Autore: 
Guido Berdini, psicologo - psicoterapeuta

I bambini che arrivano all’adozione hanno vissuto rapporti con figure di riferimento trascuranti e incapaci di sintonizzarsi con le loro esigenze, figure assenti (e l’oggetto assente viene sempre sperimentato come persecutorio), violente (che hanno suscitato reazioni di paura e rabbia impotente), arroganti e mortificanti nell’affermare la loro superiorità e predominio rispetto ai bambini. Sono genitori che non hanno “contenuto” gli stati d’animo dei figli e non li hanno aiutati a strutturare dei confini e dei “contenitori” intrapsichici delle emozioni; al contrario, hanno spesso utilizzato i bambini, ponendo dentro di loro propri aspetti svalutati e “cattivi” e ridefinendo in maniera confusiva le loro percezioni. Gli stati d’animo dei bambini non sono stati visti, accolti, rispecchiati, validati consensualmente nel rapporto con gli adulti.

A queste esperienze traumatiche se ne è aggiunta un’altra nel momento in cui il bambino è stato allontanato da casa e ha perso la relazione con i genitori biologici, perdita che il bambino tenderà a imputare a se stesso.

Tali eventi eccedono la capacità di metabolizzazione delle funzioni mentali del bambino e sono spesso all’origine di processi dissociativi con cui lo stesso cerca di far fronte alle situazioni in cui è immerso. La mente del bambino si difende dividendosi in aree non comunicanti. In lui si viene a interrompere la “continuità dell’essere” di cui ha parlato D. Winnicott, continuità che presuppone un ambiente protettivo e facilitante, ambiente che permette al neonato di sperimentare situazioni di non-integrazione e, successivamente, al bambino di stare in una condizione di rilassamento e non-preoccupazione.

Il bambino non si può affidare alle figure adulte ed è costretto a “reagire” ai fallimenti ambientali per proteggersi e trovare una qualche forma di autoregolazione e autocontenimento emotivo. La sua identità si può eccessivamente frammentare in stati del sé scollegati, ognuno con pensieri, emozioni e sensazioni differenti, ognuno con una sua verità “categorica” da affermare. Parimenti alterate sono la memoria e la dimensione temporale delle esperienze: i bambini si trovano a vivere una condizione dove accadimenti traumatici sono successi ma non sono stati realmente sperimentati, in una sospensione del tempo dove il presente non ha passato, e il passato non ha presente. Spesso in preda a stati di solitudine e di disperazione, il bambino può temere di perdere il legame con la vecchia famiglia, di perdere la continuità del suo essere nel mondo e l’integrità della sua mente.

Nella relazione con il genitore adottivo

In che modo è possibile cominciare a invertire il flusso degli eventi e restituire al bambino la speranza di un cambiamento?

L’abbinamento a una coppia fa sì che per lui si possa aprire una nuova prospettiva di vita. Ma il percorso non è agevole, e comporta rilevanti quote di sofferenza per il bambino ma anche per i genitori, genitori che, dal canto loro, non infrequentemente provengono da esperienze pregresse piuttosto pesanti.

Sappiamo che gran parte delle coppie presenta domanda di adozione sulla base di una condizione di infertilità o sterilità che provoca vissuti dolorosi. Sovente si è fatto ricorso, inutilmente, a metodiche di PMA (Procreazione Medicalmente Assistita): per entrambi i partner ai vissuti relativi alla condizione di infertilità si sono aggiunte così le esperienze frustranti derivanti dal sottoporsi a tali pratiche. Non poche coppie, inoltre, hanno vissuto l’esperienza di gravidanze interrotte.

Questi eventi possono richiamare a sé, collegandosi con loro, esperienze di sofferenza e di fragilità sperimentate in passato.

Considerato il carico di esperienze dolorose che non pochi genitori adottivi portano con sé, verrebbe da chiedersi in quale modo, in prospettiva, potranno occuparsi di un bambino che presenta vissuti traumatici. Disporranno delle capacità necessarie? Proviamo a vedere un esempio.

Mario, 5 anni e mezzo, da sei mesi è stato collocato in famiglia. Tutto procede bene, è un bel bambino, intelligente, affettuoso, vivace. Sta giocando sul letto con sua madre Antonietta. Il bambino le prende il braccio e inizia a tirarla a sé e spingerla via, ritmicamente e sempre più velocemente. Lei è stupita di quanto fa suo figlio, sente dolore al braccio per la sua presa sempre più serrata; prova a dirgli qualcosa, ma lui, come fosse in trance, guarda fisso il muro, non le risponde e prosegue a tirarla e a spingerla, tirarla e spingerla, tirarla e spingerla. Fino a che Mario non erompe in un urlo lancinante e la madre, sgomenta, abbracciandolo, sente nell’ urlo il dolore del figlio, ma anche l’acuto risuonare dentro di sé di situazioni della vita in cui si è sentita abbandonata. Madre e figlio si possono infine abbandonare all’abbraccio.

Antonietta viene inserita nel gioco come oggetto senza valore da lanciare e tirare, e maltrattare. Non si oppone al gioco, si trova a prendere il posto di Mario sperimentando quello che lui a suo tempo ha sperimentato: essere prima preso e poi abbandonato, e poi di nuovo, tante e tante volte, come fosse stato un rifiuto di cui disfarsi. Quando racconta dell’accaduto, a un paio di giorni di distanza, Antonietta appare ancora provata.

J. Grotstein scrive di come il bambino comunichi il suo stato d’animo inducendone uno corrispettivo in una madre “vulnerabile perché ben disposta” ad accoglierlo; sulla base della sollecitazione emotiva proveniente dal bambino, la madre (o chi per lei) si trova a rivivere proprie esperienze pregresse che, se elaborate, preludono a una comprensione empatica. La ricettività di Antonietta dà quindi spessore emotivo alla comunicazione di Mario, comunicazione fatta di “tira e spingi”, di dolore, di rabbia. Ma in fondo anche di speranza che qualcosa possa cambiare. Un vissuto traumatico in cerca di condivisione, una storia in cerca di (nuovo) Autore e di un nuovo significato.

Nella relazione con il genitore adottivo, il bambino può quindi trovare l’opportunità di riattraversare le esperienze traumatiche vissute, ma questa volta all’interno di una relazione. Sostenuto da una veemente intenzionalità inconscia, Mario riesce a coinvolgere la madre all’interno della sua traiettoria emozionale, dando il via a un processo intersoggettivo che gli permette di cominciare a reinserire in una cornice temporale condivisa le passate esperienze non metabolizzate.

I genitori adottivi possono rappresentare un contenitore “capace”, capace di accogliere e bonificare le emozioni del figlio, in modo da aiutarlo a uscire dalla dimensione infinita che è intrinseca alle emozioni, a dosare le emozioni stesse e a costruire dei significati. Accogliere i vissuti del figlio significa farsi carico di un fardello emotivo fatto di tristezza, rabbia, colpa, vergogna, ma anche, nel momento in cui per il bambino si è affacciata la speranza di un nuova vita, di gioia che potrebbe sconfinare nella maniacalità, di irrefrenabile entusiasmo (direi quasi nel senso etimologico di essere posseduti da un Dio) nei confronti dei nuovi genitori, a cui può finalmente rivolgere quell’ “amore spietato” di cui parla Winnicott, fatto di avidità, amore e rabbia. Per evolvere, il bambino deve dar corpo ai suoi vissuti, anche attaccando i genitori: se i genitori non reagiscono, se “tengono” e contengono, per il bambino si può aprire una nuova prospettiva e la gioia profonda di sentirsi compreso (anche nel senso letterale di essere “preso insieme”).

Possiamo legittimamente porci alcune domande.

Fin dove potrebbe sopportare il genitore?

Soffrirebbe di più l’aggressività fisica o quella verbale? Relazionandosi col bambino, come riuscirebbe a dosare i suoi comportamenti?

Mentre suo figlio di 8 anni ha l’ennesima crisi durante la quale sbatte la testa, lancia e distrugge oggetti, Annalisa prova sensazioni di angoscia così forti da farle rivivere l’esperienza del suo secondo aborto con cui, anni prima, si è conclusa una gravidanza (dopo PMA) di alcuni mesi. Il contenitore-utero mentale si sfascia, non contiene più, come a suo tempo l’utero fisico. Ma ciò che impedisce ad Annalisa di contenere quanto suo figlio esprime non è solo l’impeto del bambino, ma anche il vissuto di angoscia, rabbia, colpa, che la pervade e non le permette di mantenere un contatto con lui. Le due vicende di maternità della sua vita si ripetono in modo isomorfico, ma il collegamento che le sue emozioni stabiliscono e il suo riconoscerle permettono di riparlarne, di riprendere la narrazione interrotta di due storie che si sono intrecciate, la sua e quella di suo figlio. Nel tempo, le crisi del figlio si ridurranno per frequenza e intensità, col contributo importante di un lavoro psicoterapeutico.

È difficile per i genitori cogliere l’aspetto comunicativo insito nelle azioni del bambino quando queste azioni provocano in loro sofferenza. Se però la coppia riesce a mantenere una realistica fiducia e dispiega la capacità di tenere e contenere anche nei periodi di crisi, può riuscire a dare un senso psicologico alle azioni del bambino e a restituirglielo.

Questa possibilità poggia sulla capacità dei genitori di decentralizzarsi e di lasciare al bambino uno spazio in cui lui possa vivere una condizione di “onnipotenza” anche distruttiva ma indispensabile per la costruzione del senso di realtà. Ricordiamo l’ “amore spietato” di cui si è detto in precedenza. Tale processo va di pari passo (in una sorta di ossimoro consustanziale alla genitorialità, ma particolarmente complesso e difficile da praticare nell’ adozione) con l’azione contenitiva e di limite esercitata dai genitori, azione che anche lei introduce al senso di realtà e che è all’origine della capacità (che nei casi favorevoli gradualmente il bambino sviluppa e introietta) di attenuare gli stati emotivi troppo intensi.

Il rapporto contenitore - contenuto

Esso si declina in un incessante gioco di allineamenti e disallineamenti emotivi e relazionali: un succedersi di sintonizzazioni che permettono il contenimento di stati emotivi e il sopraggiungere di situazioni di crisi che scompaginano gli equilibri raggiunti e richiedono lo strutturarsi di nuovi contenitori. Se le cose procedono nel senso di una crescita psicologica, di sintonizzazione in sintonizzazione il contenitore si sviluppa e le crisi, una volta superate, non si ripetono più nello stesso modo.

Aggiungo che immagino un processo a due sensi dove “contenitore” e “contenuto” si possano anche invertire le parti. Fatta salva, naturalmente, l’asimmetria di posizione tra genitore e figlio, penso che anche il bambino, nel gioco degli scambi e spinto da una intenzionalità più o meno consapevole, contenga i genitori , in primo luogo regalando loro la desiderata identità di genitore e poi rassicurandoli attraverso i suoi comportamenti: sorridendo, mangiando, dormendo, andando a scuola, al catechismo, dimostrandosi affettuoso coi nonni, ecc.; questo è particolarmente significativo perché non di rado la coppia adottiva sperimenta una situazione di precarietà, come a non sentirsi sufficientemente legittimata nella sua posizione genitoriale.

Le reazioni del bambino nei confronti del genitore possono però non solo farlo sentire un cattivo genitore, ma addirittura possono disconfermarlo nella sua identità di genitore.

Combinando i due termini, contenitore e contenuto, potremmo dire che il bambino può porsi come contenuto accomodante e disponibile a farsi contenere, contenendo a sua volta le ansie dei genitori, oppure, al contrario, può porsi come contenuto indigeribile, rifiutandosi di contenere le ansie suddette.

Simone, 5 anni, è arrivato in famiglia a un anno e mezzo, allontanato da un milieu criminale di nascita. E’ un bel bambino, intelligente e affettuoso. Ma un giorno si arrabbia di brutto per un divieto datogli dalla madre, e prorompe nel classico <<Non mi puoi comandare, che ti credi, tu non sei mia madre!!>>. Aurora, la madre, ha perso la propria madre a 3 anni, ed è stata tirata su da nonne e zie. Sta cercando con fatica di creare con Simone quel rapporto materno che non ha mai conosciuto. <<L’impatto su di me è stato molto duro –racconta- non lo avevo mai visto così arrabbiato e determinato>>. Non sa pescando in quale luogo dentro di sé, gli ha risposto: <<Io non sarò tua madre, se vuoi, ma tu sei mio figlio!>>. Simone si è tranquillizzato immediatamente e la frase <<Non sei mia madre>> non si è più sentita nella loro casa. Senza entrare in scontro sul fatto di essere o non esser la “vera” madre (questione nella quale, purtroppo, altri genitori adottivi si impelagano), Aurora riformula la frase del figlio e conferma a Simone la tenuta del loro rapporto e la disponibilità a contenere i suoi vissuti. Si è disposta a perdere consistenza, a decentralizzarsi dalla posizione di madre, ma, obliquamente, riesce a comunicare a Simone il suo esserci. Si pone come un contenitore lasco, e vulnerabile (se Simone, in preda a un’emozione ancora più violenta, le avesse detto: <<Cosa dici? Io non sono tuo figlio!>>?).

Permettere di essere fluidi ai propri bambini implica per i genitori diventare anche se stessi meno definiti. Sospendere, mettere in discussione propri elementi identitari, stati del sé, modi d’essere, stili cognitivi, abitudini consolidate. Diventare più vulnerabili, più recettivi, più capaci, appunto.

 


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Data di pubblicazione: 
Mercoledì, Novembre 30, 2022

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