovare la propria strada. Essa è solo in parte una capacità innata dell'essere umano, ma ha anche la possibilità di svilupparsi e di rafforzarsi o indebolirsi a seconda delle esperienze che si vivono, delle paure e delle frustrazioni che si riescono a rielaborare, dell'amore si riesce a ricevere e a dare. La palestra della resilienza prevede diversi esercizi utili al suo mantenimento: creare buone relazioni, allenare la flessibilità e l'adattabilità, saper guardare agli eventi in prospettiva, coltivare il senso dell'umorismo e gli interessi personali, saper prendere l'iniziativa non restando passivi ed evitando di adagiarsi nel ruolo di vittima.

Il periodo che va dall'infanzia all'adolescenza è sicuramente quello più opportuno per coltivare questa qualità interiore che aiuta ad affrontare le avversità della vita.

I bambini possono essere facilitati e sostenuti in questo percorso di rinforzo ed accrescimento della resilienza dalle persone che stanno loro accanto, stimolando le aree affettive, cognitive e comportamentali.

Per farlo è necessario valorizzare i loro punti di forza ed i lati positivi, e non le loro mancanze o fragilità. È altrettanto importante però che chi si occupa di loro non depuri il cammino da ostacoli e frustrazioni, altrimenti i bambini non avrebbero mai la possibilità di mettersi alla prova ed irrobustirsi.

La resilienza nell'adozione e nell'affido

I minori che vanno in adozione o in affido spesso sono circondati da un alone di scetticismo e rassegnazione sulle loro risorse. È come se alcuni avessero la sensazione che il trauma esperito avesse segnato irrimediabilmente il loro destino. In realtà la resilienza di questi bambini è potentissima, poiché gli permette di sopravvivere e vivere anche nelle condizioni più avverse. Penso, ad esempio, a quei bambini che vivono per anni sulle strade prima di essere dichiarati in stato di adottabilità o a quelli che si occupano dei loro genitori incapaci di fare altrettanto.

L'abbandono è la cicatrice più grande e dolorosa che si possa sperimentare, sopravvivere ad esso vuol dire possedere delle fortissime risorse a cui aggrapparsi.

In latino resilientis significa saltare indietro e cosa fa un bambino quando vuol fare un salto più lungo in avanti? prende la rincorsa tornando qualche passo indietro. Ogni momento evolutivo, ogni crisi della vita implicano dei passi indietro per poter saltare più lontani. La resilienza esiste anche dopo l'abbandono, basta andarla a cercare con pazienza per farla riemergere dal suo nascondiglio, stimolando i bambini a conoscere il loro mondo emotivo e sostenendoli nell'espressione dei propri sentimenti. Essa li aiuta a gestire con efficacia lo stress, ad affrontare le sfide quotidiane, a riprendersi dalle delusioni, dai traumi, a sviluppare obiettivi realistici e a risolvere i problemi.

Il potere delle fiabe

Uno strumento utile a questo scopo è la fiaba. La trama delle fiabe è basata sul viaggio che il protagonista deve compiere, caratterizzato da avversità e prove da fronteggiare per uscirne forte e vittorioso.

Essa insegna che è fondamentale avere fiducia nelle proprie capacità senza lasciarsi prendere dallo sconforto. Raccontare una fiaba ad un figlio permette al genitore di entrare in relazione profonda con le emozioni e paure del bambino e di sostenerlo, passandogli il messaggio che crede in lui e nelle sue capacità per risolvere i problemi. Il bambino, identificandosi con i personaggi, sperimenta la possibilità di affrontare e superare prove difficili, che gli permettono di acquisire fiducia in se stesso e il lieto fine riesce ad infondere in loro sicurezza e speranza. La fiaba educa il bambino a trovare in se stesso le risorse per affrontare le difficoltà. Bettelheim sostiene che la fiaba trasmetta il messaggio che "una lotta contro le gravi difficoltà della vita è inevitabile, è una parte dell'esistenza umana, e che soltanto chi non si ritrae intimorito ma affronta risolutamente avversità inaspettate e spesso immeritate può superare tutti gli ostacoli e alla fine uscire vittorioso".3 Le crisi, di diversa natura ed entità, colpiscono la vita di ognuno e non si possono evitare, ma si può riuscire a non soccombere ad esse ed uscirne rafforzati.

È mattina nella casetta di pane e zucchero, dove la strega tiene in ostaggio da quattro settimane Hänsel e Gretel, e per colazione ha deciso di cucinarli entrambi. Questa volta è Gretel che, grazie all'esempio offertole dal fratello e alle sue risorse interiori, recupera la sua resilienza e riesce a trarre in inganno la strega, facendola finire nel forno al posto loro.

«Hänsel siamo liberi, la vecchia strega è morta!»4. In questo modo anche Gretel conquista la sua autonomia ed i due fratellini possono finalmente tornare a casa e riabbracciare loro padre.

 

1 J. e W. Grimm, Fiabe, Einaudi, Torino 1951, p.58.

2 A.Carotenuto, Lettera aperta ad un apprendista stregone, Bompiani, Milano 1998, p.5.

3 B. Bettelheim, Il mondo incantato. Uso , importanza e significati psicoanalitici delle fiabe. Feltrinelli, Milano 1977, p.13.

4 J. e W. Grimm, Fiabe, Einaudi, Torino 1951, p.61.5

Data di pubblicazione: 
Giovedì, Febbraio 3, 2011

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Anna Guerrieri e Francesco Marchianò
Stefania Lorenzini, Ricercatrice e docente di Pedagogia Interculturale presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” dell’Università degli Studi di Bologna.
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