Autore: 
Simone Berti

Ho letto recentemente un aneddoto che racconta di un bambino che di fronte a un test psicologico aveva messo il cucchiaino che gli era stato consegnato invece che nella tazzina nella propria scarpa. Di fronte alla preoccupazione manifestata intorno a lui aveva risposto semplicemente che lo aveva fatto per ridere. Forse a volte occorrerebbe tornare a dare un valore al sorriso anche se il sorriso non può essere misurato e quell'atteggiamento se inserito in una griglia di valutazione non può che apparire una grave deviazione dal comportamentoritenuto normale.

Housato volutamente un paradosso ma è innegabile che negli ultimi tempi semprepiù frequentemente il rapporto con la scuola obbliga molte famiglie con figliin difficoltà a fare i conti con nuove sigle che identificano la forma dihandicap, più o meno grave, da cui il proprio figlio sarebbe affetto. Ildiritto allo studio nel senso più completo del termine per loro ormai passa daquelle sigle. Un bambino e i suoi bisogni diventano visibili attraversol'acronimo che lo identifica in rapporto alle proprie difficoltà e in rapportoa quello può essere identificata il corrispondente intervento di aiuto a cui hadiritto. La solidarietà collettiva rischia di cedere il posto a varie formeburocratiche di gestione pubblica della salute. Quante sigle nuove per i nostri figli!

Unbambino viene agitato è il bel titolo di un libro uscito di recente nel qualesi racconta a partire dal contesto francese proprio la tendenza allamedicalizzazione della nostra società con particolare riferimento alla vita deibambini sempre più ad uso e consumo di tecnici e specialisti di disagi emalattie psichiche infantili, industrie farmaceutiche con pillole miracolose daspacciare ed economisti che traducono il tutto in costi sociali e relativitagli da effettuare per garantire l'ottimizzazione della spesa. Anche la scuolanon sfugge a questa logica.

 La tendenza alla classificazione è fruttodella tendenza a includere nel dominio medico aspetti che prima non erano dicompetenza della medicina. Le nuove etichette denominano e nel contempo creanonuove malattie. Se un ragazzo non vuole andare a scuola è affetto da fobiascolastica, se ci va con difficoltà invece si ricorrerà a sigle per certificaree classificare questa difficoltà. Abbiamo bambini BES, bambini DSA, quelli conla 104 e poco più in là i bambini DDAI. Si considera sempre più l'interventonei confronti del bambino confinato all'intervento misurabile o riconducibile astatistica per cui l'autore ci dice che i bambini dovranno sempre più agitarsi,raddoppiare gli sforzi per farsi intendere, per rendersi riconoscibiliattraverso la ricchezza della propria complessità.

Pocoimporta perché in ogni caso dovremmo inchinarci comunque alle esigenze di unaltro criterio sempre più determinante nel nostro contesto sociale. Quello diuna visione sempre più ristretta all'aspetto economico dell'intervento diaiuto, che finisce per valutare il disagio in vista della limitazione oottimizzazione dei costi dell'intervento, possibile solo ricorrendo a delletabelle che trasformino i maestri in amministratori e appiattiscano la visualesul dato quantificabile.

Lamedicalizzazione della società può diventare infine la premessa per considerarela famiglia adottiva come una famiglia affetta da un tratto patologico che habisogno di assistenza ma non in quanto una risorsa messa a disposizione dellacollettività da tutelare ma in quanto deve essere normalizzata. Il passo daessere considerati una risorsa a disposizione a essere percepiti come un pesosociale o un costo è breve. La diversità è implicitamente trattata comepatologia. 

Occorrequindi ritrovare una lingua che si sottragga al tecnicismo alla misurazione adogni costo.

Bisognatrovare il modo di arginare la crescente medicalizzazione ed economizzazionedelle esistenze dei nostri figli, la consegna alla figura dello specialista cheè in grado di fornire risposte tecniche e misurabili alle domande di undesiderio che nessuno più è in grado né disposto ad ascoltare.

 

Lasciatemiconcludere con un ricordo personale. 20 dicembre 2003, esattamente dieci annifa mi trovavo a Mosca con mia moglie e mio figlio in attesa di un foglio, di untimbro dall'Italia che mi avrebbe consentito di rientrare in tempo per ilNatale. Era ormai un mese che aspettavamo nel nostro albergo sull'Arbat e temevamoche se quel venerdì quel foglio non fosse arrivato la chiusura natalizia primadegli uffici italiani e poi di quelli russi per le festività ortodosse ciavrebbe costretto a passare altri quindici giorni di tempo in un soggiornoobbligato a Mosca dove ormai la stanchezza di sentirsi in una situazionetransitoria si faceva sentire sempre più forte. Ricordo il senso di abbandono,di impotenza, la sensazione di non sapere come farsi ascoltare, la paura diessere dimenticati che con mia moglie abbiamo provato fino all'arrivo di quelsospirato fax. Eppure eravamo in un buon albergo di una splendida città, contutti i comfort e soprattutto con la certezza che nostro figlio sarebbe rimastocon noi e che lo avremmo portato prima o poi a casa.

Unpensiero denso di preoccupazione non può che rivolgersi da parte mia e di tuttala redazione a quelle famiglie che attualmente si trovano imprigionate daproblemi che tutti conosciamo, ma di cui non è sempre facile capire fino infondo quali siano le motivazioni, nella Repubblica Democratica del Congo e ilnostro augurio più forte e sentito che riescano anche loro per Natale a tornarea casa con i loro figli.

 

Data di pubblicazione: 
Martedì, Dicembre 17, 2013

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