Autore: 
Milena Santerini

Ma cosa significa “diversità di culture”? Per chiarire il significato di un concetto così controverso bisogna anzi tutto sottolineare che si parla di cultura e non di razza poiché questo ultimo concetto, come hanno stabilito i biologi, “non è definibile per la specie umana”; ogni essere umano, infatti, è differente. La natura di ogni uomo o donna dipende dal suo patrimonio genetico - diverso per ogni persona, tranne per i gemelli - e dalla sua eredità (compresa quella culturale). E‘ possibile  raggruppare i popoli per patrimonio genetico, ma il punto è che quelle che definiamo razze sono gruppi umani non omogenei dal punto di vista genetico, che sono stati catalogati, in modo del tutto arbitrario, solo in base a criteri esteriori (colore della pelle, statura, forma del viso). La teoria razzista è falsa (anche se attraente nella sua semplicità) non perché gli uomini siano tutti uguali, ma perché sono tutti diversi.
Occorre poi fare riferimento al problema dell’eredità. I genitori, infatti, davanti a bambini provenienti da altri habitat e modi di vivere, si interrogano sulle loro caratteristiche, su cui incidono sia il punto di partenza (l’innato, determinato dall’eredità genetica dei genitori), sia gli apporti forniti dall’esterno, dall’ambiente di vita. Occorre sottolineare che il problema non è dove il bambino nasce, ma dove cresce. Un figlio non sarà diverso perché nato in Asia, Africa o in Italia, ma perché vi è cresciuto. Incideranno sul suo sviluppo l’ambiente fisico e sociale, le rappresentazioni che le persone che lo accudiscono hanno della personalità, dell’intelligenza, del corpo, della vita, le abitudini nella puericultura, la qualità delle relazioni.
Occorre chiarire, quindi, che tutto è eredità, sia quella biologico – genetica sia quella  socioculturale.
Un bambino riceve i caratteri genetici dai genitori naturali; ma la sua crescita – stimoli all’intelligenza, arricchimento affettivo - dipenderà dagli adulti che l’hanno allevato, siano o non siano i genitori naturali. In questo senso ogni essere umano è unico, sia biologicamente che culturalmente e ogni storia può essere una storia di crescita felice, anche contro le difficoltà iniziali.
Una “famiglia diversa” come quella nata dall’adozione internazionale, quale identità e quale cultura svilupperà nei figli? Se, come abbiamo detto, ognuno interpreta la cultura di provenienza in base alla sua storia, allora la loro identità non sarà quella d’origine, né quella italiana, ma una nuova sintesi, un’interpretazione personale di ambedue. Non si vuole però sottovalutare il peso di tale differenza nella vita sociale. Cosa significa allevare un bambino proveniente da un altro paese, che parla una lingua sconosciuta, con specifiche abitudini alimentari o di vita? Le nostre società sono ormai molto variegate; l’immigrazione, le comunicazioni, la rapidità dei trasporti hanno permesso a molti l’esperienza, anche diretta, del pluralismo culturale. Tuttavia, si cade spesso nell’equivoco di considerare la cultura come qualcosa di oggettivo, a se stante, composto di caratteristiche, abitudini, valori che coinciderebbe con un determinato territorio. In realtà, questa visione è superficiale per vari motivi. La globalizzazione, che ha annullato la distanza, ha
reso i confini delle culture molto più incerti. I modi di vita si sono intrecciati e influenzati reciprocamente, anche sotto l’influsso di modelli occidentali: viviamo ormai in un locale aperto al
globale. La cultura, così intesa, non è statica,composta da elementi prefissati, ma è dinamica, variabile e tende a cambiare nel tempo. Ognuno interpreterà in modo originale, in base al suo contesto, alla sua storia personale, alle condizioni di vita, il patrimonio culturale ereditato.
Sono evidenti le implicazioni educative di questo approccio. Il bambino adottato che viene da
lontano non dovrà essere visto come già programmato, portatore di un sistema culturale rigido e predeterminato, ma come una persona in crescita, con alcuni tratti innati, varie esperienze fatte già nei primi mesi e anni ma soprattutto aperto al cambiamento e alle influenze dall’esterno. Certo, nell’adozione internazionale esiste la differenza culturale, ma in realtà, più che un elemento centrale, è spesso quasi un catalizzatore delle paure dei genitori che vi trovano la spiegazione più facile di fronte alle incognite e alle difficoltà di ogni rapporto.
La formazione potrà aiutare i genitori a individuare l’influenza culturale dell’ambiente di provenienza nella sua complessità, distinguendo, ad esempio, la sua importanza a seconda  dell’età del bambino. Le coppie potranno essere aiutate a cogliere questi tratti e tali abitudini, evitando lo sradicamento brutale del bambino dal suo mondo, senza tuttavia rischiare di “reinventare” una presunta cultura d’origine. I bambini adottati, infatti, cambiano rapidamente alimentazione, luogo di vita, clima, figure di riferimento e “adottano” il nuovo mondo. Ne è un esempio la velocità con cui tendono a rifiutare la propria lingua all’arrivo in Italia, fino a dimenticarla.
La gestione del passaggio da un mondo all’altro potrà essere fatta solo con grande rispetto e
attenzione, raccogliendo tutte le informazioni possibili (purtroppo – spesso - scarse) sul suo mondo, considerando il passaggio da una “cultura della penuria” a una “cultura del benessere e del consumismo” come la nostra, riflettendo sulla cultura dell’abbandono (le caratteristiche delle
istituzioni, uguali in tutto il mondo), da cui provengono

Data di pubblicazione: 
Martedì, Novembre 21, 2006

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Anna Guerrieri e Francesco Marchianò
Stefania Lorenzini, Ricercatrice e docente di Pedagogia Interculturale presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” dell’Università degli Studi di Bologna.
Sara Leo
Dott. Corrado Randazzo, psicologo, psicoterapeuta - Dott.ssa Fabrizia Strangio, psicologa