Autore: 
Silvia Mariana de Marco, psicologa e grafologa

Il periodo adolescenziale è indubbiamente uno dei periodi di vita più delicati per la famiglia e il figlio adottivo poiché viene alla luce la tipica sfida generazionale. All’intreccio di vissuti, aspettative, sentimenti caratterizzanti le relazioni familiari si vengono ad aggiungere cambiamenti fisici e psicologici repentini e talvolta drammatici, oltre quelli strutturali dovuti all’adozione stessa. Questo periodo è un momento critico comune a qualsiasi percorso adottivo, sia che questo sia avvenuto con l’arrivo di bambini piccoli o grandi, poiché talvolta alcune problematiche pregresse (e spesso mascherate), nate durante il percorso e a cui non si è stati in grado di dare ascolto e significato, riemergono proprio ora.

L’aspetto su cui si fonda il periodo adolescenziale è indubbiamente il processo di individuazione e di socializzazione che si configura come strumento di evoluzione sia per il figlio – quando adeguatamente sostenuto – sia per i genitori.

Il processo di individuazione prende il suo avvio con la nascita del bisogno di distanziarsi non solo dalla famiglia bensì anche dall’immagine che il figlio ha di sé e da quella che altri gli hanno attribuito, dalla propria immagine passata e presente al fine di potersi immaginare proiettato nel futuro: un processo analitico che richiede di affrontare la propria identità personale (per il figlio adottivo) e familiare (per i genitori) per poter cambiare, evolvere positivamente.

Il processo di socializzazione è l’altro elemento basilare del periodo adolescenziale poiché è fondamentale alla costruzione della competenza sociale, e avviene principalmente stringendo rapporti con i coetanei e prendendo parte al gruppo dei pari.

Diversamente dall’infanzia, i rapporti con i coetanei solitamente diminuiscono in quantità e vengono privilegiati pochi coetanei con cui si stringono relazioni amicali strette, basate su valori comuni importanti quali la complicità, l’accettazione reciproca, interessi simili da cui si crea l’intimità necessaria alla relazione stessa.

La ricerca e la partecipazione al gruppo dei pari invece è caratterizzata da ulteriori elementi, tra cui la possibilità di parlare con persone che hanno gli stessi problemi e affrontare insieme ad altri le difficoltà; nonostante esistano gruppi già formati di cui si può entrare a far parte (gruppi sportivi, culturali, associazioni), gli adolescenti privilegiano un gruppo che nasca in modo spontaneo (garanzia di omogeneità).

Questi processi intrinseci dell’adolescenza portano nuovamente alla luce alcune caratteristiche specifiche del figlio adottivo:

  • Valutazione della storia passata e proiezione nel futuro: la capacità di individuazione e quindi di definire la propria identità risulta essere un percorso esistenziale più complesso, poiché è caratterizzato da informazioni più pesanti e difficili da elaborare.
  • Aspetti cognitivi e aspetti emotivi: durante l’adolescenza è richiesta l’integrazione, l’armonizzazione dei diversi fattori dello sviluppo individuale (fisici, cognitivi, emotivi) in concordanza con il livello di sviluppo raggiunto; questo può verificarsi con molte oscillazioni e disarmonia per il figlio adottato a causa del vissuto abbandonico e altre possibili vicende traumatiche che influiscono sull’immagine di sé e sulla percezione del proprio valore.
  • Rapporto con i genitori: la necessità di distanziarsi dalle figure genitoriali viene vissuta in maniera ambivalente, poiché non solo si vive la voglia di autonomia e adultità ma riemerge anche la paura dell’abbandono e il conseguente senso di colpa. È solo rinegoziando il patto adottivo tra genitori e figlio che si può elaborare positivamente questo bisogno fisiologico.
  • Cambiamenti fisici: questi cambiamenti sono disorientanti e confondenti poiché impongono all’adolescente di ristrutturare la propria immagine corporea. La complessità ivi presente è rappresentata dalle differenze somatiche (con i propri coetanei ma anche con la propria famiglia) e dall’impossibilità di identificarsi con i genitori e dunque poter immaginare i futuri se stessi.
  • Età al momento dell’adozione: il bisogno di distanziamento e differenziazione dai genitori può essere più problematico quanto più aumenta l’età di inserimento del figlio nella famiglia, in particolar modo se l’ingresso nell’adolescenza coincide con l’inserimento stesso.
  • Abbandono e origini: la maggior capacità cognitiva e di astrazione permette all’adolescente di riflettere più approfonditamente sul significato della propria storia personale e delle esperienze vissute fino a questo momento, e può risultare difficile farlo se non si è a conoscenza degli eventi personali passati.

Queste caratteristiche possono rendere difficoltoso non solamente il processo identitario personale ma anche la relazione con i pari: spesso gli adolescenti adottati manifestano comportamenti di chiusura che rendono i rapporti freddi, superficiali oppure presentano un’eccessiva sensibilità ai “no” o ancora ricercano continuamente attenzioni e gratificazioni da parte del gruppo a causa di aspettative troppo elevate.

Può quindi capitare che i figli adottivi ricerchino altri figli adottivi per creare un gruppo di pari o perlomeno un gruppo sociale caratterizzato dalla comune esperienza dell’adozione. Questi gruppi, che talvolta nascono in maniera indipendente o all’interno di associazioni che si dedicano all’adozione, si configurano spesso come dei gruppi di auto mutuo aiuto (i cosiddetti gruppi AMA).

I gruppi AMA vengono definiti da Katz A.H. e Bender E. come “strutture di piccolo gruppo, a base volontaria, finalizzate al mutuo aiuto e al raggiungimento di particolari scopi. Essi sono di solito costituiti da pari che si uniscono per assicurarsi reciproca assistenza nel soddisfare bisogni comuni, per superare un comune handicap o un problema di vita, oppure per impegnarsi a produrre desiderati cambiamenti personali e sociali.”.

Un aspetto importante dei gruppi AMA e similari è quello di non “curare” una malattia o “risolvere” un problema, ma poter avviare un’esperienza relazionale in grado di garantire un ascolto empatico per la narrazione individuale, che si trasforma in una narrazione socialmente condivisa. Il gruppo infatti promuove la sensibilizzazione nei confronti di ciò che accade sia a se stessi sia nelle relazioni con gli altri attraverso il rispecchiamento, l’apprendimento dalle esperienze altrui e dalla condivisione della propria esperienza. L’adolescente adottato può beneficiare del gruppo poiché gli permette di rompere l’isolamento, di riuscire a dare un senso e sollievo alla sofferenza e anche di far emergere le risorse interne necessarie a superare questo momento intriso di difficoltà.

Questi gruppi sembrano assumere quindi una connotazione positiva per gli adolescenti adottati (e non solo). Ma lo sono realmente?

Seppure i gruppi AMA presentino alcuni benefici e caratteristiche positive (sono i meno costosi), la loro efficacia è fondata maggiormente sul buon senso che non su evidenze scientifiche rispetto ad altre forme di intervento più consolidate (ad esempio i gruppi condotti da un professionista o un percorso psicologico/psicoterapeutico personale).

L’unicità di ogni figlio adottivo e della sua adozione (sia nazionale che internazionale) unita alla specificità di ogni ambiente familiare, sociale e culturale potrebbe rendere la condivisione e la lettura dell’esperienza adottiva all’interno del gruppo non scevra da pregiudizi e stereotipi, che ogni figlio ha maturato nel tempo.

Il rischio che si può correre è quello di un appiattimento della propria esperienza adottiva a un “modello” presente (più o meno inconsciamente) nel gruppo o di un’interpretazione falsata da altre chiavi di lettura (magari adatte, magari no). Trattandosi molte volte di gruppi di pari, la caratteristica dell’omologazione intrinseca ad ogni gruppo sociale gioca un ruolo fondamentale nell’appartenenza al gruppo stesso e potrebbe portare i figli adottivi a adeguarsi passivamente ed esageratamente pur di continuare a farne parte.

L’esperienza adottiva in adolescenza non è un compito da lasciare interamente al figlio adottato, poiché non è un cambiamento che riguarda solamente il ragazzo o la ragazza, bensì tutta la famiglia; deve infatti poter essere un’elaborazione personale e familiare, che possa portare a una narrazione emotivo-affettiva comune a tutta la famiglia.

Bibliografia

- A. Gigantesco ed al., Gruppi di automutuoaiuto: la valutazione dei benefici dal punto di vista dei partecipanti, in “Rivista di psichiatria”, vol.39 n.6 (2004), pp.411-416

- F. Oliva, Il movimento di auto-aiuto. Storia, contenuti, caratteristiche e processi, in “I percorsi dell’auto-aiuto. Un laboratorio di cittadinanza attiva”, pp.19-26

- I gruppi di auto mutuo aiuto. Trasforma il disagio in risorsa, a cura di T.M. Corona, www.aitsam.it, anno 2012

- R. Lombardi, La famiglia adottiva al “banco di prova” dell’adolescenza, specchio che amplifica e confonde, in “Studi e ricerche”, pp.76-96, Collana della Commissione per le Adozioni Internazionale in collaborazione con l’Istituto degli Innocenti di Firenze, anno 2003

- S. Furlan, Adolescenza adottiva. specificità, problematiche e nuove sfide per i servizi sociali, tesi di laurea magistrale in Lavoro, cittadinanza sociale e interculturalità – Università Cà Foscari Venezia, pp.76-88, a.a. 2013/2014 (non pubblicata)

Data di pubblicazione: 
Venerdì, Febbraio 1, 2019

Condividi questo articolo

Articoli sull'argomento

Antonella Avanzini
Greta Bellando, pedagogista
Francesca Ancidei, Psicologa, Psicoterapeuta Sistemico Relazionale, Terapeuta EMDR