Autore: 
Sonia Oppici

La cameretta di Ivan è sepolta da vestiti e scatoloni.

Lui, sdraiato sul letto, fissa il soffitto giocherellando con una pallina di spugna e, alternativamente, con il cellulare.

Indolente.

Sedicenne.

Inquieto.

E, soprattutto, in attesa di trasferirsi presso un'altra comunità.

Sono giorni che ciondola nervosamente, intercalando il lamento a rimostranze di vario tipo. Oggi ha optato per il silenzio.

Mi avvicino: "Dai facciamo un po' di ordine... questa stanza è un disastro..."

Sibila:"Non solo la stanza..."

Ribatto ironica: "Ti riferisci al tuo nuovo taglio di capelli?".

Si sposta il ciuffo: "Ah Ah... che simpatica... Peccato che oggi non ho voglia di ridere..."

"Ok, allora sistemeremo in tristezza".

Si alza dal letto, prende il cassetto e lo svuota sulla scrivania, l'unico spazio rimasto libero. Poi, con meticolosa e provocatoria lentezza, si mette analizzare ogni minuscolo foglietto accartocciato, per buttarlo nel cestino.

Sono giorni che cerca di rendersi insopportabile ai compagni del gruppo, agli adulti, a se stesso. È il suo modo di salutare.

Ruvido e spaventato: sono i due aggettivi che ho annotato quando l'abbiamo accolto.

Ed è esattamente ciò che di lui è rimasto negli anni.

Dopo poche settimane dall'inserimento, si era rivelato un dodicenne maleducato, spesso volgare, sempre troppo agitato. La paura era diventata sospetto e la ruvidezza rabbia.

Lentamente, in equilibrio tra angoscia e parolacce, i pensieri non erano più dolorose cadute, ma possibilità disperare un futuro necessario.

E allora, dopo le risse e le note per il comportamento a scuola, sono arrivati i primi amici, la prima fidanzatina, il primo gol. Inaspettato come il più bello dei regali. Perché nessuna squadra di calcio voleva Ivan.

Bastava qualche allenamento per capire che non sarebbe stato compatibile con nulla che implicasse regole e socialità. Ma dopo un anno di sgridate, di pianti, diparole, di fiducia concessa e sottratta, era arrivata anche la convocazione per la sua prima partita. Avevamo festeggiato con nutella e patatine il saluto definitivo al ragazzetto ruvido e spaventato. Sono giorni che quel ragazzetto è tornato, perché, forse, azzerare un percorso è come non averlo mai fatto e se riparto come sono arrivato fa meno male.

Per questo è necessario fare insieme quegli scatoloni, per attraversarsi, per dare consistenza a una parte di vita.

Mentre Ivan è seduto sul letto, a gambe incrociate, che fa merenda con una tazza gigante stracolma di banana a pezzi,  cioccolato fuso e yogurt, osservo la stanza in cui sembra esplosa una bomba.

Mi siedo accanto a lui sconsolata. Lui invece si alza, mi mette la tazza in mano e torna con un altro cucchiaio: "Tieni, assaggia."

Iniziamo a mangiare dalla stessa scodella, rigorosamente in tristezza.

Ad interromperci arriva come un tornado la signora Maria, che non solo fa le pulizie ma, quotidianamente, dichiara guerra spietata all'acaro, disinfetta tutto ciò che trova e ci terrorizza con la sua praticità spartana.

Si affaccia alla porta e scuote la testa, disapprovando: "Qui non va bene. Fuori."

La signora Maria non fa distinzioni di ruoli e di età.

Siamo tutti ragazzi e, soprattutto, tutti da accudire, con ordine e rigore. La vediamo riemergere dalla stanza dopo una mezz'oretta, compiaciuta e soddisfatta. Incuriositi rientriamo. Sul pavimento trionfano allineati quattro scatoloni contenenti un tripudio di sacchetti trasparenti.Su ognuno un'etichetta a indicarne il contenuto, a scanso di interpretazioni.

"Non ci posso credere":

Ivanè smarrito.

Io senza parole.

Il tentativo educativo soppresso.

La signora Maria ha le mani sui fianchi: "Visto? Basta un po' di organizzazione: buste ed etichette!".

Energica, mi strofina una spalla e, a quel punto, non mi resta che ringraziarla.

Mentrela saluto, Ivan mi porge un sacchetto. Al centro una scritta: cose importanti. Contiene una fotocopia della carta d'identità, alcuni documenti della scuola, una collanina e unmazzetto di foto. Piegato in quattro parti il suo motto, appeso al muro un giorno difficile di tre anni fa:

"Non è coraggio se non hai paura".

"Beh non c'è che dire, Maria ha sempre le idee chiare": rifletto a voce alta.

Ivan non perde l'occasione: "E' la migliore! Io non ce l'avrei mai fatta...".

Mentre lui, a gambe incrociate sul letto, osserva ancora incredulo la sua stanza, io riappendo la scritta al muro: "Credo che questa ti serva ancora".

Mi guarda, gli occhi spaventati di sempre: "E' durissima lo sai?".

"Lo so. Ma non sei solo".

Annuisce."...Continuerò ad essere triste e scontroso...".

"Va bene". Gli accarezzo i capelli e mi siedo accanto a lui.

Mi appoggia la testa sulla spalla e restiamo in silenzio.

Tra le mani, il sacchetto aperto delle cose importanti.

Data di pubblicazione: 
Mercoledì, Settembre 8, 2010

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