Autore: 
Sara Leo

Questa è una storia di affido familiare iniziata nel 1985. Marco Volpatto ci racconta l’esperienza che lui e la sua famiglia hanno vissuto accogliendo Luca (nome di fantasia), un bambino di 10 anni.

Con lo sguardo da fratello maggiore

Cosa significa per te essere famiglia affidataria?

A quel tempo avevo vent'anni: era un periodo di grandi passaggi personali, il primo lavoro, la prima fidanzata. L'arrivo di Luca fu uno di questi, con la consapevolezza immediata che “niente sarebbe stato più come prima”, gli spazi, gli orari, anche le responsabilità.

Come è stata la tua esperienza?

All'inizio emozionante, col passare dei mesi e le prime discussioni, anche faticosa. Fin da subito fu chiaro che mi ci sarei dovuto dedicare molto. Lui aveva dieci anni e in me, come in mio fratello Giorgio, che ne avevamo il doppio, ripose molta fiducia, le sue aspettative, anche, credo, la comprensione. Assunsi il ruolo dell'educatore severo, forse troppo.

Diventare affidatari: le dinamiche famigliari

Come è nata la scelta della tua famiglia di accogliere un bambino in affido?

Quasi per caso: i nostri genitori, partecipando a un incontro diocesano, vennero a sapere da Don Anfossi, futuro Vescovo di Aosta, di numerosi bambini e ragazzini che, a Torino, di fianco a noi quindi, avevano bisogno di una nuova famiglia, perché quella di prima, per vari motivi, non c'era più.

C'è stato un percorso di preparazione in cui siete stati coinvolti?

Sì, certo, personale e di gruppo. Siamo stati seguiti da psicologi, assistenti sociali, medici e io e Giorgio parlammo anche con i Carabinieri. L'inserimento, inoltre, fu graduale: prima qualche giorno nell'estate dell'85, poi una settimana, due e con l'inizio della scuola divenne definitivo.

Raccontaci della nascita dei legami, delle trasformazioni

Un po' più rapidi noi giovani, qualche tempo per mia mamma e mio papà. Per loro, ad esempio, era inconcepibile che Luca non avesse voglia di studiare. Lo portammo fin da subito in parrocchia, nel gruppo teatrale, in montagna. Qualche cosa funzionava meglio, qualcosa meno.

Ci sono state difficoltà durante il periodo di affido?

All'inizio molte: ci fu anche un momento in cui i miei manifestarono la volontà di mollare. La casa era piccola, si trattava di allargarci acquistando l'appartamento a fianco. Una brava psicologa ci aiutò a superare quel periodo.

Quali erano (se c'erano) i rapporti con la famiglia di origine?

Nessun rapporto, era un affido a tempo pieno. 

Quanto è rimasto Luca con voi?

L'affido per sua natura giuridica è temporaneo, può al massimo durare due anni. Quindi fu rinnovato di periodo in periodo, inizialmente su tempi corti (se non ricordo male, semestri), poi, funzionando bene, per bienni. Sempre per legge, con la maggiore età qualsiasi affido finisce, così come termina la tutela genitoriale naturale o adottiva. Luca rimase da noi altri due anni di comune accordo: a noi sembrava ancora immaturo per lasciare il nido, lui non ne aveva nessuna intenzione. In effetti, coi miei si stava benissimo. Io, con 10 anni più di lui, me ne andai addirittura dopo.

Di automatico non c'è (giustamente) nulla: il monitoraggio è stato costante, soprattutto all'inizio e in corrispondenza dei rinnovi, esercitato da più persone ed Enti, Asl, comune di Torino, Tribunale, Giudice tutelare, che non lesinavano i complimenti, ma intanto buttavano l'occhio, sempre abbastanza severo.  A quel tempo, quei continui controlli m’infastidivano, ma, oggi, alla luce del tempo passato e dei fatti attuali lo capisco di più.

Tra fratelli

Ci racconti un ricordo bello e prezioso e uno più negativo di quel periodo?

Belli, tantissimi: le partite a pallone, le gite in montagna e un piccolo segreto: abbiamo smontato e rimontato il motore del mio scooter che, ovviamente, da quel giorno divenne suo. Mai più visto.

Quale è il vostro legame oggi?

Purtroppo, non ci sentiamo più. Lo so che è strano, ci lasciammo bene, ma un po' alla volta i rapporti si sono rarefatti e da anni non lo vediamo. Lo abbiamo cercato in varie occasioni, i matrimoni, la nascita dei bambini, la morte di mio papà, ma non siamo riusciti a ricontattarlo. Intorno a lui, e credo anche intorno ai suoi fratelli (erano 6 in tutto) da parte della famiglia di origine, c'è un po' di cortina fumogena.

Parole sull’affido familiare

Quale messaggio vuoi trasmettere con la tua testimonianza?

La ritengo una delle esperienze più importanti della mia vita. A tratti difficile, complessa anche per i miei genitori, che più di una volta vidi scoraggiati, ma positiva. Ci unì, ci rese più forti. Tutti, grandi e piccoli ne siamo usciti migliori di prima, consapevoli di avere fatto una bella cosa. Poi, come in tutte le relazioni umane, mi domando se avrei potuto fare meglio: ero grande ma ero giovane, un po' centrato su me stesso. Oggi alcune cose le gestirei diversamente, dedicherei più tempo a lui e anche alla mia mamma, che è la vera eroina di tutta questa vicenda, per l'abnegazione, l'impegno, la fatica e l'amore che ci ha messo.

Data di pubblicazione: 
Martedì, Agosto 20, 2019

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Stefania Lorenzini, Ricercatrice e docente di Pedagogia Interculturale presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” dell’Università degli Studi di Bologna.