Autore: 
Pietrina Guglietti, psicologa-psicoterapeuta

Nelle trame delle storie adottive ci troviamo inevitabilmente di fronte a un fallimento originario, rappresentato dall’impossibilità per il bambino di crescere nella famiglia che lo ha generato. Alcune storie sono più fortunate di altre, poiché hanno giovato, anche se per un tempo limitato, di legami importanti, costruiti con persone amorevoli e accudenti; la maggior parte delle storie invece narrano di vite più complicate, difficili persino da pensare, caratterizzate da legami spezzati e traumi di varia natura.

I genitori adottivi hanno il compito fondamentale di condividere il peso di tali esperienze e di accogliere la pressante richiesta, più o meno esplicita, che il bambino pone loro, cioè di raccontargli la sua storia, aprendosi così alla possibilità di vivere, insieme al figlio, un’esperienza di nuova nascita, che inizia nel momento dell’incontro e prosegue attraverso la strutturazione di un legame solido e irreversibile.

La ricostruzione della storia

L’opera di ricostruzione della propria storia, per un bambino adottato non è affatto lineare, è anzi tortuosa e complessa, ma necessaria. Quando il bambino viene adottato un po’ più grande conserva delle proprie memorie di luoghi, persone, odori, suoni, mentre un’altra porzione dell’esperienza è segnata sulla pelle, non è visibile né accessibile al ricordo cosciente, ma viene comunque registrata; questa parte merita un ascolto particolare, va ricercata e le va dato un nome, perché di fatto esiste e lavora internamente al bambino.

Queste esperienze richiedono un faticoso lavoro del pensiero, la ricerca della conoscenza di sé e della propria nascita; tale processo deve prevedere una elaborazione psicologica condivisa fra figli e genitori, soprattutto per poter attribuire un significato a eventi difficili da comprendere.

La ricerca delle origini ha un significato psichico importante, che non porta lontano dalla famiglia adottiva, ma la include e la coinvolge profondamente. La domanda che sottende la richiesta del bambino è «Io chi sono? Da dove vengo? A quale contesto appartengo?».

È chiaro che ci troviamo di fronte alla ricerca, o meglio alla definizione, della propria identità, che appare in modo più deciso nell’età adolescenziale, quando dovrà sostenere il non facile compito di integrare le rappresentazioni di sé che si sono succedute nel tempo, quindi riconoscersi come se stesso nonostante i cambiamenti che si verificano con il passare degli anni.

Il ragazzo adottato ha naturalmente più difficoltà a portare a compimento questo processo, poiché ha vissuto una forte discontinuità relazionale, caratterizzata probabilmente da carenze affettive o deprivazione nella prima parte della vita, seguite, dopo l’adozione, da esperienze di un forte investimento affettivo, e ciò non può che creare confusione e smarrimento.

Se è vero che l’origine è una costruzione dinamica della mente e che il bambino ne ricerca la funzione di appartenenza, il legame con la famiglia adottiva può consentire l’avvio del processo di integrazione identitaria e di storicizzazione del trauma.

Noi siamo la nostra storia, e mi riferisco non solo alla storia vissuta direttamente da noi, ma anche a quella delle generazioni precedenti, che rappresentano le nostre radici, i nostri valori di riferimento, le conoscenze, che hanno creato le fondamenta sulle quali costruire il nuovo, cioè la nostra storia personale.

Nelle famiglie i ricordi vengono condivisi, ripetuti e narrati al fine di strutturare un’idea coesa e armoniosa della vita. Potersi confrontare con il proprio passato e poter accedere alle informazioni è fondamentale per crescere in modo sereno.

Tutti i bambini, adottati e non, devono poter accedere alla propria storia, poter esprimere curiosità e confrontarsi costantemente con l’adulto che conserva le memorie familiari e che conferma quelle del bambino stesso.

Il bambino è alla ricerca di un ordine, di una logica che organizzi gli eventi che si sono succeduti nella sua vita, i fatti che li hanno coinvolti, e amano sentire storie del periodo anteriore alla propria nascita. A maggior ragione ciò è vero per quei bambini che hanno subito separazioni, forti cambiamenti, che faticano a tenere insieme nella loro mente e a dare un senso a quanto è accaduto loro.

Affrontare le origini del figlio

Affrontare le origini del figlio venuto da lontano sembra essere più forte per i genitori di quanto lo sia per il bambino, almeno per i primi periodi del rapporto. Ciò a cui mi riferisco è sempre un lontano psichico più che fisico, poiché ciò che crea la distanza e la sensazione di non-accessibilità è la percezione dell’estraneità in quanto ci si sente diversi.

Il mondo originario del bambino è un fantasma che aleggia e che spaventa. Per il bambino, invece, sentire la legittimazione ad accedere alle informazioni che riguardano la sua storia è di fondamentale importanza, poiché solo in questo modo può riappropriarsi del proprio passato e costruire una storia coerente.

Il bambino deve anche fronteggiare un conflitto, quello di voler conoscere delle cose di se stesso, e allo stesso tempo ha paura di avvicinare dei vissuti che sente essere troppo pesanti. Ci sono delle cose che si aspetta di incontrare e altre che può solo immaginare; si crea dunque uno spazio psichico ricco di fantasie che strutturano l’idea che ha di sé e che parzialmente lo proteggono.

Non è facile per un bambino, in seguito all’esperienza di esclusione e di inferiorità legata all’abbandono, poter riconoscersi il diritto di accedere alle proprie origini. Inoltre deve gestire il senso di colpa nei confronti dei genitori che lo hanno accolto, come se non provasse abbastanza amore per loro, tanto da voler ricercare quei genitori lontani, dai quali sente di provenire.

Solo la sensibilità e la disposizione interna del genitore può facilitare tale operazione, dando al bambino il “permesso” di potersi pensare altrove, di provare curiosità e interesse verso una vita ormai lontana nel tempo e nello spazio, ma così viva e bruciante dentro di sé.

Ciò di cui sono alla ricerca non è quasi mai un nome e un cognome, o un volto, ma la possibilità di scoprire la propria storia e sentire il diritto di riappropriarsene.

Solitamente è difficile essere a conoscenza dei fatti realmente accaduti, della verità che ha segnato la vita del bambino; molto spesso invece ci si trova di fronte alla necessità di creare uno spazio anche per racconti difficili da dire, che potrebbero ferire o danneggiare il bambino.

Immaginare e inventare delle storie possibili

Personalmente tendo a riconoscere alla vita psichica un forte peso e una grande rilevanza sulla percezione di sé e del mondo, senza per questo negare l’incidenza del reale. La fantasia ha un ruolo fondamentale nella costruzione dell’identità e una influenza determinante nelle scelte della vita.

Nell’esperienza con ragazzi adottati mi è parso molto chiaro quanto, nello sviluppo del loro cammino di vita, abbiano inciso le fantasie sulle proprie origini e quanto queste abbiano determinato il valore che attribuivano a se stessi. Ed è proprio a questo livello che i genitori adottivi, veri terapeuti dei propri figli, possono generare un cambiamento sostanziale nella loro vita, offrendo loro un’altra visione della storia, ridando dignità e valore alla loro esistenza.

La possibilità di vivere degli atti creativi insieme, immaginare e inventare delle storie possibili, anche lontane dalla realtà, costituisce quel tessuto importante della propria identità, che prende forma insieme a un adulto che lo accompagna e ne rispetta il passo; la storia realmente importante, che apre la via a un destino libero da vincoli fallimentari interni, non è quella certa ma quella possibile, che nasce all’interno di un legame autentico e che ne consolida il valore. Attraverso l’esperienza attuale, quella con i genitori adottivi, il bambino può risignificare l’abbandono e attribuire un valore diverso agli eventi della propria storia.

L’obiezione potrebbe concernere la sensazione di introdurre nel rapporto, basato su fiducia e rispetto, una non-verità, o proprio una falsità, che macchierebbe la relazione. Mi sembra invece importante spostare l’attenzione, ancora una volta, sulla realtà interna e quanto spesso questa è più forte e vincente di quella esterna. Finché il bambino ha bisogno di nutrire dentro di sé un mondo rassicurante e non spaventoso, è giusto che questo avvenga; solo quando sarà al sicuro dai propri fantasmi interni e garantito da una relazione solida, allora potrà sempre più avventurarsi e avvicinarsi alla realtà più dura, essendo in grado di sostenerla.

La comunicazione di informazioni non è mai la risposta che mette a tacere le ansie e le angosce. Ciò che conta non è tanto il contenuto di ciò che si narra, ma il racconto in sé, poter pensare insieme e co-costruire, aprendo un varco nel mondo delle fantasie e poter finalmente dire ciò che lui vorrebbe fosse accaduto, le persone che avrebbe voluto accanto, le esperienze desiderate e mai realizzate.

La ricerca profonda del bambino è il raggiungimento del senso di continuità interna, di coesione di se stesso, al di là delle possibili rivelazioni o scoperte. Se questo processo viene attivato, il bambino, attraverso la conoscenza di sé, può prendere la giusta distanza dal passato, riponendolo in quella parte di vita che si è conclusa, ed estinguerne la qualità persecutoria. Se viene lasciato solo con le sue fantasie, difficilmente gestibili, inevitabilmente l’angoscia acquisisce un ruolo primario e schiacciante.

"Solo quando il bambino raggiunge una certa sicurezza del legame, quando si sente appartenere a quei genitori e sente che loro appartengono a lui, può affacciarsi la tematica dell’abbandono"

La tematica dell’abbandono emerge solo dentro una relazione che il bambino sente accogliente e sicura, in grado di garantire un confronto e una capacità di metabolizzazione di tali angosce. Solo quando sente di aver acquisito uno spazio affettivo all’interno della nuova famiglia, ovvero dopo aver sperimentato un legame contenitivo, si può parlare del legame perduto. La psiche di un bambino non può, da sola, contenere l’esperienza dell’abbandono, poiché il senso gli è distante e incomprensibile.

Solo quando il bambino raggiunge una certa sicurezza del legame, quando si sente appartenere a quei genitori e sente che loro appartengono a lui, può affacciarsi la tematica dell’abbandono. La posizione dei genitori rispetto alla ricerca delle origini rimosse è fondamentale per il vissuto del bambino, che ha bisogno di genitori coraggiosi e forti in grado di affrontare, insieme a lui, l’ignoto. Ha bisogno di genitori curiosi e tenaci, che vogliono ridare valore e significato a ciò che precede la storia adottiva, senza mistificarla o sminuirla, sapendo che anche quella parte della vita appartiene a loro figlio, e deve trovare una collocazione all’interno dello spazio familiare.

La disponibilità a fare luce in un mondo di ombre, spesso spaventose, apre a un’esperienza diversa e totalmente nuova di sé, innanzitutto perché si sente riconosciuto in un bisogno. Anche se non ci sono dati concreti da rivelare, ci si può aprire ad altro, riempiendo un vuoto affettivo e relazionale, creando insieme scenari, se necessario, immaginare possibili storie mitiche sul proprio passato, che acquisiranno nel tempo il valore di memoria storica, poiché ciò che realmente conta non è l’evento in sé, ma il significato che esso assume; bisogna riuscire a creare un’apertura, senza farsi limitare dalla realtà concreta, ma entrare in un mondo immaginario, popolato di personaggi connotati positivamente, o negativamente, ma chiari e riconoscibili.

Questo atteggiamento contrasta la percezione dell’“impossibilità”, che inevitabilmente pone in una condizione di forte frustrazione e rimanda un senso del limite.

La possibilità di avere un adulto che aiuti a dare un senso a quanto accaduto, fornisce la chiave di lettura adeguata attraverso la quale poter inserire poi tutte le informazioni reali, anche quelle più difficili. Poter parlare, raccontare qualcosa, poco a poco va a costituire realmente una parte di sé. Ciò che veramente importa è creare uno spazio in cui far affiorare domande, quindi permettere che emergano dubbi e paure; non importa se non c’è una risposta a ciò, non facciamoci spaventare, poiché l’unica risposta che conta è quella che si crea insieme, quella che prende forma nella relazione attuale.

Il valore dell'ascolto

È il valore di una madre che ascolta, senza paura, i dubbi e le angosce del bambino e le trasforma rendendole semplicemente più sopportabili, laddove invece rappresentavano un carico troppo grande, il cui peso è schiacciante. Lo stesso discorso vale anche per i bambini più piccoli, anche per quelli che vengono adottati in fasce, che non hanno ricordi coscienti o memorie, ma riescono ugualmente a rappresentare quella porzione di ignoto della loro vita.

Anche in piccoli gesti possono raccontare un passato che non c’è più, far trasparire un’esperienza o una sensazione che forse a parole non si potrebbe dire. Verso quella parte della vita hanno delle fantasie, poiché rappresenta un mondo perduto, dal quale sono stati esclusi e non ne comprendono la ragione. Io credo che non ci siano verità indicibili, poiché le emozioni legate all’esperienza, anche molto precoce, hanno bisogno di essere espresse.

Se tutto ciò avviene all’interno di una relazione affettuosa e amorevole, come in un “utero” mentale, allora sarà possibile comunicare ciò di cui il bambino necessita, seguendo la propria sensibilità, ed essere attenti nel dire ciò che il bambino può accogliere.

All’interno del racconto ci sono anche i genitori, che parleranno di sé, della loro esperienza, dei propri dolori, ma anche del loro entusiasmo nell’accogliere un nuovo membro della famiglia. Potrebbe rappresentare un bell’esempio di creatività sostenere il racconto documentandolo con la scrittura, con disegni e foto, poiché diventa un modo, anche per i genitori, di riflettere su se stessi e di guardare indietro alla propria storia. In fondo in ogni esperienza adottiva ci sono due storie che si incontrano, due voci che hanno bisogno di esprimersi, quella dei genitori e quella del bambino.

I racconti dei bambini si intrecciano con quelli di genitori, che, in questo atto creativo, li arricchiscono con la loro esperienza, la loro porzione di vita: «anch’io facevo questo, mi fai ricordare quando mi è successo, quella volta…», mettendo in campo forti risonanze emotive.

I genitori adottivi possono costruire un ponte tra il presente e il passato, fornendo anche la possibilità di creare insieme un mondo di colori e di suoni, che non facciano sentire il bambino strappato via dal suo mondo. I ricordi, coscienti o meno, affioreranno attraverso i sogni, i disegni, i racconti e aspettano solo di avere un contenitore dove essere depositati, ripensati e riorganizzati insieme. Potersi situare in un percorso narrativo con chiarezza, rafforza la sicurezza del bambino e protegge anche da pregiudizi e immaturità culturale rispetto alla realtà adottiva.

Fondamentale è l’esperienza con i genitori che diventano i testimoni di questi racconti e che rappresentano una speranza di un cambiamento, assicurando che ciò che è stato in passato non accadrà più e aiutando il bambino a superare il senso di sfiducia che ha nell’ambiente in cui vive.

La capacità di ascoltare l’altro implica il riconoscimento dell’altro come diverso da sé, come persona “altra”, un individuo separato. Il linguaggio a volte non è sufficiente a comunicare qualcosa di profondo legato al mondo degli affetti, che invece viene veicolato da una sfumatura dell’espressività vocale o dal corpo; questo tipo di comunicazioni necessitano di un particolare tipo di ascolto, attento e rispettoso, che non si fermi alla superficie e che vada al di là di ciò che viene comunicato.

L’ascolto, dunque, non riguarda solo il discorso cosciente, bensì a volte può necessitare una traduzione in parole della rappresentazione impalpabile e inconscia degli affetti. Noi tutti siamo dotati, per natura, di questa attitudine, che necessita solo di essere affinata; essa ci consente di cogliere realmente la voce interiore dell’altro, per poter ascoltare il bisogno silente e il dolore inesprimibile.

Per riuscire a cogliere una comunicazione più profonda, quindi, bisogna uscire dai propri panni e raggiungere il figlio là dove lui è, presupponendolo realmente nel suo diritto esistenziale.

Il genitore adottivo deve tenere presente che suo figlio chiederà sempre, nei vari momenti dello sviluppo, di raccontargli delle cose che riguardano lui, il loro incontro, come erano i genitori prima di conoscerli… ciò serve a costruire una rappresentazione di sé sempre più solida e coerente, che gli fornisce la certezza di essere finalmente approdato in un luogo protetto, popolato da figure rassicuranti che lo vedono e lo ascoltano.

La vita relazionale ha un enorme valore e dunque influisce fortemente sulla realtà interna, per questo credo fermamente nella possibilità, da parte dei genitori, di offrire ai propri figli uno sguardo diverso e riconosco a molti genitori la competenza per saper affrontare anche situazioni difficili, facendo appello alle proprie risorse interne, che si potenziano e si rafforzano nell’incontro con il figlio tanto desiderato. 

 

Data di pubblicazione: 
Lunedì, Aprile 10, 2017

Condividi questo articolo

Articoli sull'argomento

Antonella Avanzini
Heidi Barbara Heilegger, avvocato
Andrea Redaelli - psicologo, psicoterapeuta sistemico-familiare e formatore freelance
Franco Carola - psicologo, psicoterapeuta e gruppoanalista