Autore: 
Monica Nobile

 

Anni fa seguivo un ragazzino preadolescente che manifestava un particolare attaccamento alla madre. Andava male a scuola, prendeva molte note  – è immaturo - sostenevano gli insegnanti – molte volte non faceva i compiti. La madre mi spiegava che era spesso nervoso, che si torturava le unghie, che non riusciva a stare fermo. Mi aveva rivelato, con imbarazzo, che non riusciva a dormire da solo, che l’ansia del figlio si traduceva, in particolare, nel bisogno, la notte, di dormire accanto a lei.

Era un concentrato di contraddizioni; la faccia paffutella da bambino e un orecchino al lobo sinistro decisamente esagerato, l'andatura trotterellante e un abbigliamento all'ultima moda che strideva con il suo aspetto da bambino. Tante età che battagliavano in un solo, ancora acerbo corpo grassottello. Quando avevo spiegato alla madre che il nostro percorso insieme aveva come obiettivo quello di trovare una maggiore autonomia e, nel concreto, portare il figlio a dormire nel suo letto, la madre mi aveva risposto “proviamo, ma non credo che ce la farà…”

Mi ero chiesta se la madre fosse davvero pronta a separarsi dal figlio e a trovare la giusta distanza da lui. Approfondita la conoscenza dei genitori e del figlio avevo proposto loro che intraprendessero una terapia familiare. Ritenevo che in quella famiglia ci fosse bisogno di rivedere spazi, ruoli e relazioni reciproche.  Ricordo di aver precisato che il “lettone” doveva essere ribattezzato in forma più appropriata “letto matrimoniale”:  spazio fisico e metaforico della coppia. I genitori avevano bisogno di un letto dove ritrovarsi la notte insieme. Il figlio  aveva bisogno di un suo letto dove riposare, senza ansia e senza agitazione.

Tante volte mi è successo di ascoltare il disagio di uomini e donne che si erano sentiti privati di uno spazio adulto, invasi da figli che vivono inquietudini che avrebbero potuto essere affrontate e che invece dilagavano, riempivano, fino a far scoppiare l’equilibrio della coppia. Talvolta avevo intuito che l’accoglienza dei figli nel letto rappresentava un pretesto per non affrontare un malessere di coppia. Quella famiglia, avevo pensato, aveva bisogno di aiuto per ritrovare una serenità; per aiutare il figlio, i genitori avevano bisogno, innanzitutto, di trovarsi l’uno di fronte all’altra e chiedersi come stava il loro amore, ridefinire insieme la loro relazione e ritrovare una stabilità di coppia che avrebbe potuto tradursi in solido riferimento per il figlio.

Ho voluto citare questo caso perché mi capita spesso di ricevere richieste di aiuto a trovare un equilibrio tra esigenze di autonomia dei figli e bisogni dei genitori di mantenere un ruolo attivo e di controllo verso i figli che crescono.

La riflessione che propongo è quella di considerare non solo le istanze dei ragazzi che in adolescenza vogliono arrangiarsi da soli, ma anche la capacità dei genitori di trovarsi pronti a lasciare che i figli vadano e vivano le loro esperienze lontani dalla famiglia.

Un padre biologico mi spiega con rammarico che aveva immaginato, una volta che i figli fossero cresciuti, di avere con loro un rapporto amicale ricco di condivisione di interessi e di dialogo. In realtà i suoi figli erano proiettati all’esterno e non manifestavano particolare piacere di   stare insieme a lui. Non mi cercano e stiamo insieme solo se io insisto, affermava con dispiacere il padre.

L’adolescenza arriva spesso quando nessun componente della famiglia è ancora veramente preparato ad affrontarla. Vero è che i ragazzi manifestano la contraddizione fra i loro desideri di autonomia e la loro necessità di sentirsi ancora protetti, ma spesso  i genitori restano ancorati alla nostalgia di un figlio che è stato amorevolmente attaccato a loro e che all’improvviso sembra non cercarli più.

Una madre biologica si rattrista perché si è accorta che il figlio è molto curioso verso la sessualità e si vergogna di parlarne con lei; mi racconta che preferisce trovare risposte in internet e che questo la fa sentire tagliata fuori e preoccupata che lui non riceva informazioni adeguate. 

Tralasciando ora l’educazione sessuale che tratteremo in un articolo dedicato, vorrei porre l’attenzione sulla delusione della madre che non si sente coinvolta nel percorso di ricerca del figlio. Ha avuto con lui un rapporto molto amorevole e durante l’infanzia ha goduto di ampi spazi dedicati alle coccole, alle letture insieme, al tempo libero e alle vacanze trascorsi in buona armonia e condivisione di esperienze. 

Penso che i figli si debbano amare, sempre, ma che sia importante lasciarli andare, un po’ per volta. L’arrivo di un figlio, inoltre, incide profondamente sull’equilibrio di coppia; durante l’infanzia i genitori sono assorbiti dalle normali funzioni di accudimento, custodia e controllo, spostando molte attenzioni dal coniuge al figlio. 

Quando in adolescenza la necessità di cure e accudimento viene meno, emerge spesso lo spaesamento, il bisogno di ridefinire la propria identità, i propri spazi personali e di coppia. I coniugi si ritrovano a poter usufruire di maggiore possibilità di dedicarsi a se stessi e all’altro e, di conseguenza, di riconsiderare nuovi ruoli all’interno della famiglia. Ritrovarsi armoniosamente come coppia può offrire un valido modello anche al figlio adolescente, al contrario la difficoltà di reinventarsi nel nuovo equilibrio familiare può causare tensione e insoddisfazione. Per un genitore che si sente inutile e amareggiato dalla presa di distanza del figlio è facile cadere nella rivendicazione del dopo tutto quello che ho fatto per te.

Si rivela così importante per i genitori vivere la crescita dell’adolescente come occasione  di rigenerate possibilità relazionali e sociali e di riscoperta degli interessi e del soddisfacimento della realizzazione personale. Il nuovo equilibrio familiare può portare  a un cambiamento significativo, non solo in una rinnovata organizzazione del proprio tempo, ma anche nella riscoperta del piacere di vivere la relazione di coppia. Quando i figli cominciano a crescere e a divenire gradualmente più autonomi,  l’impegno genitoriale diminuisce progressivamente, i coniugi iniziano a ritrovarsi nuovamente da soli - come all’inizio della loro storia - e ad avere maggiore tempo da dedicare a se stessi e all’altro. Ciò porta a dover ridefinire la relazione, a reinvestire in essa e questo non necessariamente porta ad esiti positivi. Se prima l’energia investita nell’assolvimento del ruolo genitoriale  poteva in alcune situazioni bastare o “supplire” a qualche mancanza della coppia, man mano che i figli diventano grandi torna ad essere via via centrale il rapporto di coppia e il bisogno di rigenerare e mantenere vitale il legame non sempre si verifica con modalità lineari.

Nella famiglia adolescente, inoltre, assumono forte rilevanza i cambiamenti del corpo, non solo per i figli che vivono le forti trasformazioni puberali, ma anche per i genitori che vivono l’ingresso nell’età matura. Nella società attuale si è significativamente ritardata l’età in cui si costruisce una famiglia e molto spesso si diventa genitori dopo i 32-35 anni. Quando i figli arrivano all’adolescenza, i genitori affrontano la mezza età, con tutte le sue caratteristiche specifiche come la riduzione della prestanza fisica, la menopausa, la flessione delle risorse e delle energie personali.

Per poter accettare e supportare la crescita dei figli - nel pieno della loro esuberanza fisica e psicologica - che mostrano curiosità e desiderio di sperimentazione fuori dalla famiglia, i genitori devono confrontarsi con la loro età e con tutto ciò che comporta l’inizio di un invecchiamento non sempre facile da accettare. Condizione estrema di questa antitesi generazionale è rappresentata dal genitore che guarda il figlio vivere con pienezza la sua vitalità e desidera con nostalgia rivivere la sua stessa giovinezza o, all’estremo opposto, dal genitore che vive la perdita della sua onnipotenza verso un figlio piccolo che dipende in buona parte da lui e resiste con difficoltà e rigidità alle spinte verso l’autonomia verso quel figlio ormai cresciuto.

Una condizione peculiare e specifica si verifica nei genitori che hanno adottato figli grandicelli (8/10 anni). Grandicelli, parlando di adozione, è spesso un termine improprio, poiché spesso, nonostante l’età, si tratta di bambini a cui sono state negate le esperienze tipiche dell’infanzia e che quando incontrano i loro genitori adottivi manifestano spesso una regressione che consenta loro di riappropriarsi di quelle esperienze. La loro età anagrafica può non corrispondere affatto al loro aspetto e al loro comportamento. I genitori adottivi possono così appagare il loro bisogno di accudire e prendersi cura proprio perché quei bambini lo richiedono con forza. É pur vero che dopo pochi anni l’arrivo dei cambiamenti puberali e l’influenza del rapporto con i coetanei si traduce, in quei bambini, in un repentino, talvolta brusco, salto verso l’adolescenza.

Una madre adottiva mi confida con dispiacere di aver avuto poco tempo a disposizione per cullare i suoi figli, per soddisfare il suo desiderio di maternage vissuto in una relazione che coinvolge i corpi, il piacere assoluto di uno scambio non verbale inteso come sintonizzazione affettiva, l’accudimento intenso che l’aveva fatta sentire importante e appagata.

Un padre adottivo ricorda gli anni in cui ha trovato sintonia con la figlia attraverso il gioco e la narrazione di fiabe. Osserva che quegli anni non sono stati sufficienti a soddisfare il desiderio di ritrovarsi genitore nella magia dell’infanzia, fatta di linguaggi fantastici e avventure intime ed esclusive come solo un padre con la sua bambina può condividere e che si è sentito, improvvisamente e troppo rapidamente, catapultato nello scontro verbale con la figlia divenuta velocemente ragazza.

Una madre adottiva cerca di spiegarmi il suo senso di inadeguatezza. Ricorda che un’estate aveva preparato, per la vacanza al mare, un bagaglio di secchielli, palette e giochi  con la sabbia per i suoi figli. Li aveva guardati in costume e si era resa conto che erano diventati ragazzi. Mi spiega che era sì consapevole da prima che stessero crescendo ma che quell’immagine dei loro corpi nel pieno dello sviluppo caratteristico dell’età, l’aveva completamente spiazzata. 

Per quanto possa disorientare questo particolare ritmo del tempo evolutivo nell’adozione, si rende necessaria una solida e competente preparazione di quei genitori che hanno bisogno di essere accompagnati e supportati nella relazione con figli che possono portare in loro una particolare disarmonia nelle tappe di crescita.

Scegliere di diventare genitori, in questo senso, comporta una ricerca personale di armonia e accettazione del tempo che trascorre. Occorre mettere in conto che i figli cresceranno, saranno portatori di bisogni differenti nelle differenti età. La loro emancipazione dai genitori sarà segnale necessario nella loro crescita. Il nostro invecchiare sarà processo naturale del ciclo della vita e ci ricorderà che ogni esperienza trova collocazione appropriata in una fase della vita e richiede consapevolezza e creatività per affrontare un capitolo successivo.

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Data di pubblicazione: 
Sabato, Gennaio 21, 2023

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