Autore: 
Francesca Ancidei, psicoterapeuta

Cos'è l'attaccamento

L’attaccamento è un sistema comportamentale e motivazionale, biologicamente determinato, che spinge il bambino a cercare la vicinanza e il conforto di una figura percepita come “più forte e/o più saggia” (Bowlby, 1969).  E’ attivato da fatica, dolore fisico o emotivo, solitudine, impossibilità a soddisfare i bisogni necessari a sopravvivere (alimentazione, protezione dal freddo, riposo) e da tutte quelle condizioni che generano una sensazione di vulnerabilità rispetto ai pericoli ambientali.

In queste situazioni il bambino si rivolge a chi si prende cura di lui e la risposta che riceverà sarà determinante per le modalità attraverso le quali egli si relazionerà col mondo che lo circonda e le sue future capacità di adattamento.

Secondo Bowlby (1969) il neonato stimolerebbe l’accudimento da parte dei genitori attraverso il pianto e la richiesta di aiuto. Una mamma sensibile e responsiva è in grado di rispondere in modo adeguato alle richieste di aiuto del piccolo, attraverso gli abbracci, le coccole e le rassicurazioni. Così facendo stimola nel bambino la sicurezza e la fiducia in sé stesso e nel mondo.

 

Fasi della costruzione del legame di attaccamento

Il processo di costruzione del legame di attaccamento del bambino avviene attraverso una successione di fasi durante il primo anno di vita (Sander, 1975 cit. in Sroufe, 1989)

 

  1. Fase della regolazione fondamentale (1-3 mesi): caratterizzata dalla sincronia della diade madre – bambino, dalla reciprocità dei ritmi e dei gesti. Interpretando i comportamenti del bambino, la madre riveste l’interazione di significati condivisi e regola fisiologicamente i bisogni e gli stati emotivi del piccolo. Il bambino sperimenta il mantenimento di una coerenza nel flusso di attivazione interna, modulando a sua volta il sistema di accudimento materno con segnali di risposta positivi o negativi.
  2. Fase dello scambio reciproco (3-6 mesi): il comportamento di attaccamento viene indirizzato in modo prioritario a un’unica persona che sarà la figura di attaccamento principale, si organizza uno schema relazionale madre – bambino per cui il bambino si aspetta specifiche risposte ai suoi comportamenti.
  3. Fase delliniziativa (6-9 mesi) fase in cui compare la paura dell’estraneo e compare la protesta alla separazione, che si trasforma in vera e propria angoscia da separazione.
  4. Fase della focalizzazione (9-12 mesi): si stabilizza nel bambino lo stile di attaccamento

 

Tra i due anni e mezzo e i tre anni il legame di attaccamento è completo e la figura di attaccamento è percepita esistente nel tempo e nello spazio, prevedibile e coerente.

 

Sequenza del sistema di attaccamento

Le prime emozioni della sequenza tipica del sistema di attaccamento sono la paura da separazione e la collera da protesta, attraverso le quali il piccolo sollecita ulteriormente la figura di attaccamento a prendersi cura di lui, qualora non riceva risposta al suo richiamo. Se la figura di attaccamento è assente o non si occupa di lui, le emozioni che subentrano in sequenza sono la tristezza (da perdita o da solitudine), la disperazione e se la solitudine si protrae a lungo ed è impossibile raggiungere la meta, sopraggiunge il distacco emozionale. Qualora la madre risponda al richiamo di aiuto, il piccolo sperimenta in sequenza il conforto e la gioia e la sensazione di sicurezza, che nel tempo, con il contributo neo corticale, conduce allo sviluppo di sentimenti di gratitudine, fiducia e amore filiale.

 

Stili di attaccamento

Basandosi sull’interazione fra il bambino e la figura di attaccamento, su come quest’ultima si relaziona al piccolo e su come questo reagisca di conseguenza, sono stati individuati diversi stili di attaccamento che sono conseguenti ai diversi stili di accudimento che i bambini ricevono:

 

- Attaccamento sicuro. Certo della possibilità di avere accanto, in caso di bisogno, una persona in grado di sostenerlo e aiutarlo, il bambino crescerà con la certezza di essere degno di essere amato e sarà in grado di esplorare l’ambiente circostante, di costruire relazioni sane, di comunicare le sue emozioni in modo adeguato, e di raggiungere un buon livello di autostima.

- Attaccamento insicuro evitante. Quando i bisogni del bambino vengono sistematicamente ignorati e gli vengono fatte richieste precoci, anche implicite, di autonomia, il bambino crescerà con la sensazione di non essere degno di amore e di dovercela fare da solo. Le emozioni verranno allontanate e non riconosciute. Il bambino tenderà a isolarsi o a essere eccessivamente aggressivo, ad avere poche amicizie o tante ma superficiali. Si presenta un certo grado di autonomia nell’esplorazione dell’ambiente e una concentrazione  nelle attività svolte piuttosto che sulla presenza dell’adulto. Nelle separazioni il bambino mostra meno segni di disagio rispetto al bambino sicuro e il ritorno dell’adulto di riferimento viene accolto con evitamento, a cui seguono spesso rimproveri da parte del bambino. Si tratta di bambini che hanno sperimentato una relazione in cui le richieste di cura e protezione sono state sole parzialmente accolte dal genitore che ha preferito instaurare un rapporto basato sull’autonomizzazione e sulla distanza fisica.

- Attaccamento insicuro ambivalente. Il comportamento dell’adulto potrebbe essere imprevedibile e incostante, egli talvolta accudisce e risponde ai bisogni del bambino e altre volte ignora le sue richieste, oppure è ipercontrollante e intrusivo. Il bambino, in questo caso, tenderà a enfatizzare ed esagerare la manifestazione delle emozioni di paura, ansia, rabbia per richiamare l’attenzione dell’adulto di cui ha bisogno costantemente e dal quale non riesce a separarsi, o diventerà eccessivamente compiacente. Si tratta di bambini che tenderanno ad aver bisogno di mantenere il controllo nella relazione per la paura che l’altro scompaia o si allontani. E’ tipico di quei bambini che riescono a dedicarsi poco all’esplorazione dell’ambiente mostrando un notevole disagio di fronte alla separazione. Il ritorno del genitore non riesce, comunque, a consolarli mostrando una sorta di carenza nel poter disporre di una figura stabile di accudimento. I bambini alternano richieste di vicinanza e protezione a comportamenti estremamente passivi e resistenti. Questi bambini sperimentano un attaccamento mediamente protettivo caratterizzato dall’imprevedibilità del genitore.

- Attaccamento insicuro disorganizzato. Quando la figura di accudimento viene percepita come pericolosa o minacciosa, il bambino sviluppa un atteggiamento ostile e incongruente nei confronti del mondo esterno, non si fida di nessuno, può essere contradditorio e incostante nei suoi comportamenti. E’ il caso per esempio di tanti bambini gravemente maltrattati o abusati. Questo tipo di attaccamento è stato scoperto recentemente da Main (1991) e descrive un bambino che mostra dei comportamenti caratterizzati da una mancanza di coerenza logica nella relazione con il genitore. Generalmente questi bambini hanno sperimentato una relazione con un adulto disorganizzato che ha vissuto a sua volta esperienza traumatiche, di lutto o perdita che non è riuscito ad elaborare e che vengono quindi riattivate nella relazione con il figlio. Bowlby aveva notato che questi atteggiamenti contraddittori evidenziavano in realtà sentimenti di rabbia, ansia e timore verso l’adulto che però non venivano manifestati liberamente per non alienarsi ulteriormente la figura di attaccamento. Tali atteggiamenti potrebbero essere interpretati anche come difese che il bambino attiva da un lato per evitare il dolore emozionale causato dall’allontanamento dell’adulto di riferimento e dall’altro per escludere rappresentazioni dolorose di sé e dell’oggetto.

 

I modelli operativi interni (MOI)

Bowlby (1969) sostiene che è plausibile supporre che ogni individuo si costruisca dei modelli operativi del mondo e di sé stesso nel mondo, con l’aiuto dei quali percepisce gli eventi, prevede il futuro e costruisce i propri progetti. Il Modello Operativo Interno (MOI) è una rappresentazione mentale che contiene molte informazioni su di sé e sulle figure di attaccamento, che riguardano il modo più probabile in cui ognuno risponderà all’altro con il cambiare delle condizioni ambientali. Sono delle rappresentazioni interne di sé e delle figure di attaccamento: modelli di sé – con – l’altro, cioè della relazione (Liotti, 2001) abbastanza stabili e persistenti e permettono che gli stili di attaccamento formatisi nell’infanzia vengano poi trasposti nella vita adulta e trasmessi alla nuova generazione (Holmes, 1994).

Da tali modelli rappresentazionali, dunque, il bambino si crea una mappa interna del proprio mondo relazionale, in grado di guidare la percezione e l’interpretazione degli eventi e con la quale potrà fare previsioni e sviluppare aspettative in merito alle proprie interazioni sociali. Una volta costruiti, i MOI tendono ad essere relativamente stabili nel tempo, ad auto perpetuarsi e sono in genere usati in modo automatico e non consapevole per tutta la vita. Se i MOI sono rigidi come avviene negli attaccamenti insicuri e disorganizzati, ci sono problemi quando il bambino si ritrova intorno un contesto relazionale che cambia.

Può accadere, per esempio, che i bambini adottati continuino ad utilizzare nella relazione con la nuova famiglia, le strategie di attaccamento (e i conseguenti MOI) apprese nella disfunzionale famiglia di origine; se però tali strategie potevano essere considerate come adattive, come risposta alle situazioni patologiche, caratterizzanti il nucleo familiare di origine, nella famiglia adottiva si rivelano disfunzionali.

Nonostante la tendenza dei MOI a non subire grandi variazioni durante l’arco di vita, per la loro stessa natura relazionale, possono essere modificati dalla presenza di nuove esperienze interpersonali positive, così come dalla presa di consapevolezza e dalla riflessione dell’individuo. La sfida per i genitori adottivi sarà di costruire insieme al bambino dei nuovi modelli fondati su un senso di sicurezza e calore, in grado di sostituirsi a quelli disadattativi che il bambino porta con sé.

 

L’attaccamento nei bambini adottati

Nel periodo che va dalla nascita fino al primo anno di vita, il cervello del bambino si sviluppa fino a raggiungere il 90% della dimensione adulta e prendono forma tutte quelle strutture che regolano le funzioni psicologiche, emotive, cognitive, sociali e comportamentali che sono alla base delle relazioni future dell’individuo.

 

Proprio in questo periodo i bambini adottati, a causa delle loro esperienze di trascuratezza, maltrattamento, abuso e di deprivazione non hanno avuto modo di sperimentare quella sintonizzazione emotiva, di rispecchiamento nella figura di attaccamento e di contatto fisico positivo che, invece, contraddistinguono le interazioni ottimali per lo sviluppo di un legame di attaccamento sicuro. Nel periodo in cui il loro cervello stava sviluppando le connessioni neurali, coinvolte in tutte le principali aree di funzionamento, questi bambini non hanno fatto esperienza di un’attivazione sincronica e interattiva degli scambi emotivi, della presenza di una risposta pronta e sensibile ai loro bisogni e della possibilità di codifica e rilettura dei propri segnali, rispecchiati nel comportamento del genitore. Ognuna di queste mancanze avrà un profondo impatto su ogni successiva interazione con sé stessi e con il mondo.

 

La capacità di autoregolare i propri stati interni e affettivi matura già nei primissimi anni di via e dipende sia dai processi di sviluppo fisiologico e del sistema nervoso, sia dai processi di interazione con l’ambiente, così come dalla responsività dei caregiver.

Se un bambino non ha fatto esperienza di adulti in grado di accudirlo e di rispondere ai suoi bisogni, o se ha avuto una storia traumatica precoce, potrebbe non riuscire a sviluppare la capacità di autoregolarsi e in questo caso potrebbe avere limitati e danneggiati vari aspetti del suo sviluppo e mostrare dei problemi nell’instaurare relazioni affettive, negli scambi comunicativi, nel pianificare azioni dirette a uno scopo, nell’attenzione e nel controllo delle emozioni e degli stati interni.

Si parla in questi casi di disturbi della regolazione sensoriale, a causa dei quali il bambino spesso non riesce a raggiungere uno stato di calma e a sperimentare emozioni positive.

Un bambino che sperimenta, alla nascita o successivamente, la separazione forzata dai propri genitori biologici, certamente vive una situazione traumatica, che altera una condizione fisiologica di crescita e che determina uno sviluppo intrapsichico e relazionale disfunzionale, che condiziona fortemente i futuri possibili attaccamenti a nuove figure genitoriali.

Il bambino adottato porta dentro di sé una storia in cui è stato abusato affettivamente, non riconosciuto nel proprio desiderio di esistere e nel suo “essere una persona”. Egli ha sviluppato una particolare capacità di rispondere ai bisogni dell’adulto, ha dimenticato sé stesso e si è identificato con l’oggetto genitoriale, anche se carente, assente o violento, nel tentativo di non rimanere solo.

L’attaccamento non è sempre uguale e varia da situazione a situazione. Questo vale, ovviamente, anche per i bambini adottati. Nel primo periodo di ingresso nella nuova famiglia, le esperienze pregresse incidono notevolmente sul legame con le nuove figure di riferimento. E’ questo il punto di partenza.

Nel passaggio da una situazione intrauterina, protetta ed omogenea, ad una segnata dalla ciclicità e dal ritmo, il neonato vive un momento trasformativo di discontinuità: invaso da una valanga di sensazioni corporee sconosciute e non ancora pensabili, egli ritrova la continuità ambientale, mentale ed affettiva nella madre che fin dall'inizio si propone come contenitore strutturante. Quando il neonato è travolto da sensazioni ed emozioni che possono sopraffarlo, il ruolo della madre è di prenderle dentro di sé per restituirle al bambino in una forma più accettabile e digeribile.

Il bambino può, così, imparare a riconoscere le proprie esperienze, a dar loro una forma, a trasformare le esperienze sensoriali in contenuti mentali e psichici, iniziando così a costruire un’immagine positiva ed integrata di sé  (Bion, 1973). Il neonato assimila in tal modo un modello di come si può trattare il disagio e contribuisce attivamente al già avviato processo della comunicazione e della comprensione reciproca. Il processo di apprendimento, ormai iniziato, coinvolge entrambi in modo attivo. Il lattante non è ancora in grado di distinguere fra il dentro e il fuori da sé, fra una stimolazione endogena e una esogena, ma ha già una capacità empatica (che varia da individuo a individuo) di percepire lo stato conscio ed inconscio della madre, di coglierne l’affettività e la disponibilità emotiva nei propri confronti.

Il risultato di questa prima interazione è il costituirsi nel bambino di un primitivo senso di integrità e sicurezza interiore che è la base della fiducia, che si riflette nella regolarità dell'alimentazione, dell'evacuazione e del ritmo sonno-veglia.

 

Se nella relazione primaria ha potuto sperimentare un primitivo senso di integrità e sicurezza interiore, egli troverà la capacità di dilazionare le gratificazioni con un senso di fiduciosa aspettativa e gradualmente acquisirà una crescente capacità di tollerare le frustrazioni e le separazioni che lo porteranno verso l'autonomia. Questa capacità si rivela fondamentale nel processo di crescita, continuamente attraversato da separazioni ed attaccamenti (Kaneklin, 1995). Per crescere, infatti, è necessario separarsi da persone, livelli di funzionamento, stili di pensiero e di relazione per stabilire nuovi attaccamenti e per orientarsi o riorientarsi sulla via dell'autorealizzazione. Karen Horney (1950) sostiene che l'essere umano ha un impulso innato a sviluppare le proprie potenziali capacità, ma necessita di condizioni favorevoli affinché queste possano realizzarsi .

 

Se, al contrario, il bambino cresce in un ambiente che svaluta la sua individualità e ogni suo tentativo di autonomia, egli vivrà nel conflitto fra il desiderio di affermare la propria individualità – percepita però come un attacco all'ambiente da cui dipende – e il timore di perdere la protezione di cui ha bisogno. Pur di soddisfare il proprio bisogno di sicurezza, il bambino potrà allora conformarsi alle aspettative esterne, ai bisogni altrui, nel tentativo di contenere la sua “ansia di base”.

Questa precoce modalità relazionale, segnata dall'uso dell'altro, può condurre ad un allontanamento progressivo dai propri sentimenti e desideri, fino all'alienazione dal vero Sé, “quella centrale, intima forza, comune a tutti gli esseri umani eppure unica in ciascuno, che è la profonda determinante dello sviluppo individuale" (Horney, 1950).

E’ importante ricordare che la maggior parte dei bambini in stato di adottabilità è sopravvissuta ad un percorso costellato da grandi difficoltà, ha avuto adulti di riferimento che non solo non erano in grado di offrire la cura e la protezione necessarie, ma che spesso erano essi stessi fonte di paura e di minaccia.

Nonostante le esperienze possono essere state molto traumatiche sappiamo che evoluzionisticamente l’essere umano ha grandi capacità di adattamento, di elaborazione di eventi anche molto stressanti e soprattutto che nell’infanzia il cervello è molto flessibile e in grado di autoripararsi dal trauma.

Può capitare che il bambino mostri di perdere improvvisamente abilità e competenze raggiunte in precedenza. Questo accade in concomitanza con situazioni di stress e di cambiamento che riattivano il suo senso di vulnerabilità e fragilità. E’ importante che i genitori non si preoccupino per questo processo non lineare di sviluppo e della possibilità che in alcune situazioni il bambino possa regredire. Spesso i comportamenti del bambino che preoccupano i genitori sono fisiologici di fasi di sviluppo precedenti. Se tali comportamenti non si risolvono in età successive probabilmente questo avviene perché lo sviluppo del bambino potrebbe essere bloccato all’età in cui ha subito una perdita o un trauma.

La qualità traumatica dell'abbandono non deriva soltanto dalla perdita della madre in sé, ma dal suo verificarsi in una fase dello sviluppo emozionale del bambino in cui l'uso di meccanismi arcaici di difesa, per allontanare il dolore intollerabile, è l'unica alternativa alla mancanza di accudimento - contenimento.

 

L’impronta relazionale appresa nelle prime fasi dello sviluppo tende a riproporsi ad ogni passaggio evolutivo, ad ogni cambiamento. Nella vita di un bambino che ha già vissuto la separazione in modo traumatico, anche l’adozione è un cambiamento e rappresenta, ad un tempo, una perdita ed una acquisizione, una separazione e un attaccamento. Proprio in questo passaggio evolutivo, che mira a dare una famiglia ad un bambino che ne è privo, possono allora rinforzarsi meccanismi di difesa quali la scissione, la negazione e l’identificazione con l’aggressore, a cui il bambino ha già dovuto ricorrere per tenere lontano il proprio dolore. In tal caso, se da un lato assistiamo al reiterarsi di distorte modalità relazionali acquisite precedentemente per il mantenimento di una pseudo-sicurezza di base, dall’altro possiamo comprendere che il regressivo ripetersi di comportamenti normalmente attribuibili a fasi precedenti dello sviluppo rappresenta il tentativo del bambino di ricevere finalmente una risposta diversa, adeguatamente risanante, che chiede un adulto in grado di ripristinare quella fiducia di base che è stata precocemente lesa. Nel disfunzionale contesto relazionale precoce trovano la loro origine quelle carenze e distorsioni che in seguito può manifestare il bambino adottato.

 

Un bambino precocemente segnato dall’abbandono non è stato accompagnato nei suoi primi passi di esplorazione del mondo, sia interno che esterno; non ha ricevuto il sostegno di una figura accudente capace di dare un nome ai suoi stati emotivi, che sono rimasti sconosciuti dentro di lui, incontrollabili e minacciosi. Imparare significa aprirsi con curiosità al nuovo e all’ignoto, significa sapersi avventurare verso il mare aperto con la fiducia di poter attingere alle proprie capacità e con la sicurezza di poter sempre ritrovare un porto.

E se imparare significa soprattutto saper reggere la frustrazione del proprio limite (di non sapere), il bambino adottato ha ancora bisogno di un porto sicuro dove possa trovare il calore e la protezione di un adulto in grado di contenere quegli stati d’animo che in passato lo hanno sommerso e reso fragile ad ogni successiva frustrazione.

I bambini adottivi continuano a utilizzare nella relazione con i genitori adottivi, la strategia di attaccamento (e il conseguente MOI) appreso nella disfunzionale famiglia di nascita; se però tale strategia poteva essere considerata adattiva in risposta alle situazioni patologiche caratterizzanti la famiglia di origine, nella normale famiglia adottiva si rivela disfunzionale. Anche in un ambiente protetto e in situazioni normali i bambini che hanno subito dei traumi tendono ad attivare con estrema facilità il sistema primitivo di risposta alla paura e allo stress. Questa attivazione coinvolge anche il corpo e produce una sintomatologia tipica caratterizzata da iper – attivazione, iper vigilanza e dalle risposte primitive di attacco (fight), fuga (flight) e congelamento (freeze).

Presumibilmente tale iper attivazione si è sviluppata come risposta adattiva all’ambiente minaccioso cui questi bambini sono stati esposti durante la prima infanzia. Nella regolazione delle risposte allo stress gioca un ruolo fondamentale anche l’acquisizione da parte del bambino, dell’abilità di gestire l’ambiente sensoriale. E’ stato dimostrato, infatti, che i bambini traumatizzati tendono ad essere sensory – defensive (iposensibili o iporesponsivi) o sensory – seeking (alla ricerca di stimolazione sensoriale), oppure a volte entrambe le cose contemporaneamente.

Se un bambino è disregolato, questo danneggerà la sua abilità di avere una visione coerente del mondo, la sua capacità di regolazione e d’interazione con i caregivers.

I bambini adottati spesso hanno avuto delle relazioni con i genitori biologici o con altri adulti di riferimento, in cui la funzione fondamentale del sistema di attaccamento (cercare e ottenere la cura e la protezione di un adulto significativo) risultava alterata, patologica oppure assente. Questi bambini, dunque, spesso non hanno avuto la possibilità di sperimentare un senso di sicurezza interno.

Il DSM 5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) presenta due categorie diagnostiche relative a quei bambini che mostrano un disturbo globale del sentimento di protezione e sicurezza e che, di conseguenza, possono manifestare una compromissione delle capacità relazionali e sociali. Entrambe queste categorie diagnostiche sono il risultato della trascuratezza sociale o di altre situazioni che limitano le possibilità del bambino di sviluppare attaccamenti selettivi. Esempi di tali situazioni di cure insufficienti possono essere:

  • Trascuratezza o deprivazione sociale, con assenza persistente di adulti in grado di rispondere ai bisogni di conforto, stimolazione e affetto del bambino.
  • Ripetuti cambiamenti dei caregiver primari, che hanno limitato la possibilità del bambino di formare legami d’attaccamento stabili (frequenti affidi temporanei)
  • Ambienti di crescita che hanno severamente limitato le opportunità di formare legami di attaccamento selettivi (istituzionalizzazione).

Le due categorie diagnostiche, relative alle problematiche d’attaccamento risultanti dalle situazioni appena descritte sono, secondo il DSM 5:

  1. Il disturbo reattivo dell’attaccamento è contraddistinto da inibizione e ritiro emotivo, con minimi comportamenti d’attaccamento verso gli adulti significativi.

Il bambino, dunque, può manifestare atteggiamenti come:

  • Rara o minima ricerca di conforto in situazioni di angoscia
  • Rara o minima risposta al conforto offerto per alleviare l’angoscia
  • Affetti positivi limitati
  • Eccessiva irritabilità, tristezza o paura (tali sentimenti possono manifestarsi anche in situazioni calme e non minacciose)
  • Ridotta o assente reciprocità sociale ed emotiva

 

  1. Il disturbo da impegno sociale disinibito è caratterizzato da comportamenti d’attaccamento non selettivi, interagendo con adulti sconosciuti.

Il bambino può avere atteggiamenti impulsivi come:

  • Ridotta o assente reticenza ad approcciarsi e ad interagire con adulti non familiari
  • Comportamento iper familiare
  • Difetto nel controllare la presenza dell’adulto di riferimento dopo essersi allontanato anche in ambienti non familiari
  • Propensione ad uscire con adulto non familiare senza esitazione
  • I bambini con disturbi dell’attaccamento possono mostrare frequentemente anche problemi a livello comportamentale, alimentare, della regolazione del sonno e della regolazione emotiva.

 

Le esperienze dei bambini sono spesso state traumatiche, legate a relazioni caratterizzate da un attaccamento insicuro o più frequentemente disorganizzato e possono essere state segnate da veri e propri vissuti di deprivazione affettiva a volte con forme di deperimento fisico. Le storie di questi bambini sono, inoltre, spesso caratterizzate da continue rotture relazionali con le diverse figure di attaccamento, che portano ad una frammentazione dell’esperienza e a un’interruzione del senso di continuità del sé. Lo stesso incontro con i nuovi genitori, da una parte regala a questi bambini la sensazione piacevole e rassicurante di essere desiderati da una coppia di adulti, cosa che li rifornisce di autostima, dall’altra sancisce definitivamente le esperienze di abbandono e perdita subite nella famiglia di origine, cosa che li porta a confrontarsi con sentimenti di rifiuto e di svalutazione e con l’angoscia di essere abbandonati di nuovo (Dell’Antonio, 1986). Tali vissuti comportano importanti difficoltà relazionali che possono mettere i nuovi genitori a dura prova, con un elevato rischio che si riattivino precedenti esperienze relazionali traumatiche non elaborate (anche dei genitori).

 

L’essenza della sicurezza dell’attaccamento non sta nell’assenza di esperienze difficili o nella presenza di caregiver ideali durante la prima infanzia, ma nella capacità di assegnare alle proprie esperienze un significato e una coerenza.

I bambini adottati hanno spesso sperimentato figure di accudimento inadeguate, maltrattanti, cambiamenti fra vari caregiver, abbandono, talvolta abusi e possono facilmente presentare modalità di attaccamento insicure e disorganizzate. Tutto ciò può mettere in difficoltà i genitori che possono sentirsi inadeguati e incapaci di rispondere in modo appropriato alle provocazioni o al comportamento dei figli.

I comportamenti che i bambini possono presentare sono vari. Alcuni fra questi possono essere:

  • Autosufficienza esagerata, adultizzazione. Hanno dovuto imparare a farcela da soli, ma ora devono imparare a fidarsi dei genitori.
  • Insicurezza, mancanza di autostima, possono sentirsi abbandonati e colpevolizzarsi. Oppure essere convinti di “non funzionare bene” e che, quindi, prima o poi anche i genitori adottivi si stancheranno di loro.
  • Auto contenimento. Quando sono piccoli si cullano da soli, non piangono, non si lamentano. Da più grandi tendono a non esprimere le loro difficoltà.
  • Mancanza di differenziazione nel comportamento con i genitori adottivi e gli estranei.
  • Diffidenza e ostilità eccessiva che col tempo non si modifica.
  • Problemi relativi alla rabbia. Con comportamenti autodistruttivi o crudeli. Atteggiamenti eccessivamente aggressivi.
  • Avversione per il contatto fisico. Possono spesso ritirarsi, rifiutarsi di farsi toccare o addirittura manifestare dolore quando si prova ad avvicinarli.
  • Problemi legati al controllo. Spesso non riescono a mostrarsi vulnerabili o bisognosi di aiuto, perché questo comporterebbe il rischio di sentirsi impotenti, quindi per mantenere una sensazione di controllo possono mostrarsi disobbedienti, ribelli e/o oppositivi.
  • Assenza di consapevolezza di sé e di empatia verso gli altri.
  • Gentilezza artificiosa.
  • Problemi di linguaggio (es. chiacchierata incessante).

I Modelli Operativi Interni disorganizzati contengono rappresentazioni multiple, contraddittorie, simultanee e incompatibili di sé e della figura di attaccamento che assumono la configurazione del cosiddetto “triangolo drammatico”, un triangolo relazionale in cui sono presenti i tre ruoli del salvatore, della vittima e del persecutore dove domina la posizione di impotenza che innesca il sistema di difesa oltre a quella della collera, della paura, dell’ansiosa sollecitudine, del dolore impotente e della colpa.

Il bambino impara a regolare le sue emozioni all’interno della relazione di attaccamento. Un bambino evitante per diminuire il senso di frustrazione derivato dai continui rifiuti del genitore, impara a ridurre al minimo l’espressione di emozioni correlate all’attaccamento. Un bambino ambivalente potrebbe mostrare segni di ansia e paura alla separazione, perché separarsi dal genitore significa dover contare unicamente sulle sue capacità di autoregolazione che, viste le ripetute esperienze di stati emozionali eccessivamente intensi, saranno percepite come insufficienti. Quando l’attaccamento è disorganizzato, invece, il bambino avrà vissuto esperienze terrorizzanti, imparando ad attivare contemporaneamente il sistema di attaccamento e di difesa.

I bambini adottati posso aver sperimentato un ambiente caotico e imprevedibile ed essere esposti al rischio di ansia e crollo delle strategie. Questi bambini potrebbero non aver potuto sperimentare alcuni degli ingredienti importanti per lo sviluppo di un attaccamento sicuro e quindi la capacità di fidarsi e sentirsi connesso può essere gravemente compromessa.

Sviluppano inoltre, credenze negative e disfunzionali e sebbene queste credenze non siano più verosimili di potrebbe essere il bisogno di molto tempo perché queste si modifichino. Gli esseri umani sono progettati per la sopravvivenza e poco importa la qualità della vita, l’importante è sopravvivere.

Questi bambini abbandonati, con questo sistema di credenze negative, hanno sviluppato delle regole di sopravvivenza che restano attive anche quando l’ambiente diventa sicuro come nel caso dell’adozione. Queste convinzioni impediscono al bambino adottato di accettare immediatamente amore dal genitore adottivo, non perché non ne senta bisogno, ma perché non è pronto ad abbinare la parola vicinanza alla parola sicurezza, cosicché può capitare che possa chiedere vicinanza e il momento dopo aver bisogno di mettere distanza.

Il bambino, quindi, sentendosi in pericolo, potrebbe mostrare difficoltà nel relazionarsi con i genitori adottivi e con il mondo, e potrà avere difficoltà nell’apprendimento scolastico a causa delle emozioni intense dovute al suo bisogno di rimanere vigile.

Nuove relazioni con figure di accudimento che offrano al bambino la sicurezza di essere amati sempre e comunque, e la costanza nelle regole e nel comportamento, possono essere di aiuto nel modificare il sistema dell’attaccamento e i modelli operativi interni. Naturalmente non è sempre facile: occorre, spesso, avere il coraggio e l’umiltà di farsi aiutare da persone preparate e competenti, per non incorrere in atteggiamenti inefficaci e controproducenti e  aiutare il figlio (e sé stessi)  a raggiungere il proprio equilibrio.

 

BIBLIOGRAFIA

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Data di pubblicazione: 
Domenica, Marzo 22, 2020

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