Autore: 
Anna Guerrieri

La parola crisi deriva dal verbo greco κρίνω che, come sempre in greco, ha tanti significati tra cui distinguere, decidere, separare e giudicare.

Nel linguaggio quotidiano, quando si parla di crisi si intende un periodo o una fase problematica (anche profondamente tale), che costringe “a fare qualcosa”, “a prendere atto di qualcosa”, che impone dei cambiamenti. Le crisi possono essere traumatiche, devastanti, globali o personali, a volte sono di portata storica.

Un brano molto citato di Murakami rappresenta bene la sensazione e la speranza di chi è in mezzo ad una crisi:

Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio... Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato.

In effetti l’idea di poterne uscire, da una crisi, è un conforto da avere caro, perché anche se bisogna accettare di uscirne cambiati, forse molto ed in modo imprevedibile, se ne esce. Nessuno vuole restare “in crisi” senza uno sguardo oltre il tunnel.

Quando si arriva a dire “Sono in crisi, sto male”, è la crisi stessa che può diventare una mappa da consultare, una mappa con cui iniziare ad evolvere oltre qualcosa che fa male, esercitando quel decidere e separare che sta alla radice del suo significato etimologico. E’, d’altra parte, proprio dalla riflessione che serve per separare e decidere, per comprendere, che emerge la possibilità di uscire da quella dimensione che ad un certo punto abbiamo avuto il coraggio di chiamare crisi. La vergogna, la paura, la rigidità del nostro modo di pensarci (“a me questo non accade” “io sono fatto così” “dipende da te non da me” “guarda cosa mi è successo”…) non ci hanno messo in scacco troppo a lungo e abbiamo permesso a ciò che accadeva di spingerci oltre i nostri scomodi e dolorosi nascondigli.

Crisi e adozione

Mettere insieme la parola crisi e la parola famiglia non è poi così difficile. Le famiglie sono i luoghi delle relazioni primarie e fondamentali, dove ci costruiamo come siamo. In famiglia si cresce, si cambia, ci si trasforma. Si attraversano fasi differenti e importanti dall’infanzia alla vecchiaia. Si affrontano insieme, oltre alle gioie e alle tenerezze dell’amarsi, le difficoltà dovute a malattie, lutti, tradimenti, cambiamenti di status socio-economico, separazioni, nuovi incontri e tanto altro. Gli equilibri interni di ogni nucleo familiare sono specifici e particolari e affatto scontati. Talvolta è necessario alterarli questi equilibri e farlo è complesso e mette in moto cambiamenti poco prevedibili. Ci si influenza giorno dopo giorno nel bene e nel male, in famiglia. Alcune famiglie sono permeate di difficoltà o di dolore o di danno. A volte i genitori danneggiano, oltre che se stessi, anche i figli, fanno loro del male in maniera molto concreta. A volte tutto rimane sepolto a lungo, prima che qualcuno trovi la forza di darsi voce.

Quando si parla di famiglie adottive a tutto questo si aggiunge l’adozione, ossia il modo in cui si è creata la famiglia. Talvolta l’adozione invade cosi tanto il campo da offuscare tutto il resto, da sembrar metter in secondo piano le relazioni familiari stesse, come sono i genitori tra loro e con i propri figli. Dei figli e dei loro rapporti con i genitori e con fratelli e sorelle sembra sopravvivere solo la dimensione adottiva, come se questo aspetto identitario fosse quello determinante e preponderante in ogni istante.

Parlare quindi di crisi e adozione obbliga ad una grande attenzione, imponendo di discernere con cura quali siano le specificità della dimensione adottiva che possono entrare in gioco quando una determinata famiglia entra in crisi. Le famiglie adottive nascono attraverso un incontro di persone prima estranee tra loro. E’ proprio questa estraneità, che deve diventare interiorità, a permeare in tante situazioni l’aria della casa. Il lavoro dei genitori, in effetti, è delicatissimo. Sono loro che aprono le porte, che portano dentro i bambini, che devono lasciarsi trasformare da loro e dalle loro storie. Dovranno loro per primi appartenere a questi figli. E appartenere significa anche, forse prima di tutto, spogliarsi di ciò che poteva essere ma non è, di quello che si immaginava prima di adottare. Significa lasciare che la storia dei figli diventi storia della famiglia senza poterla conoscere completamente. Significa accettare le differenze, i bisogni, le specificità.

Quando si parla di crisi nelle famiglie adottive ci si riferisce, in genere, a quelle crisi che possono avere come esito l’interruzione dei rapporti familiari; anzi un tempo ci si riferiva soprattutto a queste. La ricerca e il lavoro sulle crisi è stato a lungo influenzato da tale assunto portando a perdere di vista molte situazioni dolorose in cui la “fine” non era necessariamente l’interruzione sancita giuridicamente dei rapporti. A volte le famiglie si frantumavano di fatto, oppure alcuni componenti attraversavano lunghe fasi drammatiche (con bisogno di prese in carico psichiatriche o di intervento del sistema giudiziario). Mancava (e forse manca ancora) una bastevole analisi di cosa ci sia (qualora ci sia) di diverso nella crisi di una famiglia adottiva rispetto a quello di una famiglia non adottiva; non è neppure ancora chiaro se ci siano percentualmente davvero più difficoltà nonostante l’abbondanza di studi nazionali ed internazionali1.

Tuttora, quando si lavora sulla crisi delle famiglie adottive ci si concentra ancora troppo nella ricerca del colpevole, e colpevoli a turno, possono esserlo tutti: i servizi che hanno dato una idoneità sbagliata o che non hanno le risorse per aiutare, il Tribunale che ha fatto un abbinamento sbagliato, l’Ente Autorizzato che non ha saputo gestire abbinamento e procedura estera o non è riuscito a dare le informazioni bastevoli, la coppia che non era pronta, che non ha saputo tirar fuori le risorse, che è stata incapace, il figlio che era troppo danneggiato, troppo traumatizzato, troppo grande, troppo tutto. In effetti, nella ricerca delle responsabilità, spesso alla fine il focus è sui figli, sul loro passato, su quanto hanno vissuto e come.

Un’attenzione più vasta e diffusa sulle crisi nelle famiglie adottive sta sviluppandosi in Italia in questo ultimo decennio anche grazie all’azione delle associazioni familiari che sempre di più sono attive nel post adozione. Nel frattempo le famiglie in crisi, quelle in cui i comportamenti sintomatici dei figli diventano talvolta devastati e devastanti, cercano aiuto come possono fra sistema pubblico e privati; un aiuto che non sempre si trova.

Cosa può fare un’associazione familiare

Negli ultimi venti anni le associazioni familiari adottive2 Italiane hanno sviluppato una molteplicità di modi per sostenere le famiglie. Perno centrale di questa vasta azione sono i concetti di prossimità e di rete. Entrare in contatto con un’associazione familiare evita l’isolamento, mette in connessione con altre famiglie e con le risorse professionali che queste stesse sperimentano.

In particolare in questo articolo faccio riferimento all’esperienza di Genitori si diventa, associazione in cui ho praticato, in tanti anni di volontariato, molteplici forme di attività. Al centro delle azioni messe in atto da Genitori si diventa sta l’idea del “cammino insieme” e della “costruzione di un percorso comune”. Chi si avvicina all’associazione può farlo in qualsiasi momento accedendo ad una qualsiasi attività, ma certamente un grande sostegno viene percepito da chi entra in contatto con uno dei gruppi territoriali di GSD (una sezione) prima di adottare e poi, nel tempo, riesce a trovare una maniera per restare collegato. Non è per nulla necessario partecipare a tutto ciò che si fa, anzi, ma è utile sapere che in GSD ci sono azioni e gruppi dedicati ad ogni step di crescita della famiglia: dalle fasi dell’attesa al primo incontro, dal post adozione iniziale al post adozione che riguarda le “famiglie adolescenti”. E’ su questa continuità che può giocarsi un’azione preventiva.

Nelle famiglie adottive possono identificarsi alcuni momenti topici in cui la vicinanza e la “riflessione insieme” possono essere di aiuto. Uno di questi momenti è quello dell’abbinamento e l’incontro con i figli. E’ qui che la realtà irrompe sulla scena e che la repentinità delle emozioni (anche negative) possono mettere in discussione la tenuta o la cura dei primi fragili legami. Un secondo momento è quello del confronto con la società, con la scuola ad esempio, o anche con il mondo della sanità quando i figli si rivelano bisognosi sul piano della salute psicofisica. Un terzo momento critico è il passaggio nella preadolescenza e adolescenza dei figli (passaggio sempre più repentino visto le età sempre maggiori dei bambini al momento dell’adozione).

La trasformazione della famiglia nella famiglia con figli adolescenti è una trasformazione complessa per tutte le famiglie, in quelle adottive talvolta sembra entrare in scacco la tenuta dei legami stessi, come se l’adozione rivelasse allora tutta la propria frangibilità, con questi figli che non si riconoscono più non in quanto impegnati nella loro scomposta ricerca di una dimensione adulta, ma perché irrimediabilmente altri e di altri. Allora non ci si riconosce più, non ci si appartiene più e il rischio di perdersi e di respingersi diventa concreto.

In queste situazioni, poter sostare, riconoscere i meccanismi sottesi alle proprie relazioni familiari, potersi pensare in prospettiva e potersi permettere di cambiare equilibri che non funzionavano, richiede molta forza ed energia. La vicinanza di altri, la compagnia di altri genitori che hanno avuto transiti se non identici similari, il confronto con operatori esperti, possono aiutare. Genitori si diventa mette in pratica ogni mese una pluralità di gruppi di mutuo aiuto3 in cui i genitori adottivi mettono “fuori” dubbi, ansie e difficoltà, gruppi non terapeutici ma facilitati da operatori affiancati da volontari dell’associazione. Ogni gruppo dell’associazione, si incontra in genere mensilmente e può incontrarsi anche per più anni. Gli operatori sono psicologi/psicoterapeuti con esperienza clinica con le famiglie adottive e accompagnano lo sviluppo del lavoro del gruppo: facilitano l’esprimersi dei partecipanti, offrono possibilità di lettura delle esperienze e promuovono il riconoscimento reciproco. I volontari rappresentano l’accoglienza associativa, si occupano degli aspetti organizzativi e di raccordo tra operatori e associazione, mettono a disposizione la propria esperienza e la propria storia. Nei gruppi dedicati al post adozione vivono spesso fasi successive a quelle dei componenti del gruppo. Nel tempo l’associazione si è dotata di modelli scritti per permettere di attivare gruppi in territori differenti mantenendo una cornice condivisa. Ha inoltre strutturato una metodologia di reporting (in carico ai volontari in confronto con gli operatori e condivisa, poi, con i partecipanti dei gruppi) che, funzionando soprattutto da memoria del gruppo stesso, dà possibilità all’associazione di monitorare i processi. I gruppi sono luoghi non solo fisici o virtuali ma di pensiero collettivo, dove si mette a disposizione la propria esperienza ricavando dal mutuo confronto e dall’apporto degli operatori, un’esperienza condivisa di meta-riflessione; sono spazi dove si deve sentire la libertà di esporre situazioni personali senza sentirsi imposti modelli precostituiti di genitorialità.

Non è il mero processo di espressione verbale dei conflitti mentali o emotivi che è importante, non è solo la scoperta che i problemi degli altri sono simili ai propri, e la conseguente smentita della propria misera unicità: ciò che ha suprema importanza è il condividere affettivamente il proprio mondo interiore con gli altri e dopo l’accettazione da parte degli altri....

(Yalom4, 1974)

Non sempre essere in un gruppo basta, talvolta anzi è importante essere consapevoli che anche i gruppi hanno criticità (il rischio dell’autoreferenzialità, del chiudersi in cerchio per parlare dei e sui figli in loro assenza piuttosto che tenendo l’attenzione su sé stessi, il rischio della “chiusura” e di diventare tane protettive, il rischio di procrastinare altri più efficaci interventi) ed è per questo che è costante in Genitori si diventa una riflessione sul mutuo aiuto tra volontari e con gli operatori.

Conclusioni

Per concludere ecco un brano scritto sei anni fa, in uno dei report citati prima, da una volontaria di un gruppo di mutuo aiuto costituito da famiglie neo-formate. Il testo da solo permette di percepire la quantità di riflessioni messe in circolo dai partecipanti.

Qui tutti (tranne me) hanno figli nuovi, figli con cui si costruiscono i legami. Mi chiedo, guardando in avanti, a chi capiterà di avere paura: paura di non riconoscere un figlio, paura di perderlo, paura di non averlo mai avuto, di sentire la ferita di doverselo dire.

Quando è che si va avanti? Quando è che si va oltre la crisi rispetto alla differenza tra genitorialità biologica e adottiva? Quando non si ha più il bisogno di farci rassicurare dai figli che ci amano per davvero, che ci sentono genitori per davvero? Quando smettiamo di temere i genitori di prima? Quando si fa pace? Per me è venuto con i figli che crescono e sono cresciuti. Allora, dopo tanta vita, e anche dopo notevole dolore, mi sono guardata indietro e mi sono trovata oltre, oltre aggettivi, definizioni e bisogni. Mi sono trovata semplicemente io accanto a loro. E’ accaduto quando loro mi hanno guardato e detto qualcosa di me. Mi hanno detto come ero. In quello sguardo che mi restituiva chi ero attraverso loro, non solo nel bene ma anche nel male, io potevo esistere libera da ruoli e potevo essere con loro per come erano, non più solo come madre-figli, non più come madreadottiva-figliadottati, ma come persone, persone che possono dirsi dove si sta e come si sta, come si può stare.

 


La nostra associazione organizza attività dedicate alla famiglia adottiva e a chi intende avvicinarsi al mondo dell'adozione. Organizziamo conferenze e incontri dedicati ai temi a noi cari e molte attività dedicate ai soci.

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NOTE

1 La Commissione Adozioni Internazionali e alcune Regioni, attualmente, hanno avviato dei monitoraggi su questo tema nel tentativo di mappare meglio il fenomeno ma soprattutto di sviluppare strategie di prevenzione e sostegno. Per un primo webinar al riguardo: http://www.commissioneadozioni.it/formazione-cai-idi-2020/webinar/webina...

2 E’ bene consultare il sito del Coordinamento CARE (www.coordinamentocare.org) per farsi un’idea delle associazioni familiari adottive e delle loro attività.

3 I gruppi di mutuo aiuto di Genitori si diventa si chiamano Parliamone nell’attesa e Parliamone post. Questi ultimi si suddividono poi in varie tipologie a seconda delle età dei figli e dei periodi di costituzione delle famiglie.

4 Yalom I., Leszcz M. (1974). Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo, Bollati Boringhieri.

 

Data di pubblicazione: 
Martedì, Maggio 4, 2021

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