Autore: 
Marco Liotta, psicologo

Quando parliamo di dipendenza pensiamo a un rapporto di subordinazione o, persino, di costrizione. Dobbiamo però considerare come, in una certa misura, siamo tutti dipendenti: l’uomo, in quanto “animale sociale”, non basta a sé stesso: per il proprio benessere e il proprio equilibrio psicologico necessita di altro, ma soprattutto di altri.

C’è quindi una naturale dipendenza non solo da ciò che è necessario alla nostra mera sopravvivenza, ma anche dalle relazioni e dagli affetti. Finché questa “dipendenza” porta ad un arricchimento della propria persona e non ad un impoverimento della stessa parliamo di “dipendenza sana”. Nell’ambito relazionale essa non implica necessariamente un rapporto di subordinazione, ma piuttosto di reciprocità.

Al contrario è patologica quella dipendenza che compromette la qualità della nostra vita e diminuisce il controllo che abbiamo su di essa. Questo tipo di dipendenza comporta quasi sempre un rapporto di sottomissione e non a caso il termine inglese “addiction” viene dal latino “addictus”, colui che diveniva schiavo per debiti.

Ma quali sono le caratteristiche che ci permettono di identificare una dipendenza patologica?

Una delle caratteristiche più importanti è la “compulsività” (dal latino “compellere”: “essere costretto”), ovvero l’incapacità di resistere all’impulso di mettere in atto un certo comportamento.

La compulsività è strettamente connessa al cosiddetto “craving” (dall’inglese “to crave”: “bramare”, “desiderare ardentemente”), termine con cui si designa un desiderio irresistibile e intrusivo che deve essere soddisfatto. In effetti solo inizialmente il craving è “positivo”, legato cioè all’aspettativa di una gratificazione, poiché in seguito diventa in genere negativo, legato all’evitamento dell’astinenza.

In ogni caso esso implica una perdita di controllo poiché, sebbene il comportamento messo in atto sia apparentemente volontario, esso assume il carattere di una vera e propria costrizione. Il soggetto è in genere consapevole di questa perdita di controllo su di sé, ma il piacere/sollievo fornito dalla messa in atto del comportamento diviene una necessità imprescindibile che porta a farlo persistere nonostante la sua associazione con le conseguenze negative.

L’addiction è inoltre legata ai concetti di tolleranza e astinenza, termini tradizionalmente legati alla dipendenza da sostanza. La tolleranza consiste nella necessità di dosi progressivamente più elevate per raggiungere l’effetto desiderato. Si tratta di una difesa dell’organismo che rende il soggetto resistente e refrattario alla tossicità della sostanza, cosicché l’uso continuativo di essa produce un effetto notevolmente diminuito. L’astinenza riguarda lo stato di sofferenza dovuto al venir meno dell'effetto della sostanza cui l'organismo si era abituato: la sostanza viene quindi assunta per attenuare o evitare i sintomi di astinenza.

Nel caso delle “nuove dipendenze” si è parlato dello sviluppo di “addiction” senza “dependence”, senza cioè quella dipendenza fisica e chimica per cui l’organismo necessita di una determinata sostanza per funzionare. In effetti, come vedremo, gli ultimi studi hanno mostrato effetti di tolleranza e astinenza paragonabili a quelli causati dalle sostanze. 

Ma perché si sviluppa una dipendenza?

Rispondere a questa domanda non è semplice, in quanto i fattori coinvolti sono vari e connessi alla storia personale del soggetto. In generale si può dire che la dipendenza è legata a un dolore psichico ed è spesso un tentativo di colmare un vuoto o di evitare un crollo.

Spesso si sente una mancanza che viene ricercata nell’oggetto della dipendenza, sia essa una sostanza, un oggetto, una persona o una situazione. In altri casi vi è la disperata ricerca di una soluzione ad un proprio disagio o almeno di evadere, anche per poco, dalle problematiche della realtà che ci circonda. Ancora, può esserci la ricerca di esperienze nuove, di sensazioni forti, di trasgressione: certi comportamenti possono iniziare allora per noia, insoddisfazione o disagio esistenziale.

In certe fasi della vita si è più esposti al rischio di sviluppare una dipendenza. L’adolescenza rappresenta un periodo particolarmente critico in questo senso: il soggetto, alla ricerca della propria identità, oscilla tra spinte esplorative, desideri di autonomia e presa di distanza dalle figure genitoriali da una parte e persistenza di bisogni di dipendenza e paura di affrontare il mondo dall’altra.

In questa fase non è sempre semplice comprendere se certi comportamenti facciano parte della normale sperimentazione adolescenziale o rischino di integrarsi alla personalità in formazione del ragazzo. 

Per capire come si possa intervenire per prevenire l’insorgenza di una dipendenza è importante saperle riconoscere precocemente, cosa spesso non semplice perché il soggetto tende a nasconderle. Brevemente accennerò quindi alle dipendenze più diffuse, specie tra i giovani, che si possono differenziare nelle due grandi categorie delle “dipendenze da sostanze” e delle “nuove dipendenze”.

La dipendenza da sostanza riguarda il complesso delle modificazioni biologiche (fisiologiche e comportamentali), che si instaurano nel consumatore in seguito alla somministrazione protratta nel tempo di una sostanza d’abuso (alcool, droghe, farmaci etc.). Le nuove dipendenze (dette anche “dipendenze comportamentali”), al contrario, non implicano l’assunzione di una sostanza ma la ripetizione di una attività socialmente accettata (navigare su internet, fare acquisti, giocare etc.).

È importante chiarire che il fatto che negli ultimi anni vi sia stata un progressivo aumento di casi di “nuove dipendenze” non ha implicato affatto una diminuzione di quelle “tradizionali” (in primis alcool e droghe), che si sono anzi estese a fasce sempre più giovani di popolazione. Il rischio di sviluppare una dipendenza da sostanze è infatti spesso legato alla ricerca di una sempre più precoce adultità e, più in generale, allo svolgimento dei principali compiti di sviluppo dell’adolescente: la sperimentazione, la fuga nelle sensazioni, l’aggregazione al gruppo dei pari (spesso anche sotto forma di rituali di iniziazione, di passaggio e di legame), l’opposizione ai dettami del mondo adulto.   

Le “vecchie” dipendenze hanno però assunto nuove forme che è essenziale conoscere per poterle prevenire o, quantomeno, riconoscere.

Vecchie dipendenze

Riguardo all’abuso e alla dipendenza da alcool credo sia utile ricordare che insieme rappresentano la prima causa di morte tra i giovani fino ai 29 anni (dati OMS) per conseguenze dirette (cirrosi epatica, patologie vascolari, cancro) o indirette (incidenti stradali, cadute, omicidi). Eppure, nonostante il tema sia ampiamente dibattuto, tuttora vi è una sottovalutazione del problema sia da parte della società che delle famiglie. Non si tratta solo del fatto che l’alcool sia facilmente accessibile a tutti, ma della ridotta percezione della sua pericolosità, considerata minore rispetto ad altre sostanze.

Il fenomeno è estremamente ampio e sottostimato, come chiaramente mostrato dai dati dell’OMS. [1] L’elemento di novità rispetto al passato riguarda il fatto che l’abuso di alcool, specie nelle fasce più giovani di popolazione, non viene considerato affatto come un comportamento da persone emarginate ma come una parte normale della socialità e anzi spesso un indice di moda e successo.

In molti giovani sembra essersi instaurato un legame indissolubile tra il bere, lo stare insieme e il divertirsi. Inoltre nell’ultimo decennio si è registrato un drastico aumento del consumo di superalcolici, cocktail e aperitivi alcolici e si è sempre diffusa in modo massivo la pratica del “binge drinking”. [2] 

Anche l’utilizzo di sostanze stupefacenti negli ultimi anni è sempre più frequente tra i giovanissimi. [3] Se il consumo delle cosiddette droghe “leggere” (cannabis e derivati) è sempre al primo posto, si riscontra la diminuzione delle cosiddette droghe depressive (eroina e oppiacei) e il drastico aumento delle droghe euforizzanti e sintetiche: sono di moda sostanze che provochino sensazioni di sicurezza, euforia ed ebbrezza, sostanze che facciano “divertire di più”.

Queste sostanze sono accessibili facilmente non solo in quanto procurarsele è semplice ma anche perché il loro costo è andato progressivamente diminuendo. Vi sono poi le cosiddette “smart drugs”, sostanze pericolosissime ma tecnicamente legali, in quanto camuffate da sali da bagno, deodoranti per ambienti, concimi o anche semplicemente principi chimici.

Queste droghe “lecite” sono in realtà ancora più pericolose di quelle tradizionali sia perché hanno dei principi attivi potentissimi, sia perché, non essendo categorizzate, non si evidenziano con i comuni esami medici e in caso di intossicazione acuta spesso non si sa come agire. La diffusione di queste sostanze è aumentata negli ultimi anni anche grazie alla rete, sia perché è facile acquistarle su internet, sia perché vi è un grande proliferare di siti e forum di discussione dove è possibile scambiare consigli ed esperienze sulle droghe.

Nuove dipendenze

Questo accenno alla rete aiuta a introdurre il tema delle “nuove dipendenze” che sono strettamente legate all’innovazione tecnologica e, in particolare, dagli straordinari sviluppi e diffusione che il web ha avuto negli ultimi decenni. Ciò ha comportato a cambiamenti radicali nel modo di informarsi, comunicare, esprimersi e, spesso, persino conoscersi che se da una parte consentono inedite opportunità dall’altra espongono ad altrettanto inediti rischi.

È bene precisare che parliamo qui di uso distorto di internet che è in sé solo un mezzo: esso può agevolare le varie aree della vita di ciascuno di noi (dal lavoro allo svago, dalla comunicazione alla socializzazione) o può divenire strumento di condotte patologiche o addirittura un vero e proprio mondo alternativo a quello reale in cui rifugiarsi per non affrontare le problematiche del mondo esterno.

La dipendenza da internet (IAD) può assumere diverse forme: tra le principali ricordiamo la dipendenza da sesso virtuale (cyber sex addiction), la dipendenza da relazioni virtuali (cyber relational addiction), lo shopping compulsivo on line, il gioco d’azzardo on line, il net gaming (dipendenza da videogiochi on line). In tutti i casi ritroviamo comunque una serie di sintomi caratteristici:

  1. Il bisogno di trascorrere sulla rete (o comunque in attività ad essa correlate) un tempo progressivamente maggiore e per periodi molto più prolungati rispetto all’intenzione iniziale;
  2. La marcata riduzione d’interesse per altre attività;
  3. L’impossibilità di interrompere o tenere sotto controllo l’uso di internet con lo sviluppo di veri e propri sintomi di astinenza (sviluppo, dopo la sospensione o diminuzione dell’uso della rete, di agitazione psicomotoria, ansia, depressione, pensieri ossessivi su cosa accade on-line etc.);
  4. Persistenza in un utilizzo patologico del web nonostante la consapevolezza di problemi fisici, sociali, lavorativi o psicologici correlati ad esso.

Diversi studi hanno evidenziato come l’IAD, nelle sue varie forme, non solo provochi sintomi del tutto paragonabili a quelli indotti dalle sostanze stupefacenti (sviluppo di tolleranza ed astinenza, cambiamenti comportamentali, modificazioni dell’umore) ma conduca persino alle medesime alterazioni cerebrali che pertanto non sarebbero indotte unicamente dalla sostanza, ma proprio dalla dipendenza, in quanto comportamento in grado di alterare la struttura del cervello.

In conclusione, credo sia utile riflettere su quelli che possono essere i fattori di rischio o di protezione rispetto alla dipendenza. Molto dipende ovviamente dalle caratteristiche personali del soggetto e al modo in cui esse si correlano alla relazione con il mondo reale: ecco che soggetti con una maggiore propensione al rischio, specie in certe fasi della vita, sono più esposti a comportamenti illeciti o comunque trasgressivi, mentre individui ansiosi e insicuri, o con difficoltà nella gestione delle relazioni, potrebbero cercare rifugio nel mondo virtuale.

Il contesto ha ovviamente un ruolo di primo piano nel favorire o prevenire le dipendenze. Molti studi mostrano come l’atteggiamento della famiglia, e in particolare dei genitori, sia essenziale: non solo genitori a loro volta dipendenti favoriscono una possibile dipendenza nei propri figli, ma anche un atteggiamento eccessivamente indulgente o evitante rispetto al problema, ma a volte anche, al contrario, un atteggiamento estremamente autoritario.

Uno stile genitoriale autorevole, in cui vi sia un buon equilibrio tra sostegno e supervisione, rappresenta invece un fattore protettivo rispetto allo sviluppo di una dipendenza. È essenziale che vi sia dialogo, che non si realizzi una frattura tra genitori e figli e che ciascuno sia consapevole e rispetti i propri ruoli. 

Il contesto amicale è allo stesso modo essenziale, poiché al suo interno possono essere promosse attività che favoriscono la dipendenza o che la contrastano. A ciò si lega il modo in cui viene trascorso il tempo libero: attività con una progettualità, o almeno uno scopo (lettura, sport, studio etc.), rappresentano un fattore di protezione, laddove attività dispersive (es. andare in giro senza uno scopo) possono essere più a rischio.

Ecco che molto dipende dalle opportunità di svago offerte dal contesto. Anche la scuola e, dopo, il lavoro possono essere determinanti: i soggetti più a rischio sono quelli meno impegnati e i ragazzi che hanno scarse aspettative scolastiche.

Infine la conoscenza: essere informati sui rischi può essere di aiuto a prevenire il fenomeno delle dipendenze. Questo non tanto, o non solo, per i soggetti più a rischio, che spesso sono poco propensi ad osservare le conseguenze a lungo termine di certi comportamenti, ma soprattutto per il contesto che lo circonda.

Bisogna ricordare che tanto più precoce è un comportamento a rischio tanto più è facile che sfoci in una dipendenza. Per prevenire il fenomeno tra i giovani è dunque essenziale che le figure di riferimento, in primis i genitori, non siano i primi a ignorare o evitare il problema.

 

 

[1] Riporto qui alcuni dei dati più significativi sulla situazione italiana. L’Italia è il paese europeo con l’età media di assunzione di alcool più bassa (12,2 anni). Circa il 25% dei giovani abusa di alcool e tra i minori sono quasi un milione i soggetti che hanno comportamenti a rischio di abuso, di cui quasi la metà sotto i 15 anni.

[2] Questo termine fa riferimento a un consumo compulsivo e ripetuto di bevande alcoliche in cui non si cerca solo l’ebbrezza, ma l’ubriacatura completa: vengono consumati molti alcolici in un’unica occasione, in genere in modo consecutivo e bevendo tutto d’un fiato, fino allo stordimento.

[3] Anche in questo caso riporto qualche dato sulla situazione italiana. Circa l'80% dei giovani ha fatto uso di un qualche tipo di sostanza, il 40% ne fa un utilizzo saltuario e poco meno del 10% un uso regolare.

 

Data di pubblicazione: 
Martedì, Marzo 14, 2017

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