Autore: 
Franco Carola - psicologo, psicoterapeuta e gruppoanalista

Quale Origine?

“Origine”, dalla radice “or-ior=nasco”, è una parola che rimanda ad un principio, all’inizio di una storia evolutiva. Ma quando possiamo fissare il vero momento di origine di una vita? Se ripensiamo a noi stessi, siamo stati originati nel momento della nascita o possiamo volgere lo sguardo un po’ più indietro? Forse potremmo iniziare col chiederci se e quanto siamo stati cercati, voluti, quando è nato nei nostri genitori il desiderio di procreare. Quante e quali idee, paure, speranze sono state investite nella nostra nascita?

O forse domandarci, in caso di gravidanza inattesa, come sia stata accolta la notizia, quali emozioni o problematiche il nostro arrivo abbia creato. Ogni concepimento è ricco di accadimenti, di dettagli che rendono unico l’inizio della storia di ogni individuo.  Il passo successivo potrebbe essere chiedersi come sia andata la gravidanza: se e quali problematiche ci siano state, sia di tipo medico (gravidanza a rischio, eventuali esami invasivi, amniocentesi), che emotivo (tensioni, lutti, difficoltà vissute dai genitori in attesa).

Provate a farlo! Anche ora, mentre leggete. Prendete carta e penna e provate a scrivere nero su bianco queste notizie che riguardano voi stessi. Ci riuscite? Avete queste informazioni? E se non le avete, che idea vi siete fatti nel tempo, come immaginate sia stato il vostro ingresso su questa Terra?

Provate a scriverlo come fosse l’introduzione del vostro personale romanzo di vita; vi risulta facile, istantaneo, scorrevole? O forse non è così immediato fare mente locale sull’inizio della propria storia? Eppure stiamo parlando di noi stessi, di chi dovremmo sapere più in assoluto da un punto di vista storico.

 

Ricerca delle origini come ricerca dell’identità

La ricerca dell’identità è uno dei temi centrali della vita e uno dei desideri dell’essere umano che consapevolmente si muove nelle spire evolutive della propria esistenza è quello di dare coerenza e significato alla propria esistere.

 La ricerca del “Vero Sé”, così come il domandarsi “Chi Sono?”, non sono propri solo degli adolescenti e delle loro crisi d’identità, ma iniziano con la nascita e sono interrogativi che continuano attraverso l’età avanzata, con molte salite e discese lungo la via della risoluzione. 

In psicologia, per identità personale, si intende il “senso del proprio essere continuo attraverso il tempo e distinto come entità da tutte le altre”; immediata conseguenza è che la stima di sé è strettamente legata alla costruzione di un’identità stabile, coerente, integrata, coesa nella quale sia possibile riconoscere una linea di continuità tra passato, presente e futuro.

Già la ricerca filosofica ha più volte contribuito a sostenere questa posizione: Locke ed Hume hanno messo in evidenza come l’identità non sia uno sterile dato ma una costruzione della memoria.

L’accesso alle informazioni è sempre più riconosciuto come un bisogno psichico elementare per l’elaborazione della propria identità prima che come diritto della persona; “sapere di Sé” è quindi fondamentale per la costruzione di un’immagine di Sé ‘positiva’. Strumento psichico chiave perché le informazioni diventino funzionali alla costruzione dell’identità è la “narratività”, ovvero la capacità di raccontare sé stessi e la propria storia.

Nel caso dell’abbandono, potersi “narrare” diviene indispensabile. Il dolore della perdita primaria può assumere un senso più ampio laddove inscritto in una storia, in un romanzo famigliare, che contempli significativamente un dettagliato capitolo introduttivo sulle informazioni e le fantasie circa quanto vissuto dall’adottato prima dell’arrivo nella famiglia adottante.  

Se la costruzione della capacità narrativa del bambino sarà un compito congiunto tra il bimbo stesso ed i suoi genitori, tutto il nucleo famigliare è tenuto ad uno sforzo congiunto per integrare ed elaborare la storia pregressa, spesso ignota, all’incontro e formazione del nucleo stesso, in un racconto comunitario confluente nella storia attuale.

Compito fondamentale dei genitori adottivi è quello di riuscire a rivedere insieme la storia dell’abbandono verso un discorso dinamico di co-costruzione e rielaborazione. L’elaborazione del trauma dell’abbandono, infatti, passa attraverso l’incontro con persone significative che permettano al bambino di rileggere l’immagine di sé, ‘danneggiata’ e ‘svilita’ dalle esperienze traumatiche vissute, attraverso la costruzione di nuovi significati condivisi.

Perché la costruzione della nuova famiglia avvenga con successo, è importante che i nuovi genitori ed il bambino siano in grado di affrontare il suo passato, che spesso si ripresenta in forme mascherate con vaghi ricordi o sensazioni oppure attraverso “agiti”, comportamenti devianti apparentemente incomprensibili a chi li osserva dall’esterno.

La ricerca di informazioni circa il passato dei propri figli può essere diretta (domande agli Enti, ai Servizi, alle figure accudenti al momento dell’adozione, etc.) o indiretta (osservazione critica del proprio figlio, inferenze e deduzioni, fantasie su “voci” e “sentito dire”, illazioni basate sulla provenienza geografica del bambino, etc.).

Da un punto di vista formale ed oggettivo, la Legge dispone che: “… i genitori adottivi, su autorizzazione del tribunale per i minorenni, possono accedere alle informazioni riguardanti i genitori biologici dell'adottato solo qualora esistano gravi e comprovati motivi. Tali informazioni, in caso di urgenza e di grave pericolo per la salute del minore, possono essere fornite anche ai responsabili delle strutture ospedaliere e sanitarie...”; inoltre: “…  una volta compiuti i 25 anni l'adottato può accedere alle notizie riguardanti i genitori biologici presentando istanza al Tribunale dei minorenni.

Può farlo anche raggiunta la maggiore età se sussistono gravi motivi. L'accesso alle notizie è autorizzato con decreto…”. Nel caso che la madre biologica abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata, l'adottato non può avere accesso alle informazioni1.

 

Cosa dire?

Il tema delle origini biologiche dei propri figli sembra invadere perentoriamente i pensieri dei genitori adottivi fin dai primi passaggi nella transizione alla genitorialità. È un tema entro il quale si muovono più questioni che solo apparentemente paiono avere a che fare esclusivamente col bambino. In realtà le origini biologiche dei propri figli portano con loro una serie di questioni, dubbi, curiosità più o meno indagate dai genitori adottivi.

È bene essere onesti con noi stessi e “dirsi”, fin dal momento in cui si comincia a pensare all’adozione come progetto genitoriale, tutte le fantasie circa le origini del bambino. Ma perché queste “fantasie” hanno importanza? Esse ricoprono un ruolo determinante nella costruzione di un’idea che noi abbiamo del bambino e che più o meno consapevolmente rischiamo di trasmettergli. Non sapere nulla di oggettivo circa le origini del proprio figlio non esclude la possibilità che ci si creino delle idee basate su piccole informazioni o deduzioni più o meno corrette ricavate da episodi, chiacchierate con gli operatori della Casa Famiglia, con gli Enti o quant’altro.

Se un genitore con onestà prendesse nota di tutte le fantasie che ha fatto e fa circa la famiglia d’origine del proprio bambino, scoprirebbe di detenere una valanga di costruzioni mentali circa la propria prole che forse si basano su mere illazioni o forse su giuste intuizioni. In quest’ultimo caso, tali intuizioni diverrebbero importante materiale eventualmente condivisibile con il proprio figlio.

Quando un figlio ti guarda e chiede: “Ma dove sono i miei genitori veri? Li hai conosciuti?”, o altre domande particolarmente spinose per le quali non si ha una risposta oggettiva e reale, la cosa migliore è l’onestà. Un bel: “Non lo so!”, addizionato con un: “Tu cosa ti immagini?”, permette al genitore di aprire un dialogo onesto e reale col proprio figlio e, al tempo stesso, di indagarne le fantasie, i primi tentativi che il bambino attua nel costruire il capitolo introduttivo del proprio romanzo famigliare ed identitario.

Abbandonarsi alla tentazione di saturare la curiosità del bambino con qualcosa di cui sappiamo poco o nulla risulterebbe controproducente: alimenterebbe un comune campo fantastico e fantasioso, spesso lontano da una realtà oggettiva. Se però proviamo ad aprire un dialogo “vero” col piccolo, rivolgendo quegli stessi quesiti che lui ci pone ad egli stesso, ci e gli daremo la possibilità di esplorare un terreno interno incognito di cui magari nemmeno immaginavamo l’esistenza.

Chiediamogli cosa lui immagini, cosa “senta”, e potremmo scoprire di aver fatto le stesse fantasie, avere le stesse paure o nutrire le stesse perplessità; potremmo realizzare che per quanto giovane, il figlio immagina o sa già tante cose di se stesso.  Aprire un dialogo attivo “NON-Saturante” ci permette di iniziare un vero lavoro di co-costruzione del romanzo famigliare, utile al bambino nel proprio percorso di realizzazione identitaria e necessario al genitore per monitorare se e come il figlio stia processando ed elaborando il proprio strappo originario.

BIBLIOGRAFIA

  • A.A.V.V., “Dizionario Etimologico”, Rusconi Libri, Santarcangelo di Romagna (Rn), 2005
  • Fonzi D., Carola F., “Il tema delle origini: strumenti operativi”, Seminario Asl RmB, Roma, 2011
  • Scabini E., Cigoli V., “Il famigliare. Legami, simboli, transizioni”, Raffaello Cortina Ed., Milano, 2000

Si ringrazia la Dr.ssa Daniela Fonzi per il prezioso materiale bibliografico.

 

1. Il presente articolo era stato pubblicato da Adozione e dintorni pochi anni fa. Attualmente, nell'attesa di una legge che garantisca il diritto del figlio a conoscere le proprie origini - il disegno di legge sull'accesso alle origini è allo stato ancora tale - le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1946/2017, sono intervenute chiarendo che il giudice, in caso di parto anonimo, non può negare al figlio l’accesso alle informazioni sulle sue origini, senza avere precedentemente verificato, con le modalità più discrete possibili, la volontà della donna di mantenere l’anonimato.

Data di pubblicazione: 
Lunedì, Maggio 22, 2017

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