Autore: 
Franco Carola

Il trauma psicologico è un tipo di "danno" che viene subito dalla psiche a seguito di un'esperienza critica vissuta dall'individuo (sia un evento singolo, o un evento ripetuto o prolungato nel tempo), e che viene detta evento traumatico. Sigmund Freud formulò una definizione di evento traumatico riferendosi alle proprie teorizzazioni e leggendo il trauma in termini "economici". Lo studioso viennese lo definì come un'esperienza singola, o una situazione protratta nel tempo, le cui implicazioni soggettive, cioè idee, cognizioni ed emozioni ad essa collegata, sono nel complesso superiori alle capacità del soggetto, in quel momento, di gestirle o di adeguarsi ad esse, cioè di integrarle nella psiche. Il trauma psicologico risulta, in generale, come un evento che, per le sue caratteristiche, risulta "non integrabile" nel sistema psichico pregresso della persona.

Come vive il trauma dentro di noi?

L'evento traumatico può essere di qualsiasi tipo; esso solitamente implica l'esperienza di un senso di impotenza e vulnerabilità a fronte di una minaccia, soggettiva o oggettiva, che può riguardare l'integrità e condizione fisica della persona, il contatto con la morte oppure elementi della realtà da cui dipende il suo senso di sicurezza psicologica. Una scuola francese di psicotraumatologia propone che il trauma psicologico corrisponda alla "assenza di significato e di significabilità dell'evento" (ovvero, il trauma corrisponde all'impossibilità di dare un senso ed un significato, coerente e psicologicamente viabile, ad un episodio che si situa "fuori" dall'esperienza di vita normale dell'individuo). Le persone che hanno subito dei traumi spesso manifestano vari sintomi e problematicità in seguito ad essi. La gravità del trauma varia da persona a persona, dal tipo di trauma in questione e dal supporto emotivo che le persone affettivamente significative per il soggetto riescono a dargli. Dopo un'esperienza traumatica, una persona può rivivere il trauma mentalmente e fisicamente, perciò evita il ricordo del trauma, in quanto questo può essere insopportabile e persino doloroso. Il rivivere i sintomi, la sensazione di minaccia, le emozioni che esondano in maniera incontenibile, la sensazione di "dover fare qualcosa" senza curarsi delle conseguenze delle proprie azioni, sono segni che il corpo e la mente stanno attivamente cercando di risolvere il senso di ineluttabilità che l'esperienza traumatica gli ha lasciato dentro. Il ricordo del trauma è sollecitato dai trigger (in inglese, grilletto), cioè situazioni o elementi che scatenano con impeto il ricordo, a livello più o meno consapevole, del trauma subito. Spesso il soggetto traumatizzato può essere completamente all'oscuro dei trigger; ciò porta una persona che soffre di disturbi traumatici ad impegnarsi in meccanismi di adattamento distruttivo o autodistruttivo, spesso senza essere pienamente consapevole della natura o delle cause delle proprie azioni, stimolate da elementi scatenanti (ad esempio: se il trauma riguarda l'abbandono, ogni atmosfera, parola, tono di voce che richiamerà in me il timore di essere nuovamente abbandonato, scatenerà una serie di reazioni emotive anche laddove nulla, oggettivamente, paia minacciarmi in tale direzione). Di conseguenza, i sentimenti intensi come la rabbia possono riemergere frequentemente, a volte in situazioni molto inappropriate o impreviste; inoltre possono insorgere immagini, pensieri o flashback, così come insonnia e incubi ricorrenti. Paure, insicurezza, difficoltà nel rilassarsi assumono per la persona traumatizzata la funzione difensiva di mantenerla vigile e attenta al pericolo, sia di giorno che di notte. La persona può non ricordare quello che è realmente accaduto, mentre le emozioni vissute durante il trauma possono essere rivissute senza che se ne comprenda il motivo. Gli eventi traumatici a volte paiono vissuti come se stessero accadendo nel presente, impedendo al soggetto di ottenere una prospettiva chiara ed attuale sull'esperienza. Il soggetto è talmente identificato con quanto gli è occorso che non riesce a distinguere più la realtà oggettiva, a favore di una realtà passata che viene costantemente riattualizzata. Parimenti, si potrebbe assistere ad un fenomeno di dissociazione dalle emozioni ritenute troppo devastanti da essere vissute, accompagnato da una progressiva desensibilizzazione emotiva: la persona appare emotivamente svuotata, preoccupata, distante o fredda.  La sensazione di essere stati danneggiati in maniera permanente dal trauma fa emergere sensazioni quali la disperazione, la perdita di autostima e, a volte, la depressione.

L'abbandono come evento traumatico

L'abbandono è definito come uno stato psicologico legato al lasciare o essere lasciati da qualcuno di affettivamente significativo per noi; la realtà della persona passa repentinamente da uno status di "io insieme a" a quello di "io e un vuoto". L'abbandono di cui è stato protagonista un bambino adottato si inscrive quindi nella definizione di evento traumatico, un evento singolo a causa del quale la realtà dell'individuo viene improvvisamente mutata e la propria sopravvivenza minacciata. Rilevare le influenze che un evento del genere possa generare su un individuo non è un compito sempre facile: i segni del trauma possono confondersi con la miriade di eventi quotidiani rischiando, nel tempo, di passare inosservati, oppure divenire così esageratamente eclatanti da far vivere, a chi assiste da vicino al dramma di chi li produce, un profondo senso di impotenza.

Il trauma nell'adozione

Il figlio adottivo, laddove non vi siano accertati altri eventi di natura traumatica, è una persona la cui storia si distingue per due grandi momenti critici: l'abbandono primario e l'adozione.

L'abbandono, a qualsiasi età sia stato esperito, lascia dei segni in maniera diretta o indiretta. Un bambino cui venga negato il calore della propria madre, l'odore di chi l'ha generato, il seno di chi l'ha portato in grembo, registra, almeno ad un livello neurologico, un segnale differente da quello cui sarebbe comportamentalmente predisposto per dotazione genetica; in tal senso, lo strappo originario è un evento traumatico, anche quando ciò avviene in un'età in cui il raziocinio non è operante in termini di manovre intellettive "superiori".

Parimenti, l'inserimento in un nuovo nucleo famigliare, il contatto con nuovi calori, odori, stimoli, lì dove era in atto un processo di assestamento nella "realtà abbandonica", diventa una sorta di nuovo "trauma": la realtà subitaneamente cambia di nuovo. Qualcuno potrebbe obiettare che tale mutamento sia in una direzione di miglioramento. Credo però opportuno ricordare la prospettiva di chi, troppo giovane, non riesce a dare un senso più ampio agli eventi e il semplice cambio di status (da rifiutato a fortemente amato) produce un nuovo e improvviso scombussolamento della realtà che, per quanto in positivo, viene improvvisamente rimessa in discussione, e vede il riattivarsi di una serie di incertezze circa la stabilità del nuovo status, riepilogabili così: "Mi sono adeguato ad essere rifiutato e ora vengo amato. Verrò di nuovo rifiutato? Come mai prima mi hanno lasciato? Perché ora sono stato scelto? Perché io?". Alcune emozioni, magari sopite nel tempo, ricominciano ad agitarsi e, prima o poi, a palesarsi. Il figlio, al momento dell'ingresso nel nuovo nucleo famigliare, potrebbe dimostrarsi molto mansueto per poi esplodere in comportamenti ed emozioni incontenibili, mesi o anni dopo, oppure dimostrare una forte ostilità iniziale a riprova del forte stress che questo nuovo cambiamento comporta.

E' possibile lenire le ferite?

Il cruccio di molti genitori, in merito alle situazioni traumatiche di cui i propri figli sono depositari, spesso è quello di poter fare qualcosa, di potere intervenire in qualche modo per lenire le ferite da trauma. Purtroppo, la guarigione dagli eventi traumatici necessita di una serie di operazioni interne di carattere cognitivo-emotivo che abbisognano di tempi lunghi e della reiterazione, a volte, di azioni volte a dissipare nel bambino i dubbi che una situazione terribile come quella occorsagli possa mai ripetersi nuovamente.

Il senso di impotenza che il genitore vive è specchio di quell'impotenza con cui il figlio ha dovuto fare i conti e con la quale si misurerà nel corso della propria crescita. Tale compito evolutivo, comprendere ed accettare gli eventi traumatici cui è stato suo malgrado sottoposto, nel tempo, supportato dall'affetto, disponibilità e pazienza di chi lo ama, sfocerà in una comprensione sintetizzabile più o meno così: "Io non sono solo l'abbandono che ho subito, né l'amore che mi ha accolto. Io sono un insieme di esperienze, a volte difficili e a volte molto felici, che mi hanno visto protagonista molto giovane e mi aiutano a leggere la vita in maniera più ampia".

Genitori adottivi: come affrontare il trauma dei propri figli?

Uno dei timori che più di sovente viene lamentato dal genitore che adotta riguarda il riuscire a riconoscere i corretti modi e tempi per affrontare il doloroso discorso dei vissuti pregressi del proprio figlio. Ci si interroga su quando sia giusto parlare e quando attendere che sia il bambino stesso a dire di Sé, come farlo e come eventualmente prepararsi per formulare le giuste frasi perché il figlio si senta compreso e protetto a sufficienza. Alcuni denunciano la forte fretta di affrontare il tema dei traumi vissuti dal proprio figlio. Tale emergenza viene spesso aumentata da informazioni più o meno documentate circa i propri figli e la loro vita domestica o in istituto. Un suggerimento: la fretta non aiuta! I processi cognitivi ed emotivi per la risoluzione e l'integrazione degli eventi traumatici all'interno di un Sé stabile, abbisognano di lunghi tempi di mentalizzazione. Ciò non significa che le ferite da trauma non guariscano, anzi! Ma la fretta di vederle magicamente scomparire rischia di interferire fortemente coi sottili e lenti processi in atto nella persona traumatizzata. La guarigione dal trauma da separazione ed abbandono si configura come un processo imprevedibile, i cui esiti positivi si ravvedono nel corso della crescita e, spesso, senza chiare dichiarazioni in merito: il figlio, integro, impara a gestire sensazioni ed emozioni come lo stress, il dolore, la rabbia, al pari e nella stessa misura di un coetaneo; semplicemente, lo farà in tempi e, soprattutto, modi differenti.

Esserci, rimanendo in ascolto

Creare un clima di solida e costante disponibilità al dialogo, cercando di smitizzare ogni forma di tabù che potrebbe generarsi nel quotidiano discorrere, offre la possibilità al figlio di prendersi i propri tempi per condividere e chiedere aiuto circa quegli eventi che fa fatica a comprendere delle proprie vicende esistenziali. Il genitore dovrebbe anche mettere in conto che il bambino, crescendo, potrebbe decidere di non affidargli nulla dei propri vissuti. Tale atteggiamento potrebbe risultargli necessario per un'elaborazione più articolata e profonda, molto più intima, dei propri eventi traumatici e non implica che lui non ami i propri famigliari, anzi! Alle volte tale atteggiamento è un sistema adottato dai bambini per proteggere chi amano da vissuti ritenuti pericolosi.

La guarigione da un trauma richiede ai figli, così come ai genitori, l'aprirsi ad una cognizione del tempo molto più ampia. È uno sforzo congiunto per ritrovarsi, insieme, in un percorso di vita connotato da emozioni forti, profonde e tremendamente reali, alle volte difficili da contenere. Senza scordare che, laddove si sia sperimentato un forte dolore, una forte rabbia, un profondo odio, c'è spazio per esperire un piacere di vivere, un amore molto più ampio di quanto si sia mai abituati a sentire.

Un trauma lascia una cicatrice, un segno col quale si impara a convivere. Un segno che è monito, ma anche parametro di confronto per poter riconoscere quanto di meglio la vita possa offrire.

 

BIBLIOGRAFIA

Caretti, V., Craparo G., (a cura di) (2008). Trauma e Psicopatologia. Astrolabio, Roma

Freud S., Inibizione, sintomo e angoscia (1925), in Opere, cit., vol. X

Janet P., L'Automatisme Psychologique (1889). L'Harmattan, Paris, 2005 (Ed. It, L'automatismo psicologico, Milano, Raffaello Cortina, 2013, ISBN 978-88-6030-561-9).

Yule, W. (a cura di) (2002). Disturbo Post-Traumatico da Stress. McGraw-Hill, Milano

 

Data di pubblicazione: 
Lunedì, Giugno 24, 2013

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