Autore: 
Sonia Oppici

Giuliana ha una frangetta folta e spettinata davanti agli occhi.

Un visetto di sei anni, paffuto e imbronciato. Mi volta le spalle e non mi vuole parlare.

È stata inserita in comunità da poche settimane e, mi raccontano le educatrici, all'inizio sembrava una bimba vivace. Poi si è lentamente spenta. Quando torna da scuola, rifiuta ogni contatto e trascorre gran parte del pomeriggio sotto il tavolo della cucina. Le maestre riferiscono che in classe è apatica e assente, tuttavia, si uniforma agli altri senza creare troppi problemi.

Quando busso alla porta del suo gruppo, arrivano correndo gli altri bimbi per i quali sono diventata un appuntamento fisso di ovetti kinder: mi saltellano intorno. Mirella ha sette anni e una passione per i tacchi, così ogni volta, mi costringe a sfilarmi le scarpe e, come un'equilibrista, sfila per il corridoio facendo sorrisi grandi e sdentati.

Anche oggi ci riprovo. Scalza, mi infilo sotto il tavolo e, armata di libri illustrati e pupazzi, cerco di capire.

Giuliana come al solito finge che non esista, e io, come al solito, la saluto, le faccio vedere cosa ho portato e inizio a leggerle una storia.

Siamo entrambe a gambe incrociate. Lei di spalle pettina la sua bambola e io racconto la favola dell'uccellino Tippy che si è spezzato un'ala ed è finito nel bosco, dove non conosce nessuno e ha paura.

Intanto penso ai tempi veloci imposti da una giustizia lenta e ai pochi giorni che mi restano per scrivere una relazione. Sospetto abuso. Ma se resta sospetto e Giuliana non racconta, quel tavolo potrebbe diventare l'unico posto sotto il quale nascondersi.

"Non mi piace la tua storia. Voglio quella della principessa".

È la prima volta che sento la sua voce.

"Ti piacciono le principesse?".

Annuisce. Sempre di spalle.

"Allora...potrei raccontarti la bella addormentata...guarda questo libro ha dei disegni bellissimi..."

Il tentativo cade nel vuoto.

"Le principesse hanno tutti i capelli biondi, con i boccoli, lo so già. Non come noi. Noi siamo brutte. Non saremo mai principesse". Resto spiazzata. Tante parole in fila sono una sorpresa inaspettata. In effetti, noi abbiamo lo stesso caschetto scuro, un po' spettinato. Il fatto di somigliarci mi sembra quasi un complimento.

"Ma è così importante essere principesse?".

La domanda rimbalza: "Perché si può essere felici senza essere una principessa?".

Mentre penso ad una risposta sensata, Giuliana si volta e per la prima volta i nostri occhi si incrociano. "Sai spesso le bimbe prima di diventare principesse sono molto infelici e hanno una vita difficile. E sembrano anche un po' brutte. Guarda...". Cerco l'immagine peggiore di Cenerentola. Le piccole mani di Giuliana toccano il viso disegnato, ma si ritraggono subito e riprendono in mano la bambola. Le sue spalle girate mi comunicano che il mio tempo è finito. Almeno per oggi.

 Penso al dolore incontattabile. Penso che, se non riuscirò ad averne accesso, resterà incastrato tra quelle piccole mani e il silenzio.

Mentre cammino e mastico frustrazione, inciampo in un minuscolo Zorro con tanto di spada e mantello, che mi lancia una manciata di coriandoli.

Anche oggi ho avuto fortuna.

La mattina seguente torno in comunità. Sono euforica e spero nell'entusiasmo contagioso.

Mi infilo sotto il tavolo e questa volta costringo Giuliana a guardarmi.

"Ti ho portato una sorpresa. Lo sai che è Carnevale? Oggi diventi una principessa".

Mi guarda incredula, pensando probabilmente che sia impazzita.

Non le lascio neppure il tempo di pensare ed estraggo il vestito rosa e bianco tutto pizzi e merletti: "Dai che ti aiuto a metterlo!". Giuliana si lascia vestire come una bambolina. Gli occhi sgranati. Alla fine, io ho almeno tre bernoccoli, ma il risultato è raggiunto. Apro il libro di favole e comincio a leggere. Giuliana non capisce: "Ma cosa fai?".

"Ti leggo la favola".

Ribatte: "Ma stiamo qui sotto?"

Fingo: "Beh sì...noi stiamo sempre qui sotto".

 Vagamente indispettita, incrocia le braccia: "Ma io così non mi vedo..."

"Allora, potresti andare a specchiarti e poi tornare. Ti aspetto"

In un secondo scivola via. Sbircio da sotto il tavolo.

In un lampo è tornata, con il broncio.

La prendo in giro. "Ma come... oggi sei una principessa e non sei felice?"

Ribatte delusa: "Ma è per finta..."

"Hai ragione. Mi piacerebbe, sai, che ci raccontassimo qualcosa di vero...Perché le cose vere aiutano a stare meglio". Mi avvicino: "Forse le principesse non sono felici perché sono belle e hanno un vestito tutto scintillante, ma perché vengono portate via da un posto brutto e trovano un principe che le ama".

Giuliana abbassa la testolina spettinata e affonda il viso tra i merletti della gonna. Vedo le sue spalle che si muovono e, finalmente, sento il pianto.

 Restiamo in silenzio per un tempo che mi sembra infinito.

 

"Oggi vorrei ascoltare la tua storia...".

La voce è un soffio: "Magari non ti piace..."

Le accarezzo i capelli: "È la storia di una principessa.

E qualunque cosa sia accaduta, sono sicura che finirà bene". 

Data di pubblicazione: 
Mercoledì, Settembre 8, 2010

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Stefania Lorenzini, Ricercatrice e docente di Pedagogia Interculturale presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” dell’Università degli Studi di Bologna.
Greta Bellando, pedagogista