Autore: 
Sara Leo

Un po’ per tutti comincia così. Nasciamo e respiriamo la vita per la prima volta ancora attaccati a quel cordone ombelicale che ci ha nutrito per 9 mesi più o meno, uniti alla mamma che ci ha messo al mondo.

Venuti al mondo

Come noi, anche i nostri figli, che abbiamo atteso e accolto con la loro storia, hanno vissuto più o meno così il loro primo istante di vita. Anche i figli nati da madri che hanno scelto di rimanere nell’anonimato e di non riconoscerli.

I bambini non riconosciuti alla nascita portano con sè quei primi giorni di vita fino al momento in cui sono andati in adozione. A quel punto entrano nella storia due genitori nati all’improvviso che si ritrovano catapultati e senza nemmeno troppo aspettarselo in una dimensione di scoperta del tutto nuova. Tante prime volte, così come tante domande e riflessioni su quell’abbandono con cui prima o poi ci si fa i conti. A volte nella testa dei genitori adottivi prendono forma pensieri e interrogativi che si muovono dentro, facendo rumore, mettendo a disagio, scombussolando perché non si riesce a capire, perché ci si fa carico di quell’abbandono, perché…perché…

Mi piace pensare che dentro quei perché senza risposta si possa trovare una nuova forza, nuovi spunti di riflessione per stare meglio nelle domande che verranno.

E allora cosa è accaduto prima dell’adozione? Chi si è preso cura del bambino in ospedale?  Chi gli ha dato il nome? Quel bambino abbandonato, nostro figlio, e la mamma di nascita si sono guardati almeno una volta? E chi si è fatto custode di quel pezzetto di vita prima che avesse luogo l’adozione?

La testimonianza

Ho voluto parlarne con una neonatologa, di cui non citerò né il nome né alcun riferimento per tutelare la privacy dei bambini e delle famiglie. Ho raccolto la sua testimonianza per poter parlare di quei giorni in cui i bambini vengono amati, pur non avendo la mamma al loro fianco.

Nelle storie

Nelle parole della dottoressa ho ascoltato il racconto di storie di disperazione, tutte diverse e tra queste quelle delle donne che scelgono di portare la gravidanza fino in fondo, dare la vita al proprio figlio, pur decidendo, spesso già prima del parto, di lasciarlo. Donne che sentono e vedono cambiare il loro corpo, che sentono il bambino muoversi nel loro grembo, che soffrono per il parto, che dopo la nascita portano i segni indelebili della maternità, come la pancia e il seno dolorante per la montata lattea. Storie di solitudine, di povertà economica, socio culturale, di disagio e a volte anche di abuso e maltrattamento. Donne tutelate dalla legge, per fortuna forse, perché altrimenti quali altre opzioni avrebbero avuto? Cosa avrebbero fatto?

Lo strappo

La dottoressa del reparto di Neonatologia con cui ho parlato mi ha raccontato del momento del parto, dove in questi casi vengono chiamati anche loro per attivarsi rispetto al protocollo sanitario richiesto in queste situazioni. Mi ha raccontato di momenti molto forti in cui queste mamme, quando se la sentono, chiedono di poter veder il loro bambino, di tenerlo in braccio, di potergli parlare. Istanti segnati a volte dal primo e ultimo bacio, da parole sussurrate.

Dopo il parto

La mamma biologica che non riconosce il proprio bambino ha 10 giorni per cambiare idea. Oltre all’assistenza sanitaria pre e post parto, la partoriente ha un colloquio con l’assistente sociale presente in ospedale per capire le ragioni della scelta, per prendere in considerazione delle alternative che possano preservare il rapporto madre-figlio. Inoltre, per tutte le mamme ricoverate è disponibile uno psicologo per un supporto emotivo se richiesto.

Il bambino

Trascorsi quei 10 giorni a disposizione della madre per riconoscerlo, l’ostetrica presente alla nascita o un delegato si occupa della registrazione del bambino all’anagrafe ospedaliera, dandogli il nome e un cognome fittizio.

Intanto, mentre l’iter burocratico comincia il suo corso affinché il Tribunale trovi una famiglia adottiva per quel bambino, il neonato viene accudito e coccolato. Chi si occupa di lui?

La neonatologa con gli occhi luccicanti di emozione mi ha raccontato di come medici, infermieri e volontari dell’ospedale si attivino per prendersi cura dei bambini. Di tutti quei bambini che per ragioni diverse devono rimanere in ospedale per più giorni, o perché nati prematuri o perché bisognosi di assistenza sanitaria, o perché in attesa di una famiglia che li accolga.

Vengono coccolati, sfamati, cambiati e lavati, pettinati, tenuti in braccio e in fascia per trasmettere loro quel contatto, quel calore necessario. Sono ricoperti di attenzioni, confortati, amati. Ricevono amore e accudimento e loro così imparano piano piano a dare un significato ai loro bisogni primari, proprio grazie all’interazione con gli adulti che se ne prendono cura.

Si attiva una rete di solidarietà per questi bambini per non far mancare loro nulla, dai vestiti alle coccole tra le braccia affezionate di chi li accompagnerà fino a quando non saranno affidati alle assistenti sociali del Tribunale, che a loro volta li affideranno nelle mani della famiglia adottiva scelta.

Nel racconto della neonatologa ho sentito proprio il contatto che curano con ogni bambino, guardandoli, parlando con loro, imparando a conoscerli nella loro unicità. Così, nel momento delle dimissioni, potranno raccontare quel pezzetto di vita di ognuno di loro, a partire da quello che preferiscono, come la posizione per dormire, piuttosto che le reazioni al mondo che li circonda.

Aspetti sanitari e giuridici

I bambini escono dall’ospedale indossando il braccialetto della nascita, quelli che normalmente associano la mamma al bambino ma che nel caso di bambini non riconosciuti, come prima forma di tutela dell’anonimato, riporterà solo al neonato e alla sua cartella clinica. Così come i documenti che non riporteranno alcun dato della madre, se non i risultati degli esami di routine eseguiti su tutte le partorienti, necessari ad accertare lo stato di salute e la presenza di eventuali malattie che possano essere state trasmesse al figlio attraverso la placenta ( HIV, HCV, ecc). Questo screening iniziale si aggiunge a quello neonatale a cui vengono sottoposti tutti i bambini. Sulla base dello stato di salute alla nascita, il periodo di degenza è variabile e dipende da molteplici fattori, per esempio la nascita pretermine o il rischio dovuto alla positività di sostanze, ecc.

A definire ulteriormente i margini delle storie dei bimbi non riconosciuti ci sono gli aspetti giuridici. Per entrare nel dettaglio ho chiesto il supporto all’avvocato Heidi Heilegger per raccogliere altri elementi che aiutino a conoscere la legge che tutela la donna che sceglie di non riconoscere il figlio, le evoluzioni che si prospettano a tutela del diritto del bambino e il rischio giuridico in queste storie di adozione nazionale. Ecco il suo intervento.

Gli aspetti giuridici

a cura dell'avvocato Heidi Heilegger

La legge (DPR 396/2000) consente alla madre di non riconoscere il bambino e di lasciarlo nell’ospedale dove è nato affinché sia assicurata l’assistenza, nonché la sua tutela giuridica. Il nome della madre rimane in tal caso segreto e nell’atto di nascita del bambino, da redigere entro 10 giorni, viene scritto “nato da donna che non consente di essere nominata”.
La tempestiva segnalazione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni della situazione di abbandono del neonato non riconosciuto, permette poi l’apertura del procedimento di adottabilità e l'individuazione di una coppia idonea ad adottare il bambino garantendo così il suo diritto ad una famiglia.
La madre biologica può anche chiedere al Tribunale per i minorenni, presso il quale è aperta la procedura per la dichiarazione di adottabilità del neonato, un periodo di tempo per provvedere al riconoscimento. La sospensione  della procedura può essere concessa, ma comunque per un periodo non superiore a due mesi.
E' importante sottolineare come il riconoscimento di per sé non escluda a priori la dichiarazione dello stato di adottabilità dovendo accompagnarsi all’insussistenza in concreto dello stato di abbandono.
 

Il rischio giuridico

Ancor più importante forse sottolineare che il c.d. rischio giuridico - ossia la possibilità che il minore dichiarato adottabile rientri nella famiglia biologica quale esito delle azioni intraprese dai genitori o dai parenti fino al quarto grado - esiste anche per i minori non riconosciuti alla nascita. Nel caso di madre che chiede di restare anonima, il rischio giuridico permane per un breve periodo, al più pari ai due mesi in cui la madre biologica può chiedere la sospensione della procedura di adottabilità. Tale periodo decorre anche per il padre biologico ovviamente dal momento in cui viene a conoscenza della nascita del bambino (momento che potrebbe anche non coincidere con detto evento) e fino al provvedimento di affidamento preadottivo.

Criticità e possibili evoluzioni

La scelta del legislatore di offrire ad una donna incinta, che potrebbe trovarsi in condizioni personali, sociali ed economiche particolarmente difficili, la possibilità di partorire in una struttura sanitaria in completo anonimato è evidentemente finalizzata a disincentivare gli aborti, gli abbandoni di neonati, gli infanticidi o ancora che il parto avvenga in situazioni improvvisate e che come tali possono mettere a rischio la vita tanto della madre quanto del nascituro.
D'altra parte non si può trascurare il diritto dell'adottato a conoscere le proprie origini.
Si può dire che due diversi diritti, astrattamente meritevoli entrambi di tutela, rischiano in questo caso di confliggere. 

L’accesso alle origini

L’art. 28 della L. n. 149/2001, in ottemperanza a quanto previsto dalla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 1989 e dalla Convenzione dell'Aja sull'adozione internazionale del 1983, ha introdotto anche in Italia il diritto dell’adottato di accedere, a certe condizioni e con certe procedure, alle informazioni concernenti l’identità dei suoi genitori biologici. In particolare, i figli adottivi – purché non si tratti di figli non riconosciuti alla nascita - possono chiedere al Tribunale per i Minorenni di accedere alle informazioni sui genitori biologici una volta compiuto il venticinquesimo anno di età o anche alla maggiore età, ma solo se sussistono “gravi e comprovati motivi attinenti alla sua salute psico-fisica” (per i minori dette informazioni possono essere fornite ai genitori adottivi “solo se sussistono gravi e comprovati motivi”). Il Tribunale per i Minorenni autorizza l'accesso alle notizie sui genitori biologici con decreto all'esito di un'istruttoria volta a verificare che ciò “non comporti grave turbamento all'equilibrio psico-fisico del richiedente”.
Per i figli non riconosciuti alla nascita l'accesso alle origini, pur potenzialmente rilevante ai fini della costruzione della propria identità, resta arduo se non impossibile.
Compito della legge è quello di individuare una soluzione che bilanci i diversi diritti in gioco (quello della madre biologica all'anonimato e del figlio a conoscere le proprie origini).
Almeno secondo la Corte Europea dei diritti umani (sentenza del 25.09.12, c.d caso Godelli) il nostro legislatore ha per ora fallito l'obiettivo: in Italia è il diritto della madre a partorire in anonimato a prevalere su quello dell'adottato a conoscere le proprie origini.
In attesa di una legge che realizzi questo non facile eppur necessario equilibrio (il disegno di legge sulla ricerca delle origini giace da tempo in Parlamento) sono intervenute le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 1946 del 2017: secondo gli ermellini il giudice, in caso di parto anonimo, non può negare al figlio l’accesso alle informazioni sulle sue origini, senza avere precedentemente verificato, con le modalità più discrete possibili, la volontà della donna di mantenere l’anonimato. La latitanza del legislatore non può giustificare la compromissione di un diritto: i giudici dunque non potranno rigettare la richiesta del figlio senza aver prima verificato l'attualità della volontà della madre biologica di rimanere anonima.

Data di pubblicazione: 
Domenica, Ottobre 22, 2017

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Anna Guerrieri e Francesco Marchianò
Stefania Lorenzini, Ricercatrice e docente di Pedagogia Interculturale presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” dell’Università degli Studi di Bologna.