Autore: 
Franco Carola - psicologo, psicoterapeuta e gruppoanalista

Proteggere   

Il segreto, ciò che non ci viene permesso di conoscere, che viene celato al nostro sapere, relativo alle informazioni circa le origini biologiche, da una parte costituisce un grave ostacolo al raggiungimento di un’identità personale, ma dall’altra protegge da una realtà potenzialmente dolorosa. Non è quindi assolutamente detto che un bambino voglia a tutti i costi sapere delle proprie origini.

    Il vuoto originario, quando non colmato attraverso la parola, la discussione e il confronto tra le reciproche fantasie di genitore adottivo e bambino, può produrre nel figlio una grave scissione, con conseguenze patologiche sul suo sviluppo evolutivo. Egli potrebbe lentamente sviluppare e sperimentare un senso del sé non coerente, un’identità non definita, una incompletezza autobiografica, una disconnessione genealogica con correlata delegittimazione dei genitori adottivi e conseguente rivendicazione della propria appartenenza ai genitori biologici.

    Rispondere al quesito sulle origini con frasi standard, magari dettate da un senso di protezione o dalla volontà di lenire il dolore del vuoto originario, tipo: “Tua madre è stata costretta ad abbandonarti dalle circostanze, ma in realtà non avrebbe voluto. Non era cattiva”, rischia di accentuare processi di colpevolizzazione nel bambino. La beatificazione della madre biologica “abbandonica”, quando si basa su voci raccolte, scenari non riconducibili a realtà, su notizie incerte o storie non toccate con la propria mano, non fa altro che innescare una serie di logiche emotive spesso controproducenti.

    Il bambino potrebbe nel tempo costruire in sé, in maniera più o meno consapevole, idee del tipo: “Se mia madre era così buona, allora deve esserci qualcosa di sbagliato in me. Ero pericoloso? Ero cattivo? Cosa c’è di sbagliato in me?”.  L’idealizzazione dei genitori biologici “abbandonici” può portare il bambino a colpevolizzarsi e a introiettare l’aggressività originariamente rivolta a loro, maturando un’idea di Sé come di una persona sbagliata, danneggiata. L’identificazione con il rifiuto primario viene confermata. Egli non può sentirsi arrabbiato con loro.

    L’aggressività verrà deviata o verso i genitori adottivi, o verso se stesso. Il senso di colpa può essere all’origine di un’identità di tipo masochistico. “Io sono sbagliato, per questo mi hanno abbandonato. Io sono un rifiuto, alieno alla società che mi circonda”. Oppure la colpa verrà “spostata” sugli unici genitori a disposizione o sul contesto sociale: “Qualcuno mi ha reso “sbagliato” e qualcuno dovrà pagare per questo”.

    E cosa accade quando il genitore adottivo fornisce al figlio un’immagine negativa e colpevolizzante dei genitori biologici? Se da una parte il bambino si sente meno colpevole, dall’altra egli diverrà comunque erede simbolico, portatore di un bagaglio originario ideale “negativo”. Il meccanismo di difesa più utilizzato in questo caso è quello della negazione e della rimozione, cioè si attuerà uno sforzo comune a figli e genitori finalizzato a “non vedere” e a non riferirsi a eventi o informazioni relative alle origini.

    Le notizie dolorose circa il comportamento del genitore biologico vengono sistematicamente escluse da ogni processo di elaborazione: il bambino dimostrerà sempre meno curiosità, ma rischierà di manifestare comportamenti altamente incongrui, così come potrà esperire una emotività “limitata”, incompleta, fatta più di eccessi che di intensità.

    L’evento biologico della nascita, del cui senso fisiologico la famiglia adottiva appare privata, viene sostituito dal processo di legittimazione di appartenenza al nuovo gruppo famigliare. Tale processo, già avviatosi nel genitore dal momento in cui riconosce a se stesso la volontà di rivestire tale ruolo, nel bambino si attua attraverso la possibilità di raccontare, di raccontarsi, di esprimere la complessità dei dubbi, delle fantasie e delle paure che accompagnano il suo non sapere di sé.

    Da un lato avremo quindi genitori che, riconosciuta la decadenza del ruolo genitoriale di chi ha abbandonato il proprio figlio consanguineo, decidono di diventare procreatori di un figlio generato da altri, dall’altro lato ci sarà un figlio che potrà riconoscersi in un campo famigliare in grado di accogliere i vissuti rabbiosi e di incertezza assoluta circa l’ambigua realtà originaria.

    La possibilità per un adulto di poter pensare alle proprie perdite o lutti, per esempio generati dalla sterilità, così come da aspetti della propria storia biografica, permette la creazione di un ponte tra il proprio vissuto e le origini del bambino. Il genitore, consapevolizzato il processo emotivo sotteso alle perdite vissute, reali o simboliche che siano state, può divenire fornitore di affetto e comprensione per il bambino che affronta il difficile compito di ricostruzione autobiografica. Il figlio, sorretto dalla disponibilità non invasiva o ansiogena dell’adulto, potrà elaborare una profonda comprensione delle proprie perdite senza che l’emotività lo spinga ad agiti comportamentali ambivalenti e poco decifrabili per i genitori.

Genitori: quali sono i compiti fondamentali?

I compiti fondamentali dei genitori sono:

  1. Cercare di reperire quante più informazioni possibili e tenersi pronti ad offrirle ai propri figli in modo filtrato e graduale, in base all’età del bambino e alla sua capacità di comprensione;
  2. Facilitare e sostenere un’elaborazione narrativa autobiografica nel proprio figlio, guidandolo verso una corretta attribuzione di significati agli eventi;
  3. Sostenere l’elaborazione di fantasie laddove non vi siano notizie certe, in modo da permettere una “navigazione” interiore nel giovane, in un più ampio processo di conoscenza di Sé e rafforzamento della propria identità; ma il compito più importante e significativo che il genitore deve svolgere è promuovere una cultura di verità e onestà sempre e comunque.

    Le informazioni possono rappresentare per il bambino degli appigli a cui collegare il suo dolore, consentendogli di dare alla sua sofferenza un senso che ne giustifichi la presenza dentro di sé. E’ molto utile aiutare i bambini adottati a capire il perché sono stati abbandonati, ma questo non basta; è ancor più utile aiutarli a cogliere e accettare i vissuti negativi di rabbia e d’impotenza generati dal rifiuto primario.

    Tale comprensione favorirà la significazione di quei comportamenti aggressivi rivolti all’esterno o su e stessi; attitudini comportamentali che non derivano da misteriosi impulsi che albergano in un sé cattivo, ma dall’aver sperimentato esperienze traumatiche delle quali magari non si serba il ricordo, ma che in Sé esistono e possono continuare ad agire e a produrre disagio.

Il tema delle origini è vasto e articolato quanto lo è il processo evolutivo di ogni essere umano. Poter riflettere insieme ai propri figli su un argomento del genere è la possibilità di viversi in una profonda comunione emotiva, impregnata di verità e rispetto reciproco. È dare un senso più profondo alla propria identità individuale e famigliare.

 

BIBLIOGRAFIA

  • ·Fonzi D., Carola F., "Il tema delle origini: strumenti operativi", Seminario Asl RmB, Roma, 2011

  • Heimann P., "Bambini e non più bambini", Borla, Roma, 1989

  • Winnicot D.W.,  "Bambini", Raffaello Cortina Ed., Milano, 1996

Data di pubblicazione: 
Mercoledì, Giugno 14, 2017

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