Autore: 
Anna Guerrieri

Questo articolo è tratto dall'intervento di Anna Guerrieri al convegno Aippi, webinar, "Topografia dell'adozione. Un percorso condiviso verso le origini".

Dammi una dimora per non smarrirmi!

In qualche luogo della vita deve pur esserci qualcosa

che non sia lotta ad aspettarmi.

F. Pessoa

 

Famiglie per adozione

L’incontro con i figli, nell'adozione, obbliga ad abbandonarsi ad un viaggio di cui non si conoscono strade e percorsi. Si comincia non sapendo e nemmeno immaginando cosa comporterà, si scopre, giorno dopo giorno la potenza spiazzante del contatto con un figlio o una figlia che portano con sé storie, codici, linguaggi, ricordi, immagini. Inizia, con loro, una navigazione notturna senza mappe né bussole, guidati dalle stelle incerte di una intimità tutta da costruire. Se ne esce trasformati, mutati dalla reciproca contaminazione, famiglia viva di molteplicità e di echi, viva della storia costruita assieme, memore delle memorie di ognuno.

La composizione della famiglia adottiva presuppone apertura, desiderio di conoscenza del mondo, attraverso l’incontro di diverse appartenenze. Essere, tuttavia, poi, famiglia senza aggettivazioni è qualcosa di non scontato nell’adozione perché le specificità ci sono, perché essere riconosciuti dalla rete sociale non è semplice quando si è portatori di qualcosa che gli altri non conoscono. È molto difficile essere speciali, quando non si vuole esserlo1.

 

Famiglie come?

  • Famiglie per decisione giuridica, dopo valutazione da parte dei Servizi e del Tribunale, dopo lunghe attese e percorsi impegnativi emotivamente e fisicamente.

  • Famiglie pubbliche, immerse nelle necessità sociali (come quelle della scuola) quando la costruzione delle appartenenze reciproche è appena iniziata.

  • Famiglie nate in assenza di una dimensione fisica e sessuale nell'attesa, nell'abbinamento, nell'incontro col figlio.

  • Nate da un incontro di biografie impegnate nel lavoro di accoglienza delle storie reciproche, attraversate dal pensiero sulle origini, impegnate nel riconoscersi e disconoscersi nelle fasi di crescita.

  • Costituite attraverso la costruzione di legami e nel credere per davvero nei legami costruiti.

 

Il bisogno di sostegno

In genere le famiglie chiedono un sostegno in varie fasi specifiche ed in particolare nei primi periodi durante la fase della costruzione dei legami affettivi e della storia famigliare e quando (se) si sviluppano delle situazioni critiche durante l’adolescenza dei figli.

La scommessa è quella di realizzare reti di aiuto efficaci, stabili, che rendano le famiglie consapevoli delle proprie risorse, autonome dal bisogno troppo costante di un aiuto esterno. La finalità, soprattutto a prevenzione di crisi troppo violente durante l’adolescenza, è quella di puntare alla forza della famiglia stessa ché non si senta sempre fragile e sofferente per essere spazio possibile per i figli per divenire e per i genitori per affrontare le trasformazioni degli anni.

 

La conferenza EUROADOPT nel 2018 focalizzò con enfasi sulle necessità post-adottive e sulle strategie attuate nei vari paesi. Uno studio su 11 paesi esplicitò il ruolo delle famiglie adottive nel creare gruppi di mutuo aiuto, ingredienti cruciali del supporto post adottivo in Europa.

L’associazionismo familiare2 tout court si sviluppa a partire dalla condivisione dei bisogni tra famiglie, mettendo al centro le risorse a volte inespresse delle famiglie stesse, come la capacità di promuovere e fortificare la rete relazionale attorno ai singoli componenti e contrastare l’isolamento e la fragilità dei legami sociali in un’ottica sussidiaria.

("Il corpo estraneo" di Monya Ferritti)

... le famiglie adottive hanno da tre a quattro volte più probabilità di chiedere consulenza per i loro figli, e da cinque a sette volte più probabilità di cercare un trattamento residenziale, rispetto alle famiglie biologiche (Price & Coen, 2012; Vandivere, et al., 2009; Howard, et al., 2004; Landers, Forsythe, & Nickman, 1996). Mentre alcune di queste differenze possono essere dovute a una maggiore disponibilità a cercare aiuto, sono anche indicative di un livello più alto di difficoltà. Ci sono molti ostacoli, tuttavia, che queste famiglie incontrano nel ricevere il tipo di aiuto di cui hanno bisogno. Uno dei principali è che pochi professionisti sono "competenti per l'adozione", cioè formati in entrambi i problemi legati all'adozione, come attaccamento e identità, e nei tipi di condizioni affrontate da molti di questi bambini che hanno subito traumi complessi.

(Brodzinsky, 2013)

 

Per amore e per legge

L’adozione nasce per “amore” e per “legge” come il matrimonio, tuttavia amori e matrimoni possono finire, i figli no, nemmeno quelli arrivati tramite l’amore e il contratto adottivo. Come mai? Come si diventa figli e genitori, per sempre? Che cosa si mette in moto?

… gli innamoramenti passano e anche gli amori finiscono, possono terminare anche quelli più intensi, il legame con i figli è oltre l’essersene innamorati in un incontro o l’averli amati bambini. Si può essere genitori di figli che non sono affatto amabili, di cui non si riconoscono azioni e anche valori, in cui non ci si riconosce. È l’intensità del legame che conta, quella che molti riservano troppo esclusivamente al legame di sangue. In adozione, questa stessa intensità e intimità è possibile oppure i legami sono realmente più fragili e più attaccabili? In fondo sono legami messi in discussione da tutti e sempre: dai media, dalle scuole, dai parenti (quanto più spesso di quel che si crede), talvolta dai genitori stessi, dai figli. Si può adottare una volta per tutte, qualsiasi cosa accada, senza che neanche la morte possa separare? La forza dei legami ha a che fare con il sentirsi genitori, veri, per davvero e quindi ha anche a che fare con il pensiero sui genitori di origine dei propri figli.

Da fuori può apparire un mistero (quando non viene banalizzato in uno spettro che va dal “quanto siete stati bravi” al “poverini, hanno dovuto farlo perché non avevano figli loro”) e forse anche un poco impossibile, per comprenderlo bisogna accettare il potere dei pensieri, delle emozioni, dei sentimenti. E’ il sentire che trasforma e rende figli e genitori, è il sentire che si costruisce attraverso il volere, lo scoprire, lo stare accanto e l’accudire o l’essere accuditi. E’ possibile crederci? E’ facile confondere tutto questo ricorrendo alla parola amore, ma questa è una parola che nasconde e si nasconde. Parlare di amore confonde perché non è facile accettarne le declinazioni, le trasformazioni, le molteplicità. Ecco l’adozione con la sua straordinarietà, con la sua irriducibilità a farsi includere nella normalità consentita costringe a ripensare interamente il concetto di legame, di appartenenza, di “bene”. Costringe a ripensare i rapporti usuali. Per questo è una risorsa. Lo è nella scuola, nella vita quotidiana, nei rapporti tra amici e anche negli incontri tra persone, perché ricorda che non è possibile dare per scontato nulla quando si tratta di sentimento umano. E’ scontato che un genitore senta un figlio realmente figlio, che lo comprenda, che sappia ascoltarlo? E’ possibile creare legami così potenti, così interni, per mandato di un giudice? Legami che restino?

Stare in contatto con il mondo dei figli significa comprendere cosa dicono riuscendo ad essere disponibili ad aprirsi a zone della loro vita che non appartengono al presente, parti che riguardano loro, il loro passato e i loro genitori di origine dove le parole non abitano perchè i genitori non possono narrarla, non erano presenti, protagonisti, e non possono farsi aiutare da ricordi. Non hanno deciso di concepire i figli, non li hanno sentiti dentro, non li hanno visti nascere, non c’erano nei loro primi fondamentali momenti, non hanno potuto proteggerli. Non possono inventare a chi assomigliassero, né ricordare cosa ne dicessero zii e nonni. È un territorio in cui si può solo entrare, con tanta attenzione, attraverso il loro presente. Si può intuirlo, percepirlo, essere attenti a quanto loro fanno arrivare. Entrando con delicatezza nella loro terra di origine si entra in contatto, anche senza esserne consapevoli, con i loro genitori, con il segno che loro hanno lasciato.

Quando si parla di origini il pensiero è sulle origini dei figli naturalmente, sono i figli che portano questo “altro” in famiglia, questa parte di storia che è solo loro e vividamente loro. Ma questo “altro”, questo “prima” entra e trasforma la famiglia intera, non lascia nulla come era prima della sua comparsa. Appartiene ai figli ma diventa parte della storia di quella famiglia. Le metafore che a volte si leggono su questo tema spesso riguardano una oscurità, un vortice, una mancanza dove non si può portare lo sguardo. Eppure è una presenza, è una realtà ed è un ricordo, è percezione ed è anche sogno, come tutto ciò che riguarda le origini di ogni persona.

A nove mesi

A nove mesi la frattura
la sostituzione il cambio di madre.
Oggi ogni volto ogni affetto
le sembrano copie. Cerca l’originale
in ogni cassetto affannosamente.3

Questa notte ho sognato una donna con un sari verde. Eravamo collegate via Skype ed io le parlavo di Swati e dei problemi che aveva avuto. Non vedevo il suo volto ma vedevo le sue mani, in grembo. Lei mi ascoltava e la traduttrice le parlava. So che mi ascoltava. Per Swati4.

Ed è forse nel movimento l’uno verso l’altro, in questa tensione a incontrarsi dove non ci si conosceva perché ora si è genitori e figli, è forse proprio in questo muoversi in terre sconosciute, che davvero ci si tocca e si diventa parte di una stessa storia.

 

Lavorare oltre la cultura del fallimento

Lavorare a favore di famiglie che debbono includere le cose più straordinarie e spesso sconvolgenti nella quotidianità, significa lavorare proprio su questi elementi, agevolando la costruzione della possibilità di questi legami e la loro protezione dalle avversità quotidiane. Le famiglie adottive sono in media medio-borghesi, non c’è svantaggio economico, né disagio se non quello ben nascosto (ed a volte anche molto dolente) della maggior parte delle persone. Rendendosi disponibili ad adottare si allenano a presentarsi presentabili, in grado di gestire il dolore, l’assenza, le relazioni famigliari prima ancora di avere dei figli, forti e pressoché infrangibili perché così sono volute. Così sono volute sino a che inciampano. La presenza di un pubblico giudicante è una costante in questo caso. Allora, in caso di “crisi” si cerca il colpevole. E c’è sempre un colpevole, perché la crisi ha il sapore di un legame non riuscito, di un fallimento: bambini troppo danneggiati, ragazzi troppo arrabbiati, coppie troppo incapaci, servizi incompetenti, operatori impreparati. Questo è il leit motiv delle crisi.

Lavorare oltre una cultura di fallimento è uno sforzo quasi ingenuo, ma doveroso. Lavorare su ciò che ogni essere umano può dare per dare il meglio di sé, sempre, anche quando inciampa e sbaglia. Anzi è proprio l’inciampo e la caduta che permettono il movimento nuovo, è proprio all’errore che prorompe l’umanità dei sentimenti che si è troppo abituati a negare. L’adozione costringe a farci i conti, perché se troppo si negano i propri (genitori, insegnanti, operatori), si negano anche quelli dei ragazzi, perché se non si spera si toglie anche a loro la speranza, perché se non si crede che diventare genitori e figli possa essere frutto di un incontro tra “corpi estranei” (autenticamente, non simbolicamente estranei) allora si può anche smettere di credere nella vita stessa e diventa inevitabile lasciare i bambini dove stanno, nel rischio che vivono ogni giorno.

A Kinshasa i bambini che escono dagli istituti (strutture spesso aperte e non cintate) vagano in cerca di cibo (cibo che a volte ricevono un giorno si e un giorno no). Lo trovano a volte negli accampamenti dei militari. Quei bambini dopo, se lo si sa, non sono più considerati adottabili5.

Ecco dove stanno alcuni bambini.

Una modalità di lavoro

Le associazioni familiari attive in Italia fanno sovente ricorso al gruppo di mutuo aiuto come strumento per offrire sostegno prima e dopo l’adozione. Ecco una breve analisi del mutuo aiuto organizzato da Genitori si diventa onlus6. In Genitori si diventa si è iniziato a progettare gruppi di mutuo aiuto dal 2006 ideandoli come veri e propri spazi di sperimentazione ove definire come dei genitori potessero aiutare altre famiglie a partire dall’esperienza della propria vita e dal confronto con operatori esperti sul tema. Dai primi gruppi di mutuo aiuto aperti a tutti, spesso “misti” tra coppie che avevano già adottato e coppie che stavano per adottare, si è passati ad un sistema più complesso che va dai gruppi dedicati esclusivamente alle coppie agli inizi del percorso adottivo nello stile dell’auto mutuo aiuto (ossia in presenza solo di volontari) a veri e propri gruppi di mutuo aiuto dedicati all’attesa e al post adozione, gruppi condotti da operatori7 affiancati da genitori volontari dell’associazione. L’operatore ha il compito di moderare il gruppo e di accogliere le testimonianze dei genitori, dando una possibilità di lettura e riconoscimento, sia a chi le porta che a chi le ascolta. I volontari rappresentano l’accoglienza associativa, si occupano degli aspetti organizzativi e di raccordo tra operatori e associazione, mettono a disposizione la propria esperienza e la propria storia. Nei gruppi dedicati all’attesa rappresentano la realizzazione della genitorialità, nei gruppi dedicati al post adozione vivono spesso fasi familiari successive a quelle dei componenti del gruppo. Inevitabilmente, punto critico della buona realizzazione di gruppi di mutuo aiuto in una struttura associativa è quello della collaborazione fra l’operatore ed i volontari responsabili del coordinamento8. Nel tempo l’associazione si è dotata di modelli9 descrittivi per permettere di attivare gruppi in vari territori con modalità abbastanza omogenee e ha strutturato un modello di Reporting in modo tale da garantire al singolo gruppo una memoria del lavoro fatto oltre che possibilità all’associazione di tenere conto di quanto nei differenti gruppi accade10.

Negli incontri si parte dal conoscersi e dal racconto delle proprie esperienze ma si può scegliere anche di dedicare incontri a temi specifici. Non sono gruppi terapeutici ma luoghi ma dove si mette a disposizione la propria esperienza ricavando dal mutuo confronto e dall’apporto di chi conduce, materia di riflessione, chiavi di lettura, significati; sono spazi dove si deve sentire la libertà di esporre situazioni personali senza sentirsi imposti modelli precostituiti di genitorialità. Nel 2018, in Genitori si diventa, sono stati formati 30 gruppi post adozione (spesso suddivisi a seconda della fascia di età dei figli e dei tempi di arrivo in famiglia) in 17 città Italiane ognuno dei quali costituito da 10-14 coppie. Ogni gruppo si incontra da un minimo di 7 ad un massimo di 10 volte l’anno a cadenza mensile e può incontrarsi anche per più anni. I gruppi di mutuo aiuto dedicati al tempo dell’attesa sono diventati necessari quando i tempi per la realizzazione del progetto adottivo hanno iniziato a divenire importanti. Le coppie si sono trovate, più di una volta ad aspettare vari anni, a dover cambiare direzione, a dover cambiare Ente Autorizzato, a dover aspettare tempi poco quantificabili a causa di cambiamenti che rendevano improvvisamente lenti gli abbinamenti e la conclusione dell’iter. Allo stesso tempo poteva accadere che, oltre ad attese dilatate, ci si trovasse coinvolti in varie proposte di abbinamento che, per motivi diversi, non andavano a buon fine. Nel 2018 Genitori si diventa ha attivato 8 gruppi Attesa in altrettante città Italiane. Questi, che vedono la presenza accanto ai volontari di operatori esperti affiancano 10 gruppi di auto mutuo aiuto (in presenza solo di volontari).

Non è il mero processo di espressione verbale dei conflitti mentali o emotivi che è importante, non è solo la scoperta che i problemi degli altri sono simili ai propri, e la conseguente smentita della propria misera unicità: ciò che ha suprema importanza è il condividere affettivamente il proprio mondo interiore con gli altri e dopo l’accettazione da parte degli altri. Essere accettati dagli altri contrasta la convinzione di essere fondamentalmente ripugnanti, inaccettabili o sgradevoli ed è una potente forza risanatrice. Il bisogno di appartenenza è innato in tutti noi11.

Nel gruppo di mutuo aiuto si sperimenta la possibilità di essere accolti, di riconoscersi dopo essersi appena conosciuti, di ascoltare e narrare. Esattamente ciò che l’adozione chiede.

 

Conclusioni

I gruppi di mutuo aiuto all’interno di un’associazione familiare sono strumenti ottimali di aiuto e una analisi su efficacia e criticità è davvero rilevante. Uno degli aspetti più rilevanti e protettivi è forse il più semplice, mette le persone in relazione tra loro. Oltre ciò che si impara, oltre ciò di cui si parla, ben oltre questo ci sono le relazioni umani (anche fuori dal gruppo) che si creano.

L’autostima e la stima da parte degli altri sono altamente interdipendenti (Miller, 1983). L’autostima si riferisce alla concezione dell’individuo di ciò che egli realmente è, di ciò che realmente vale, ed è legata indissolubilmente alle sue esperienze nelle relazioni sociali. Ricordiamo l’affermazione di Sullivan (1955): Si può dire che il Sé sia fatto di valutazioni riflesse. In altre parole le percezioni degli atteggiamenti degli altri verso di sé, che nascono durante le prime fasi dello sviluppo, determinano il modo in cui ci si considera e ci si valuta. L’individuo interiorizza molte di queste percezioni e, se queste si mostrano congruenti e coerenti, fa affidamento su queste valutazioni interiorizzate per stabilire una qualche misurazione stabile del proprio valore.12

Ritrovarsi nelle parole degli altri, riconoscersi nelle loro reazioni permette di sentirsi avvalorati e fa crescere una sensazione di sicurezza e autostima, fondamentale alla fiducia in se stessi come genitori possibili. Stando insieme si accresce la titolarità. Tuttavia c’è da chiedersi fin quando il gruppo sia funzionale al processo o se non possa talvolta rivelarsi disfunzionale. Per esempio è necessaria una riflessione sulla durata dei gruppi, parlarne significa infatti porsi il problema di comprendere quali siano le finalità reali dei gruppi stessi.

Questo interroga in quanto la finalità di ogni gruppo idealmente potrebbe essere quella della sua efficacia rispetto ad un obiettivo chiarito inizialmente all’interno di un arco temporale circoscritto13. Un obiettivo importante del post adozione dovrebbe essere l’autonomia della famiglia affinché non resti incastrata in una dimensione adottiva perpetuamente bisognosa14. Per questo motivo, la finalità del gruppo dovrebbe rispondere a necessità concrete quali il permettere a chi partecipa una visione più lucida di quel che succede nelle relazioni con i figli e quindi la possibilità di spendere la propria adottività socialmente perché l’adozione non sia fattore di isolamento ma di arricchimento; quando in alcuni gruppi succede che vi siano dinamiche troppo centrate sull’appartenenza al gruppo stesso la discussione può divenire poco funzionale all’integrazione di cui i figli hanno bisogno nel dialogo coi propri genitori e con la società. In pratica, se protratto nel tempo e senza un obiettivo chiaro, il bisogno di accoglienza che il gruppo offre può diventare dominante rischiando che il contenitore-gruppo sancisca il problematizzarsi dei rapporti familiari non agevolando più il passaggio delle competenze acquisite nel gruppo alla famiglia ma diventando posto in cui sottrarre ai componenti della famiglia che non partecipano (i figli) elementi importanti di dialogo intra-famigliare. Tali dinamiche possono diventare particolarmente critiche quando si ha a che fare con genitori di figli adolescenti. E’ proprio allora che il gruppo deve essere permeabile al pensiero dei figli per evitare che quanto emerge nel racconto dei genitori resti rinchiuso nel gruppo (ormai rifugio), precluso al confronto con loro15.

Note bibliografiche

1 Le citazioni in corsivo sono estratte da L’adozione una risorsa inaspettata – Guerrieri, Marchianò (2018) o segnalate 

2 Per un approfondimento sull’universo dell’associazionismo familiare, sul ruolo sociale, sull’articolazione poliedrica, sulla struttura organizzativa e di gestione, le forme partecipative, le biografie e i fattori di successo e insuccesso, si rimanda al volume di Donati e Rossi (1998).

3 Citazione di Vivian Lamarque

4 Una testimonianza.

5 Testimonianza.

6 Genitori si diventa onlus, nata nel 1999 su iniziativa di alcune famiglie adottive, è un'associazione di volontariato (Legge n. 266/1991) ed è un’associazione di genitori, con la finalità di portare supporto agli altri genitori adottivi e fare cultura dell’adozione. Il primo autore ha fatto parte a lungo della governance dell’associazione monitorando la progettazione del mutuo aiuto e il secondo autore è stato collaboratore dell’associazione stessa per molti anni. Fa parte di un vasto coordinamento di associazioni familiari e adottive, Coordinamento CARE, che ha contribuito a fondare ben sapendo che la forza dell’insieme è molto più della forza delle singole parti.

7 Gli operatori sono psicologi/psicoterapeuti con esperienza clinica con le famiglie adottive.

8 I volontari raccontano spesso spaccati del proprio vissuto familiare per incoraggiare gli altri membri a fare altrettanto, il loro altruismo e generosità è strumento necessario perché il gruppo possa aprirsi. Proprio per questo il loro ruolo è complesso, ha al tempo stesso bisogno di tutela e di contenimento affinché non pervada il gruppo divenendo disfunzionale al bisogno dei partecipanti relativizzando la possibilità di una circolarità dell’informazione e della condivisione dei vissuti.

9 Tali modelli, frutto del lavoro associativo in condivisione con gli operatori, vengono rivalutati periodicamente (includono prassi e potenziali incompatibilità).

10 L’attività di reporting è in carico ai volontari, in confronto con gli operatori, e viene condivisa con i partecipanti dei gruppi.

11 Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo di I. Yalom e M. Leszcz.

12 Ibid.

13 Differenti reti di sostegno personale a livello associativo sono realizzabili attraverso gli eventi festivi oppure attraverso gli incontri culturali, che permettono di re-incontrarsi periodicamente

14 Tornare in un gruppo in diverse fasi della propria vita famigliare ha senso nella misura in cui si riveli importante affrontare (o riaffrontare) nodi specifici. Il fine infatti è quello di aiutare la famiglia nel sentire di avere la piena “titolarità”.

15 Il sostegno alle famiglie adottive nell’associazionismo familiare: esempi di pratiche, Guerrieri, Marchianò, MinoriGiustizia, n.4, 2018.

 

                                                                                                                                                                       

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Data di pubblicazione: 
Mercoledì, Novembre 18, 2020

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