Autore: 
Francesca Boracchi, Psicologa Psicoterapeuta

Il contesto socio-culturale sta cambiando profondamente, i modelli di famiglia stanno cambiando e l’adozione, intesa in primo luogo come istituto deputato a garantire ad un minore in stato di abbandono la miglior famiglia possibile, non può non subire gli esiti di questi cambiamenti.

Questo contributo va nella direzione di condividere delle personali riflessioni in merito alle attuali trasformazioni del modo di intendere l’adozione. Pensieri che lungi dal volere essere esaustivi vogliono invece rappresentare un’occasione di confronto e scambio reciproco con la comunità scientifica e le famiglie che in prima linea si trovano a vivere la realtà di oggi.

Chi si occupa di minori e di famiglie non può non essere sempre attento ai cambiamenti piccoli o grandi che la società ci pone di fronte e non può non avere un atteggiamento di disponibilità e di messa in discussione di quello che fino a ieri sembrava “il miglior interesse per il bambino”. Perché da questo ci si è sempre mossi e con questo in mente si continua a lavorare: ma oggi la letteratura e molti esperti ci dicono che non è sempre facile definire “il miglior interesse del bambino” come un concetto astratto e valido una volta per tutte.

Chi si trova poi sul campo a vivere questi bambini e queste famiglie si rende conto della pluralità delle situazioni: così come ogni bambino è unico, così ogni procedimento a suo favore deve essere unico. Con questo non intendo dire che ci dobbiamo muovere come in un far west, ma che restando all’interno della guida della giurisprudenza attualmente in vigore l’atteggiamento non può che essere elastico per meglio adattarsi a rendere il progetto per quel determinato bambino il migliore possibile per lui.

Vorrei partire dalla legge 173/2015, meglio conosciuta come legge sulla continuità degli affetti (1), che per la prima volta ha normato l’importanza di tenere conto dei legami che il minore in attesa di adozione ha sviluppato con i genitori affidatari, che non ricoprono quindi più solo il ruolo di “traghettatori” ma diventano a tutti gli effetti attori del procedimento di adozione. Non in senso giuridico ma in senso affettivo, come custodi di informazioni preziose e uniche sul minore e il suo sviluppo. La rigida separazione tra adozione e affido assume un colore più sfumato e laddove il legame magari pluriannuale tra la famiglia affidataria e il minore risulti essere “il miglior interesse” per il bambino, la legge consente di dare carattere di definitività al rapporto. Il giudice in primis si trova quindi nella possibilità di seguire in modo fluido il corso della storia di quel minore in quella famiglia, prescindendo dalla rigidità che la legge 184 imponeva alla rottura dei rapporti con la storia “pre-adozione” del minore.

Le riflessioni da fare in questo caso riguardano il dovere di accogliere le potenzialità di questa legge non pensandola come un escamotage per “accorciare i tempi dell’adozione” passando tramite l’istituto dell’affido, ma osservandola come uno strumento fondamentale per tutelare un minore già traumatizzato dalla separazione dalla famiglia di origine dall’ulteriore trauma della chiusura definitiva di un legame con la famiglia affidataria qualora questo legame ricopra un ruolo funzionale al suo benessere, alla sua sicurezza e alla sua salute psicologica. Credo che la rivoluzione più grande introdotta dalla legge della continuità degli affetti sia rappresentata dall’avere legittimato all’adozione possibili caratteristiche di elasticità e fluidità, versus l’estrema rigidità posta dalla legge 184 pensata ormai più di 30 anni fa. È anche vero però che solo partendo da una serie di limiti chiari e precisi si può imparare come muoversi in sicurezza e ha un senso se solo pochi anni fa ci si sia permessi di pensare ad una rivoluzione di quanto sancito in origine a tutela del miglior interesse dei minori in stato di abbandono.

Da qualche tempo sempre più coppie riportano l’esperienza di colloqui con Giudici dei Tribunali per i Minorenni durante i quali vengono chiamate a riflettere su situazioni per così dire “sfumate”, in cui viene sollecitata la disponibilità all’accoglienza di un figlio in presenza del mantenimento di alcuni suoi legami con la famiglia biologica. Non è difficile immaginare la sorpresa e lo smarrimento di queste coppie, che a seguito dei percorsi con i servizi territoriali e/o con le associazioni familiari hanno sviluppato un significato dell’adozione come totale e netta scissione tra il passato del minore e il presente/futuro. Eppure pare che il presente sia in fermento e che il futuro potrebbe quindi cambiare, andando forse verso un sempre maggior numero di adozioni che potremmo definire “creative”.

Si potrebbe tentare di sintetizzare il tutto parlando di “adozione aperta”, ma personalmente ritengo che sia una eccessiva semplificazione di un pensiero molto più complesso che sta portando gli operatori del settore a ripensare alle caratteristiche dell’adozione come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi, spinti dal bisogno di rispondere meglio, in tempi più brevi e con progetti più efficaci alle molteplici situazioni di disagio in cui versano migliaia di bambini nel nostro paese.

Pensiamo ad esempio a tutte quelle situazioni in cui la genitorialità è dichiarata disfunzionale ma il legame genitore-figlio si è instaurato e si ritiene importante mantenerlo, per cui non sussistono le condizioni di adottabilità del minore richieste dalla legge 184. Sussiste invece una condizione di “semi-abbandono”, caratterizzato dalla mancanza di un ambiente familiare idoneo allo sviluppo del bambino e conseguentemente da una condizione di grave disagio del minore. Siamo in presenza di famiglie in cui i genitori sono stati dichiarati permanentemente non in grado di assolvere il proprio ruolo genitoriale in modo totale ed esclusivo ma che sono riusciti comunque ad instaurare un legame che per il bambino risulta essere funzionale al suo sviluppo psicofisico.

Né la cesura totale e definitiva del rapporto con i genitori biologici né proseguire la convivenza con la famiglia di origine rappresenta in questi casi il miglior interesse per il minore. Per questi “bambini nel limbo”, come li chiama Occhiogrosso (2), il Tribunale per i Minorenni di Bari ha provato a sperimentare l’adozione mite, un particolare progetto di adozione legittimante che prevede un’affiliazione adottiva pur in presenza del mantenimento di contatti, stabiliti caso per caso in termini di modalità e frequenza, con la famiglia di origine (3).

Dopo più di un decennio di sperimentazione sono disponibili dei dati che al primo sguardo sembrerebbero deporre a sfavore della validità dell’adozione mite, in quanto il campione di adolescenti intervistato avrebbe manifestato una percentuale significativamente maggiore di disturbi comportamentali e sarebbe più incline a presentare stili di attaccamento insicuro rispetto alla popolazione non clinica e/o adottata con adozione “classica”. L’interpretazione di questi dati in senso letterale, attribuendo le fatiche di questi adolescenti all’apertura dell’adozione, presenta però dei limiti rappresentati dalle storie pre-adozione dei minori intervistati.

L’adozione mite è stata infatti pensata per dare una risposta al bisogno di stabilità e continuità di bambini e ragazzi che per anni hanno vagato tra famiglia di origine, comunità e famiglie affidatarie,  minori che arrivano quindi all’interno delle famiglie adottive con una storia di traumi e fallimenti plurimi e ripetuti, che non possono non lasciare il segno e condizionare il proprio funzionamento e la formazione della personalità anche in presenza di fattori riparativi quali l’adozione da parte di una famiglia adeguata e funzionante. È verosimile invece pensare che in assenza di un progetto di adozione, seppur con le caratteristiche peculiari dell’adozione mite, il divario tra i due campioni osservati potrebbe essere ancora più ampio e le difficoltà comportamentali ed esistenziali dei minori in questione ancora più significative.

Forse l’atteggiamento più produttivo è ragionare in termini di potenziali vantaggi e svantaggi per gli attori coinvolti: il minore, la famiglia adottiva e la famiglia biologica.

Per quanto riguarda la famiglia biologica, il sapere che il proprio figlio ha trovato una casa confortevole e un ambiente sicuro a cui affidarsi per poter crescere serenamente potrebbe far diminuire il senso di colpa e alleviare la sofferenza per la separazione dal proprio figlio.  È vero anche che talvolta i ripetuti contatti con la “nuova vita” del bambino potrebbero interferire con l’elaborazione del trauma della separazione, generando nei genitori biologici del risentimento nei confronti dei genitori adottivi, che diventano depositari di sentimenti di invidia e risentimento.

Per quanto riguarda la famiglia adottiva uno dei vantaggi potrebbe essere la possibilità di avere accesso diretto a informazioni mediche, sanitarie e psicologiche dei momenti che hanno preceduto l’incontro col figlio adottivo, acquisendo quindi un bagaglio di informazioni oggettive che possono aiutare la costruzione della verità narrabile (4). Il lato negativo è sicuramente rappresentato dalla fatica di confrontarsi continuamente con il passato del proprio figlio e dalla paura che i continui contatti con i genitori biologici possano riattualizzare situazioni dolorose e/o pericolose per il bambino e ostacolare la creazione di un legame di appartenenza. È innegabile e facilmente intuibile il costo emotivo che i genitori adottivi sono chiamati a sostenere per aiutare il proprio figlio a mantenere il legame col passato: è già difficile quando il passato “è una storia”, possiamo comprendere quanto lo sia quando il passato ha un nome e un volto.

Per ultimo ma non per ultimi guardiamo i vantaggi e gli svantaggi che l’adozione aperta può portare ai figli. Tra gli svantaggi c’è sicuramente il rivivere situazioni che possono portare disagio e sofferenza e la fatica di “tenere in piedi” due legami, che potrebbe portare al sentirsi stretti nella morsa di un conflitto di lealtà tra i genitori biologici e quelli adottivi. Pensiamo a quante energie chiediamo a questo bambino, che deve avere tempo e spazio per costruire un legame di appartenenza alla famiglia adottiva e al contempo mantenere attivo un pezzo di identità biologica, col rischio di sentirsi sospeso a metà, in bilico tra due modelli relazionali totalmente differenti che possono confondere e non poco soprattutto i bambini più piccoli. Al contempo però l’essere esposto a due realtà così differenti potrebbe facilitare l’elaborazione dei motivi che hanno portato alla separazione dai genitori biologici, aiutando i minori a ragionare in termini di ciò che fa bene e ciò che fa meno bene alla propria crescita. Un altro vantaggio rappresentato dall’adozione aperta potrebbe essere la fluidità con cui si fa il passaggio dalla famiglia biologica alla famiglia adottiva, una gradualità che concede ai minori il tempo di riorganizzarsi psicologicamente.

Quello che possiamo dire per certo è che l’adozione aperta può rappresentare in alcune situazioni specifiche l’unica possibilità per garantire ad un minore il diritto ad una famiglia adeguata e funzionante ma che essa non può e non deve essere la regola, cioè sostituirsi alla adozione legittimante come intesa dalla attuale legislazione.

È essenziale la chiarezza che l’ipotesi di un’adozione aperta oppure la possibilità offerta dalla legge 175/2015 di trasformare il progetto di affido in un’adozione legittimante non sono strade più veloci o più facili per diventare famiglia adottiva, ma che tutti i pensieri di cambiamento in atto sono a tutela del primario interesse del minore.

Lo stato di fatto è che di fronte al desiderio di una genitorialità adottiva la coppia ponga con serenità e umiltà la propria disponibilità all’accoglienza di un minore e del particolare e unico progetto che porta con sé, con l’unico scopo di garantire il diritto a vivere, crescere ed essere educato all’interno di una famiglia (art,1, comma 5, legge 149/2001).

 

  1. Per un approfondimento sulla legge 173/2015 vedere il contributo dell’Avv. Heilegger.http://www.genitorisidiventa.org/notiziario/la-legge-sulla-continuit%C3%A0-degli-affetti-nuove-prospettive-tema-di-adozione-ed-affidamento
  2. Cit. Franco Occhiogrosso, già Presidente del Tribunale per i Minorenni di Bari
  3. Per approfondimenti vedere i contributi del Convegno “L’adozione che verrà” tenutosi il 14 novembre 2016 presso l’Università Bicocca di Milano. https://www.ciai.it/wp-content/uploads/2018/01/1CONVEGNO-BICOCCA.pdf
  4. Guidi D., Tosi M. N., “La verità narrabile al figlio adottivo", Minorigiustizia, 2/97, Franco Angeli.

 

Data di pubblicazione: 
Lunedì, Febbraio 18, 2019

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Anna Guerrieri e Francesco Marchianò
Stefania Lorenzini, Ricercatrice e docente di Pedagogia Interculturale presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” dell’Università degli Studi di Bologna.
Sara Leo
Dott. Corrado Randazzo, psicologo, psicoterapeuta - Dott.ssa Fabrizia Strangio, psicologa